In order to fail, first you have to try

Mi chiedono perché non scrivo, mi dicono che manco/a (ma io o le cose che scrivevo? perché io leggo sempre a lato, e il messaggio di fondo chissà qual era poi davvero), mi hanno esortato a continuare a scrivere prima ancora che partissi. Certo, continuo a leggere. Certo, avrei cose da dire sui libri che leggo. Certo, ho visto degli spettacoli bellissimi e avrei avuto tonnellate di cose da scrivere.

Ma non scrivo perché il Lussemburgo è uno specchio, ti si para davanti che tu voglia guardare o meno, ci passano sopra i tuoi pensieri come se da qualche parte ci fosse un proiettore collegato al tuo cervello. Puoi chiudere gli occhi? A me non sembra di potere. E questo mi occupa 24 ore al giorno, e non mi resta spazio per scrivere, in un certo senso, e in un altro certo senso non ne ho proprio voglia: preferisco assorbire, bere, assaporare. Non voglio condividere?

Non so. In Lussemburgo ho scelto una solitudine che è quasi totale; sembra strano eppure l’ho scelta io, sebbene, come sempre, la vita non ci porti mai al 100% dove vorremmo essere. Per me, io non avrei voluto essere sola. Questo però, che io lo sapessi o meno, me lo sono negato nel momento stesso in cui ho deciso di andarmene dall’Italia. Perché, che io me ne rendessi conto o meno, era ovvio che dall’Italia potevo andarmene soltanto da sola. E allora, se ho dovuto essere sola, ho scelto di esserlo davvero, almeno per un po’ di tempo. Dunque, non voglio condividere? Non lo so. Non adesso, e comunque: adesso non allo stesso modo, non le stesse cose. Magari più in là, magari semplicemente quando e se ne avrò voglia.

Per chi si chiedesse cosa c’entra il titolo, cosa voglio, perché scarabocchio: c’entra, perché se uno guarda uno specchio si confronta sempre inevitabilmente anche con i propri fallimenti (e per carità, anche con le proprie vittorie, ci mancherebbe). E nei miei sottotitoli, nei sottotitoli che scorrono insieme ai miei pensieri sullo specchio, c’è sempre questo refrain. Per fallire, prima devi provare (?). Provare di nuovo, fallire di nuovo, fallire meglio? Mi rendo conto che solo io potrei osare accostare Beckett l’immenso a Jasper Fforde (perché ebbene, la citazione del titolo viene da un libro di Fforde che ho letto di recente). Ma pazienza, tanto lo sanno tutti che a me osare non dispiace, almeno in certe sfere più legate all’intelletto. Perché in tutto il resto, non ho mai visto una persona osare meno di me. So anche perché, ma non mi consola moltissimo.

Mi chiedo se sia vero, che per fallire prima devi provare. Perché secondo me, se non provi fallisci lo stesso: proprio perché non hai provato.

Quando sono partita dall’Italia mi sono scordata di mettere in valigia l’autostima (o l’ho recuperata a livello lavorativo e l’ho perduta per tutto il resto? ne avevo, forse, solo una piccola scorta da usare).

[Mi sono accorta solo dopo che in quello che ho scritto c’è un’incredibile contraddizione di fondo.]

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5 pensieri su “In order to fail, first you have to try

  1. Franco

    Ciao Marina. Ho letto. Penso di averti capito e recepito il messaggio.Posso solo dirti che sei e re- sterai una delle persone più schiette e interessanti (personalità) che io abbia mai “virtualmente” conosciuto.Un abbraccio. Franco

  2. oneofthesethingscomefirst

    Anchea me piace leggerti e amo come scrivi. Questo post in particolare è un balsamo per me, che vivo fuori da un anno, fuggita da sola dall’italia per provare “a rimettere in ordine” me stessa, e però sempre alle prese con quel qualcosa che manca…E’ difficile spiegare certi stati senza banalizzarli, senza essere fraintesi. Si sa che, ovunque si vada, ci si porta sempre appresso e stessi, ma è anche vero che, se non ci si mette duramente alla prova, non si evolve mai. Ma nessuno ti spiega come affrontare il dopo…
    Grazie, comunque.

  3. Josè Pascal

    Complimenti per il bel blog,

    desidero invitarti a sbirciare nella mia scatola di latta: http://parolesemplici.wordpress.com/mytinbox/
    Definisco il blog “In parole semplici” come “una scatola di latta virtuaculturale dove vengono custoditi pensieri, ricordi, immagini, suoni e semplici storie”

    Mi farebbe piacere se un giorno partecipassi anche tu a questa iniziativa. Contribuirebbe così all’arrichimento di un progetto culturale internazionale.

    Sono a tua completa disposizione per varie ed eventuali.

    buona e semplice vita

    josè

  4. orukov

    appena ho aperto il blog qui su wordpress mi sei capitata fra capo e collo e ho cominciato a seguirti. E pian piano vado a zonzo per i tuoi post.
    Credo di capire il passaggio sulla solitudine autoindotta, l´isolamento.
    Ho vissuto la stessa identica cosa arrivando da sola a Bonn. Senza parlare tedesco a fare un lavoro mai fatto.
    Pero´ sono rinata. E ora ho voglia di condividere quasi tutto,

    Un abbraccio da Bonn
    MG

  5. Marina Autore articolo

    Ciao MG, grazie per essere passata di qui e per avermi dato la possibilità di conoscere il tuo bel blog. Un abbraccio a te, e a Bonn.

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