Abraham B. Yehoshua, A Woman in Jerusalem (Israele)

Abraham B. Yehoshua, A Woman in Jerusalem. A Passion in Three Parts (tit. originale Shelihuto shel ha-memuneh al mash’abe enosh), Halban Publishers, London 2011. Traduzione di Hillel Halkin. 237 pagine.

Ho letto questo libro in inglese perché c’era un’offerta sul Kindle store e costava una sciocchezza, ma il libro esiste anche in italiano e si intitola Il responsabile delle risorse umane, rimanendo fedele al titolo originale ebraico.

Ci ho messo 5 giorni a leggerlo, il che per me non è normale, per un libro di 237 pagine. È vero che l’ho alternato alla lettura di Il Cigno nero di Taleb, di cui vi parlerò a tempo debito, ma resta il fatto che ci ho messo più tempo del mio solito. Infatti il romanzo non mi ha entusiasmato. Di Yehoshua avevo letto Un divorzio tardivo, che mi era piaciuto tantissimo, per cui mi aspettavo di più.

Intendiamoci, è un bel romanzo, ma la storia è troppo surreale per i miei gusti e mi ha fatto perdere di vista quello che poteva essere l’intento dell’autore. Perché, come ho letto in alcune recensioni, Yehoshua voleva probabilmente parlare del senso di colpa. E ci riesce benissimo, solo che a me questo romanzo ha fatto ridere e il messaggio è inevitabilmente scivolato in secondo piano. E non sono nemmeno tanto sicura che volesse far ridere. Ma mi è sembrata una storia da commedia dell’assurdo e in certi frangenti non ho proprio potuto fare a meno di ridere.

A Gerusalemme avviene uno dei tanti attentati suicidi, esplode una bomba al mercato e fra le vittime c’è una donna senza nome, che tale resterà per una settimana. Non ha con sé documenti, ma solo la busta paga dell’azienda per cui lavora, una nota panetteria di Gerusalemme. Dopo una settimana dall’attentato, il proprietario del panificio riceve una telefonata in cui gli viene spiegato che sta per uscire un articolo su un settimanale locale che accusa l’azienda di insensibilità, in quanto dopo sette giorni non si è ancora accorta della morte di una propria dipendente. Il motivo è presto detto: la donna in realtà non è più una dipendente dell’azienda da un mese, ma per una serie di questioni è ancora a libro paga. Il responsabile delle risorse umane verrà incaricato dall’anziano proprietario di occuparsi della faccenda, quindi per rispondere alle accuse di insensibilità dovrà accompagnare la salma nel paesino russo di cui la donna è originaria. Ne nasce una vicenda che secondo me è davvero surreale e degna del miglior Beckett o Ionesco, ma forse sono io che sono insensibile e non capisco.

Una recensione fa notare che la parola “responsabile” è molto importante in Yehoshua e significa portare attivamente il peso di un imperativo morale. Ora, tutto questo si perde nella traduzione inglese, perché il responsabile delle risorse umane è semplicemente lo human resources manager, e sarei davvero curiosa di sapere se anche l’ebraico ha la doppia accezione tipica dell’italiano. Sarebbe molto interessante, perché quello che dice la recensione non è sbagliato, senonché non tiene conto che l’opera è in traduzione. Se qualcuno dei miei lettori conosce l’ebraico mi farebbe piacere avere un parere.

Ora devo leggere qualche altro libro dello stesso autore per vedere se Yehoshua mi piace oppure no. Ho pronti L’amante in inglese e Tutti i racconti in italiano. Piano piano ci arriverò.

* Una recensione su Lankelot.
* Il libro sul sito dell’editore italiano.
* Il film tratto dal libro (sarei molto curiosa di vederlo).

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

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