[Incipit] Al culmine della disperazione

ESSERE LIRICI

Perché non possiamo restare chiusi in noi stessi? Perché perseguiamo l’espressione e la forma, cercando di svuotarci di ogni contenuto e di disciplinare un processo caotico e ribelle? Non sarebbe più fecondo abbandonarci alla nostra fluidità interiore, senza preoccuparci dell’oggettivazione, limitandoci a godere di tutti i nostri ribollimenti, di tutte le nostre agitazioni intime? Ecco che allora vivremmo con un’intensità infinitamente ricca questo accrescimento interiore che le esperienze spirituali dilatano fino alla pienezza. Vissuti molteplici e differenziati si fonderebbero, creando così un’effervescenza delle più feconde. Ne nascerebbe quindi una sensazione di attualità, di presenza complessa dei contenuti dell’anima, simile a un’ondata o a un parossismo musicale. Essere pieni di sé – non nel senso dell’orgoglio, ma della ricchezza -, essere travagliati da un’infinità interiore e da una estrema tensione significa vivere con una tale intensità da sentirsi morire di vita. È così raro questo sentimento, e così bizzarro, che bisognerebbe viverlo gridando. Sento che dovrei morire di vita, e mi chiedo se abbia un senso cercarne la spiegazione. Quando il passato dell’anima palpita in te una tensione infinita, quando una presenza totale rende attuali esperienze ormai esaurite, quando un ritmo perde equilibrio e uniformità, allora la morte ti strappa dalle vette della vita senza che tu provi davanti a essa il terrore che ne accompagna la tormentosa ossessione. È un sentimento analogo a quello degli amanti quando al colmo della felicità appare loro, fugace ma intensa, l’immagine della morte, o quando in un amore nascente, nei momenti di incertezza, balena il presentimento della fine o dell’abbandono.
Troppo pochi sono coloro che possono sopportare esperienze del genere sino in fondo. È sempre pericoloso conservare contenuti che chiedono di essere oggettivati, trattenere un’energia esplosiva, perché può venire il momento in cui non si sarà più in grado di padroneggiarla. Il crollo nascerà allora da un eccesso di pienezza. Esistono stati e ossessioni con cui è impossibile convivere. La salvezza non consiste quindi nell’ammetterli? Nel chiuso della coscienza, la terribile esperienza e la spaventosa ossessione della morte portano alla rovina. Parlando della morte si è invece salvato qualcosa di se stessi, anche se qualcosa nell’essere si è spento, giacché i contenuti, una volta oggettivati, perdono d’attualità nella coscienza. Il lirismo rappresenta un impulso a disperdere la soggettività, perché denota, nell’individuo, un’effervescenza insopprimibile che continuamente esige espressione. Essere lirici significa non poter restare chiusi in se stessi. Tale bisogno di esteriorizzazione è tanto più imperioso quanto più il lirismo è interiore, profondo e concentrato. Perché l’uomo diventa lirico nella sofferenza e nell’amore? Perché entrambi questi stati, sebbene diversi per natura e orientamento, sorgono dal fondo più remoto dell’essere, dal centro sostanziale della soggettività, che è una sorta di zona di proiezione e di irraggiamento. Diventiamo lirici quando la vita dentro di noi palpita a un ritmo essenziale, e quando ciò che stiamo vivendo è talmente forte da sintetizzare il senso stesso della nostra personalità. Ciò che abbiamo di unico, di specifico, si compie in una forma così espressiva che l’individuale si eleva al livello dell’universale. Le esperienze soggettive più profonde sono anche le più universali, perché in esse si tocca il fondo originario della vita. La vera interiorizzazione conduce a un’universalità inaccessibile a quanti restano alla superficie. L’interpretazione volgare dell’universalità vede in essa più una forma di complessità in estensione che la ricchezza di una comprensione qualitativa. Ecco perché il lirismo è considerato un fenomeno marginale e inferiore, frutto di un’inconsistenza spirituale, quando invece le risorse liriche della soggettività testimoniano una freschezza e una profondità interiori tra le più considerevoli.
Certuni diventano lirici solo nei momenti cruciali della loro vita; altri solo nell’agonia, quando tutto il loro passato si attualizza e si riversa su di loro come un torrente. Ma nella maggioranza dei casi questo sfogo lirico nasce in seguito a esperienze essenziali, quando l’agitazione del fondo intimo dell’essere attinge il parossismo. Così, uomini inclini all’oggettività e all’impersonalità, estranei a se stessi come alle realtà profonde, una volta prigionieri dell’amore provano un sentimento che mette in moto tutte le loro risorse personali. Il fatto che, quando sono innamorati, quasi tutti facciano della poesia mostra chiaramente che il pensiero concettuale non basta a esprimere l’infinità interiore, e che solo una materia fluida e irrazionale è in grado di offrire un’oggettivazione appropriata al lirismo. Non accade lo stesso con l’esperienza della sofferenza? Ignari di ciò che nascondiamo in noi stessi come di ciò che nasconde il mondo, siamo improvvisamente afferrati dall’esperienza della sofferenza – la più seria dopo quella della morte (intesa come presentimento di morire) – e trasportati in una regione infinitamente complessa, in cui la soggettività si agita come in preda a una vertigine. Il lirismo della sofferenza provoca un incendio, e attua una purificazione in cui le ferite non sono più semplici manifestazioni esterne, senza implicazioni profonde, ma partecipano della sostanza stessa dell’essere. È un canto del sangue, della carne e dei nervi. Quasi tutte le malattie, dunque, hanno virtù liriche. Soltanto coloro che vegetano in una scandalosa insensibilità restano anodini di fronte alla malattia, sempre fonte di un approfondimento personale.
Non si diventa lirici se non in seguito a un profondo turbamento organico. Il lirismo accidentale nasce da fattori esterni, e scompare con essi. Non c’è autentico lirismo senza un pizzico di follia interiore. È caratteristico il fatto che le psicosi siano contraddistinte, al loro insorgere, da una fase lirica in cui le barriere e gli ostacoli abituali crollano per far posto a un’ebbrezza interiore delle più feconde. Così si spiega la produttività poetica delle psicosi incipienti. La follia potrebbe ben essere l’esasperazione del lirismo. Contentiamoci dunque di scrivere l’elogio di quest’ultimo, per evitare di riscrivere quello della follia. Lo stato lirico è al di là delle forme e dei sistemi. Una fluidità, una scioltezza interiore mescolano in uno stesso slancio, come in una convergenza ideale, tutti gli elementi della vita dell’anima per creare un ritmo intenso e pieno. Rispetto alla raffinatezza di una cultura anchilosata che, costretta in forme e cornici, camuffa tutto, il lirismo è un’espressione barbara. Qui sta appunto il suo valore: nell’essere solo sangue, sincerità e fiamme.

E.M. Cioran, Al culmine della disperazione (tit. originale Pe culmile disperării), Adelphi, Milano 1998. Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Cristina Fantechi. 148 pagine, 15 euro.

* Una recensione.
* Cioran su Wikipedia.
* Un sito multilingue dedicato a Cioran.
* Un blog italiano dedicato interamente a Cioran.
* Alcuni aforismi di Cioran.

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