La tempesta

Prospero. Thou poisonous slave, got by the devil himself
Upon thy wicked dam come forth!

Enter Caliban.

Caliban. As wicked dew as e’er my mother brushed
With raven’s feather from unwholesome fen
Drop on you both. A south-west blow on ye
And blister you all o’er.

Prospero. For this, be sure, tonight thou shalt have cramps,
Side-stitches that shall pen thy breath up, urchins
Shall for that vast of night that they may work
All exercise on thee: thou shalt be pinched
As thick as honey-comb, each pinch more stinging
Than bees that made ‘em.

Caliban. I must eat my dinner.
This island’s mine, by Sycorax my mother
Which thou tak’st from me. When thou cam’st first,
Thou strok’st me, and made much of me wouldst give me
Water with berries in’t, and teach me how
To name the bigger light, and how the less,
That burn by day and night. And then I loved thee,
And showed thee all the qualties o’th’isle,
The fresh springs, brine-pits, barren place and fertile.
Cursed be I that did so! All the charms
Of Sycorax – toads, beetles, bats light on you!
For I am all the subjects that you have,
Which first was mine own king; and here you sty me
In this hard rock, whiles you do keep from me
The rest o’th’island.

Prospero. Thou most lying slave
Whom stripes may move, not kindness! I have used thee,
Filth as thou art, with humane care, and lodged thee
In mine own cell, till thou didst seek to violate
The honour of my child.

Caliban. O ho, O ho! Would’t had been done!
Thou didst prevent me. I had peopled else
This isle with Calibans.

Miranda.* Abhorrèd slave,
Which any print of goodness wilt not take,
Being capable of all ill! I pitied thee,
Took pains to make thee speak, taught thee each hour
One thing or other. When thou didst not, savage,
Know thine own meaning, but wouldst gabble like
A thing most brutish, I endowed thy purposes
With words that made them known. But thy vild race,
Though thou didst learn, had that in’t which good natures
Could not abide to be with. Therefore wast thou
Deservedly confined into this rock, who hadst
Deserved more than a prison.

Caliban. You taught me language, and my profit on’t
Is, I know how to curse. The red plague rid you
For learning me your language!

Prospero. Hag-seed, hence!
Fetch us in fuel – and be quick, thou’rt best,
To answer other business. Shrug’st thou, malice?
If thou neglect’st, or dost unwillingly
What I command, I’ll rack thee with old cramps,
Fill all thy bones with aches, make thee roar,
That beasts shall tremble at thy din.

Caliban. No, pray thee!
– I must obey. His art is of such power,
It would control my dam’s god Setebos,
And make a vassal of him.

Prospero. So, slave. Hence!

Exit Caliban.

*

Prospero. Tu, schiavo pestifero, concepito dal diavolo in persona
con la tua perfida madre, vieni fuori!

Entra Calibano.

Calibano. Una rugiada malefica quanto quella che mia madre raccoglieva
con penne di corvo da paludi pestifere
possa ricadere su di voi! Possa soffiare un vento di libeccio
che vi ricopra di piaghe.

Prospero. Per queste parole, sii certo, stanotte avrai crampi,
e trafitture ai fianchi da mozzarti il fiato; folletti irti come ricci,
nelle profondità della notte, eserciteranno su di te
la loro opera: avrai tante punture
quante vi sono celle in un alveare, ognuna più acuta e pungente
delle api che la provocano.

Calibano. Devo inghiottire il rospo.
Pure, è mia quest’isola, mi viene da mia madre, Sicorace,
e tu me la sottrai. Al tempo in cui giungesti
mi accarezzavi e mi tenevi in gran conto e mi davi
infusi di bacche e mi insegnavi come
chiamare la luce maggiore e la minore
che ardono giorno e notte. E allora ti amavo
e ti ho mostrato tutti i pregi dell’isola,
le fresche sorgenti, le pozze d’acqua salata, i luoghi fertili o sterili.
Maledetto me per averlo fatto! Tutti i sortilegi
di Sicorace, rospi, scarafaggi, pipistrelli, si abbattano su di voi!
Poiché io sono tutti i sudditi che voi avete,
io, che un tempo ero re di me stesso; e ora mi relegate
in questa dura roccia, e mi rubate
il resto dell’isola.

Prospero. Schiavo bugiardo,
che solo la frusta può piegare e non la dolcezza!
Io ti ho trattato, sebbene non fossi che letame,
con umanità, e ti ho accolto nella mia stessa grotta
fino a quando tu non cercasti di violare l’onore di mia figlia.

Calibano. Oh, oh, se almeno vi fossi riuscito!
ma tu me l’impedisti, che altrimenti avrei popolato
l’isola di Calibani.

Miranda.* Schiavo abominevole,
su cui mai potrà imprimersi il marchio della bontà,
sei capace di ogni male! Io ho avuto compassione di te,
mi sono dato la pena di farti parlare, ti ho insegnato di ora in ora
questa e poi quella cosa. Quando tu, selvaggio,
non conoscevi ciò che dicevi, ma usavi suoni inarticolati
come il più bruto degli esseri, io dotai i tuoi primitivi pensieri
di parole che li rendevano accessibili. Ma la tua razza infame,
sebbene tu riuscissi a apprendere, aveva in sé qualcosa che le nature gentili
non possono tollerare. Per questo sei stato
giustamente confinato in questa roccia, tu che hai meritato
più che la prigione.

Calibano. Mi avete insegnato a parlare, e il mio solo vantaggio
è che ora so maledire. La peste bubbonica vi stermini
per avermi insegnato la vostra lingua!

Prospero. Seme di strega, via!
portaci ancora legna da ardere; e tienti pronto – sarà meglio per te –
a eseguire altre faccende. Scrolli le spalle, maligno?
Se trascuri o fai malvolentieri
quel che ti chiedo, ti saprò tormentare coi crampi della vecchiaia,
riempire tutte le tue ossa di fitte, farti ruggire
così che tremeranno le bestie al tuo strepito.

Calibano. No, ti prego!
Devo obbedire: la sua arte ha una tale potenza
che saprebbe piegare il dio di mia ade, Setebos,
e farne un vassallo.

Prospero. E dunque, schiavo, via!

Esce Calibano.

* Molte lezioni moderne assegnano tutta questa battuta a Prospero anziché a Miranda.

Da: William Shakespeare, La tempesta (tit. originale The Tempest), Mondadori, Milao 1991. Traduzione di Alfredo Obertello.

*

Qui si può leggere l’intera opera in italiano.
Qui si può leggere in inglese.

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Un pensiero su “La tempesta

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