Die vierzig Tage des Musa Dagh

Franz Werfel, Die vierzig Tage des Musa Dagh, Fischer, Frankfurt am Main 2011. 1029 pagine, 15 euro.

Del genocidio armeno si parla sempre troppo poco. In Italia i più ne sanno qualcosa grazie al libro di Antonia Arslan, La masseria delle allodole. Io invece, da germanista, ho voluto leggere questo I quaranta giorni del Mussa Dagh (titolo italiano) di Franz Werfel. Ci ho messo un mese, ho scoperto di avere un’avversione per i libri molto lunghi anche se belli, ma ne è valsa la pena. I quaranti giorni del Mussa Dagh è un libro che va letto, soprattutto se non avete voglia di cimentarvi in saggi.

Si tratta di un romanzo storico che parla di un fatto realmente accaduto, condito però da una figura immaginaria come quella del protagonista, Gabriel Bagradian. Quella del Mussa Dagh è stata una delle pochissime rivolte, la più famosa, ad opera degli armeni contro il genocidio messo in atto dai Giovani Turchi.

Siamo nel 1915, il governo dei Giovani Turchi decide a tavolino, lucidamente, di portare avanti un’opera di deportazione della popolazione armena residente in territorio turco. Il Mussa Dagh si trova nella zona geografica della Siria, all’epoca sotto dominazione ottomana. Come viene specificato nel romanzo, si tratta di una deportazione (Austreibung) e non di un massacro (Massaker): la differenza è netta, in quanto nel secondo caso, dice Werfel, prima o poi perfino i più spietati si stancano dell’orrore, il massacro è qualcosa che nasce dall’impulso e non, come la deportazione, dal calcolo. Il fatto che nasca dal calcolo fa sì che si  determini di sterminare fino all’ultimo appartenente alla razza odiata (odiata perché cristiana). E che non ci si fermi fino a che questo obiettivo non sia stato raggiunto.

I turchi ritirano i passaporti degli armeni, impedendo loro anche di viaggiare da un villaggio all’altro perché privi di teskeré, il passaporto interno. In seguito inizieranno la deportazione, con la scusa ufficiale di dover spostare gli armeni in altri luoghi dell’impero, mentre la motivazione reale è quella di ucciderli lentamente, facendoli morire di stenti, fame e privazioni lungo il tragitto o nei campi di concentramento allestiti appositamente. Tutti sanno quello che sta accadendo, anche all’estero, ma nessuno si ribella alla politica interna della Turchia, forse anche, chissà, perché è in corso la prima guerra mondiale e ciascuno è preso da problematiche più vicine a casa propria. Sta di fatto che le deportazioni e le morti continuano indisturbate, gli armeni per lo più non si ribellano (si potrebbero scrivere saggi interi su questa mancanza di ribellione degli armeni) e alla fine del genocidio – il primo del Novecento, quello che ispirerà Hitler – gli armeni morti saranno un milione e cinquecentomila. Il governo turco a tutt’oggi non solo non riconosce il genocidio, ma perseguita coloro che lo riconoscono in quanto tale, ed è questo uno dei motivi per cui la Turchia fatica a entrare nell’Unione Europea.

In questo contesto di oppressione, gli abitanti della valle del Mussa Dagh organizzano una ribellione, non vogliono piegarsi al destino e si rifugiano sulla montagna, il Mussa Dagh appunto. Qui sono organizzati come meglio possono per resistere all’esercito turco, e lo faranno per quaranta lunghi giorni, finché non verranno salvati da una nave da guerra francese. Svelo il finale perché fin qui è realtà storica, chiunque può sapere come finisce la ribellione del Mussa Dagh con una breve ricerca in internet. Fittizia è invece la storia di Gabriel Bagradian e della sua famiglia: armeno di Parigi, torna nel paesino natale dopo molti anni di assenza in seguito alla malattia e poi alla morte del fratello. Qui prende parte e anzi guida la rivolta. La moglie è una francese insofferente destinata a seguire il destino degli armeni in quanto con il matrimonio ha acquisito la cittadinanza del marito. Il figlio di tredici anni è un bambino cresciuto che non si rende conto dei pericoli. Intorno a loro ruota la storia, ma anche intorno a tutti gli altri abitanti dei cinque villaggi del Mussa Dagh, fra cui il prete ortodosso Ter Haigasun, altro grande protagonista della storia.

La storia di Bagradian offre un tocco di romanzo a questo libro che è strettamente basato su fatti storici, anche se ovviamente la vita degli armeni sul Mussa Dagh è romanzata. Quella di Bagradian è una bella storia che, mi rendo conto ora, doveva essere inserita per non correre il rischio di rendere troppo saggistico il libro. A me però a tratti ha un po’ irritato perché un po’ inverosimile in alcune parti che non posso svelare, pena farvi perdere il gusto della lettura. Tuttavia ne capisco il senso, Werfel non voleva scrivere un saggio.

In conclusione, l’ho trovato un libro molto bello e mi sento di consigliarlo a chiunque, pregandovi di non farvi trattenere dalla mole. Inoltre, per chi può, consiglio di leggerlo in tedesco. Ho letto alcune recensioni dove si lamentava l’arcaicità del linguaggio di Werfel, senza tenere presente che quello che legge il lettore italiano non è il linguaggio dell’autore ma quello del traduttore. Probabilmente, non so, la traduzione italiana è vecchia e non è stata rifatta, quindi risente dell’età. Perché il linguaggio di Werfel non è affatto datato, sebben sia un libro di quasi ottant’anni fa (è del 1935), lo stile e la lingua sono freschi e bellissimi, come nella migliore tradizione mitteleuropea dell’epoca. Werfel scrive da Dio, non si può negare. Peccato dunque che questo non passi nella traduzione italiana.

Un paio di link:

* il libro su Wikipedia (in inglese, ma se volete anche l’articolo in tedesco è fatto benissimo)
* un bell’articolo che parla del libro e del genocidio

(Questo libro, poiché l’autore è austriaco, partecipa alla sfida delle letterature altre e la recensione è pubblicata anche sul relativo blog).

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2 pensieri su “Die vierzig Tage des Musa Dagh

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