Verführungen

Marlene Streeruwitz, Verführungen. 3. Folge. Frauenjahre, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1997. 296 pagine.

Avevo preso questo libro l’anno scorso a Vienna, incuriosita perché una mia cara amica scriveva la tesi proprio su questa autrice. Una delle più apprezzate autrici austriache contemporanee, tra l’altro. Ho avuto occasione di leggerlo in queste giorni, e certo non è stato il periodo più adatto, ma non credo che questo possa influire così tanto sul mio giudizio.

La caratteristica che salta subito all’occhio è lo stile di Streeruwitz, paratattico in maniera quasi dolorosa. Nessuna frase è più lunga di una riga, ma spesso sono anche più corte, non esistono secondarie, i punti si susseguono facendo venire l’affanno al lettore. Sia chiaro, si tratta di una scelta stilistica ben precisa, e mi dicono che in seguito, ad esempio nel romanzo Partygirl, questa sia stata portata all’estremo, mentre in Jessica, 30 avviene l’esatto contrario, essendo ognuno dei tre capitoli costituito da una sola lunghissima frase. All’inizio la lettura è piuttosto faticosa, ma nel corso del romanzo ci si fa l’abitudine, anche se certo non si tratta di una lettura agevole. È ansiogena, secondo me. Il modo di scrivere di Streeruwitz è stato accostato al montaggio di un film, e non a caso infatti la scrittrice è anche regista. Non solo infatti la paratassi caratterizza il suo stile, ma anche uno staccato su livello più ampio, essendo il romanzo diviso in paragrafi separati anche graficamente l’uno dall’altro per mezzo di una riga bianca, come se si trattasse di tante scene diverse. del resto, il narratore è così tanto onnisciente da non essere credibile: a me ha dato l’impressione di trovarmi di fronte a un racconto fatto dalla protagonista Helene che parlasse di sé in terza e non in prima persona. Ma potrebbe altrettanto bene trattarsi di una scrittura filmica, in cui il regista vede tutto e inquadra tutto ciò che gli interessa. Sicuramente non una narrazione tradizionale. Detto questo, non ho apprezzato affatto lo stile di Streeruwitz, ma ho senz’altro apprezzato il lavoro poetico che ci si sente dietro.

L’autrice ha detto di voler parlare della vita vera delle donne, poiché essa non sarebbe rappresentata nella sua realtà nella letteratura di lingua tedesca. Può darsi che ci sia riuscita, ma viene da chiedersi se sia questa davvero la vita delle donne. Di alcune, senz’altro, ma può essere ricondotta a principio generale? Sinceramente non lo credo, anche se se ne può discutere.

La protagonista è Helene Gebhardt nata Wolffen, una donna di 30 anni che si è sposata giovanissima per sfuggire al padre violento. Helene ha due figlie ed è separata dal marito che la tradiva con la segretaria. Non ha più alcun tipo di rapporto con il marito, che va giusto ogni tanto a vedere le figlie ma si rifiuta di versare gli alimenti. Helene ha un lavoro part-time presso una sorta di agenzia pubblicitaria condotta da una specie di satiro alcoolizzato. È piena di debiti perché non riesce con il suo solo stipendio a portare avanti la sua famiglia di madre single. Ha una cara amica, Püppi, che è tendenzialmente borderline e che la chiama ogni volta che succede una catastrofe, ovvero quando tenta il suicidio e simili. Helene ha delle relazioni sentimentali molto complesse e dolorose per lei, fatte soltanto di sesso sebbene ammantato di parvenze amorose. Poi nella sua vita entra lo svedese Henryk, al quale lei si attacca in maniera quasi morbosa, sperando di poter condurre una vita normale con lui. L’uomo però nel corso del romanzo si rivela nient’altro che uno dei soliti che giurano amore ma la sera non tornano a casa. Helene continua a chiedersi dove passi le sere Henryk ma non trova mai abbastanza coraggio da chiederlo a lui. Infine, Helene è una donna succube, un concentrato degli stereotipi del tipo. Una donna che muore dietro l’uomo di turno senza mai amarne davvero uno, una donna dipendente, che ama moltissimo le figlie ma non sa mai dire di no all’amante di turno, che si lascia usare e sfruttare dagli uomini, e anche in fondo umiliare, che pensa al suicidio perché non riesce ad andare avanti nella sua vita senza amore e sempre senza soldi. Gli uomini presenti nel romanzo a loro volta sono caratteri stereotipati: uomini violenti, fedifraghi, arroganti, disinteressati al bene dei figli e delle donne, sempre sessualmente eccitati, bugiardi.

Ci si chiede insomma se tutto questo sia una voluta esagerazione. Non che i caratteri siano davvero estremi, se si eccettua Püppi che è chiaramente borderline o qualcosa di simile, ma le situazioni non appaiono realistiche. Sembrano situazioni possibili, a volte anche situazioni che ciascuno di noi conosce, ma estremizzate quel tanto che basta da renderle disturbanti e in fin dei conti poco verosimili. Più che altro, poco verosimile il fatto che tutte queste situazioni si concentrino in un romanzo solo, in una vita sola. Insomma l’impressione non è affatto che l’autrice abbia rappresentato la vita vera delle donne, ma piuttosto che l’abbia volutamente modificata quel tanto che basta da creare un elemento di grande disturbo. Confesso sinceramente che, sebbene l’intento sia chiaro, non è facile apprezzare questo libro pieno di disperazione. Più che Verführungen (seduzioni) forse si sarebbe dovuto intitolare Verzweiflungen (disperazioni).

Il libro non è tradotto in italiano, né lo è alcun altro libro di Marlene Streeruwitz. Tuttavia, per i germanofoni che volessero approfondire, segnalo qualche link:

* il sito dell’autrice
* un’ottima pagina dedicata all’autrice su Wikipedia
* una recensione di Verführungen

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