Véronique Tadjo, L’ombre d’Imana (Costa d’Avorio)

Véronique Tadjo, L’ombre d’Imana. Voyages jusqu’au bout du Rwanda, Actes Sud, Arles 2009. 134 pagine.

«Sì, ricordare. Testimoniare. È quanto ci resta per combattere il passato e ripristinare la nostra umanità.»

«Non abbiate paura di sapere», dice una sopravvisuta. E dunque non abbiate paura, informatevi, anche se, come tutti i genocidi, quello in Ruanda del 1994 è stato terribile e le cose che si vengono a sapere dai sopravvissuti sono agghiaccianti. Ma bisogna ricordare, bisogna testimoniare, perché possiamo riavere indietro la nostra umanità e perché certe cose non si ripetano più. Perché, dice Tadjo, quanto è successo in Ruanda ci riguarda tutti, e non intende certo che riguarda tutti in quanto africani (l’autrice è ivoriana), ma riguarda tutti noi in quanto esseri umani.

Insieme ad altri scrittori, Tadjo è stata invitata in Ruanda nel 1998, solo 4 anni dopo il genocidio, nell’ambito del progetto collettivo “Rwanda: écrire par devoir de mémoire” (“Ruanda: scrivere per dovere di memoria”), organizzato dal festival Fest’Africa. Da quell’esperienza (in Ruanda è stata due volte) ha tratto questo libro, scritto nel 2000 e, per chi fosse interessato, tradotto in italiano nel 2005 da Ilisso come L’ombra di Imana.

All’inizio del libro l’autrice parla di quello che vede, dice che il Ruanda sembra un paese come tanti altri, che appena arrivata non vede niente di strano, tutto sembra normale. Ma poi fa parlare i protagonisti della Storia, dai sopravvissuti ai carnefici ai testimoni a chi non c’è stato in quel terribile periodo. Come Karl, proveniente da un paese non meglio specificato (visto il nome direi la Germania, probabilmente), sposato con una ruandese, che proprio poco prima del genocidio era andato nel suo paese d’origine a trovare la famiglia, e in seguito ha perso di vista la sua famiglia ruandese, moglie e figli, per poi ritrovarli dopo un po’ di tempo in un campo profughi. La moglie è malata, non vuole che il marito la tocchi, e dagli esami si scoprirà che ha l’AIDS, contratto dopo essere stata violentata a turno da soldati Hutu in cambio della vita dei figli. Come Tonia Locatelli, infermiera italiana che ha denunciato l’inizio delle violenze e poco dopo è stata trovata assassinata.

Perché le violenze in Ruanda sono state violenze di stato, la radio diffondeva messaggi di odio e incitava a uccidere. Agli Hutu sono stati regalati soldi, armi e alcool e sono stati incoraggiati a uccidere. Ai Tutsi veniva detto di rifugiarsi nelle chiese, nei luoghi pubblici, dove sarebbero stati protetti, e invece proprio lì venivano massacrati a decine di migliaia. Secondo stime ruandesi ufficiali, i morti sono stati 1.174.000 in 100 giorni, mentre altre fonti parlano di 800.000 vittime. In ogni caso numeri impressionanti in un arco di tempo tutto sommato brevissimo, poco più di tre mesi. Alcuni di questi, pare il 20%, erano Hutu, perché anche chi si opponeva al genocidio veniva ucciso proprio come i Tutsi.

Una delle cause del genocidio, riporta Tadjo, fu che i Tutsi non erano considerati provenienti dall’Africa Centrale, bensì dall’Etiopia. Non esistono prove di questa teoria, ma durante il genocidio molti morti furono gettati nelle acque del fiume Kagera «perché tornassero in Etiopia».

Il governo lanciò una campagna di disinformazione, sostenendo che si trattava di esplosioni di violenza tribale. Molti credettero a queste false informazioni, soprattutto fuori dal Ruanda, perché i modi dei governanti Hutu erano così gentili ed eleganti che sembrava impossibile credere che volessero davvero porre in atto qualcosa di così terribile come un genocidio. Inoltre, nello stesso periodo in Sudafrica Nelson Mandela veniva eletto presidente, e l’attenzione del mondo era focalizzata su questo evento, sulla fine dell’apartheid. Ci fu un intervento della Francia, che però consentì a molti Hutu responsabili delle violenze di scappare servendosi dei corridoi umanitari.

La memoria è importante. È quanto abbiamo di più prezioso, e dobbiamo fare in modo di tenerla viva. Questi fatti sono avvenuti appena 20 anni fa, ce ne dobbiamo ricordare tutti i giorni della nostra vita affinché non accadano mai più, così come ci dobbiamo ricordare degli altri genocidi del Novecento. Per questo vi consiglio con forza di leggere questo libro, che tra l’altro è molto breve e, a parte alcuni passaggi, nemmeno particolarmente crudo rispetto a tanta letteratura sul genocidio. Alcuni passaggi, sì, sono molto molto forti. Ma è un libro che va letto, e vi esorto, tutti, a farlo.

Per approfondire:

* Véronique Tadjo.
* Il sito di Véronique Tadjo (in francese e inglese).
* Il libro sul sito dell’editore francese.
* Il genocidio in Ruanda su Wikipedia.
* Il genocidio in Ruanda sul sito di Perlasca.

[Questa recensione è pubblicata anche sul blog delle letterature altre.]

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