I monologhi della vagina

Eve Ensler, I monologhi della vagina, (tit. originale The Vagina Monologues), il Saggiatore, Milano 2008. Traduzione di Margherita Bignardi. 218 pagine. 7,50 €.

Questo libro mi aveva sempre incuriosito, ma la mia idea era che si trattasse di un libro divertente, e comunque piuttosto stupido. Non so dire da cosa derivasse questo pregiudizio. Sta di fatto che è totalmente sbagliato.

Ci sono certamente dei tratti simpatici, per esempio dove la Ensler chiede «Se la tua vagina si vestisse, che cosa indosserebbe?». Ma l’essenza del libro è fondamentalmente tragica.

La Ensler ha passato anni a intervistare donne di varia età e provenienza geografica e sociale. Alla fine ha messo insieme le risposte di tutte queste donne, scegliendo quelle che preferiva e mescolandole a volte tra loro, e ne ha ricavato dei monologhi. Il risultato è che nel libro c’è di tutto: tutto quello che ruota intorno alla vagina e alla donna. Dal monologo sui peli (per amare la propria vagina, bisogna amare anche i propri peli) a quello a più voci sulle mestruazioni, e poi stupri, percosse, violenze, transessuali, partorienti, lesbiche, donne che non avevano confidenza con la propria vagina e che possono ringraziare Eve Ensler per essere state liberate. Storie atroci come quelle delle donne di conforto, donne rapite e costrette alla schiavitù sessuale dai militari giapponesi fra il 1942 e il 1945. O come quelle delle donne stuprate durante la guerra dei Balcani. Ma anche quella della donna ormai anziana per sempre inibita dalla «inondazione» provata «là sotto» nella macchina del suo primo ragazzo, il quale poi l’aveva accusata di avergli sporcato il sedile. E tante, tante storie che non si possono sintetizzare qui in due parole, ognuna importante.

Ai monologhi la Ensler alterna i fatti: l’utilità del clitoride (‘unico organo che serve esclusivamente al piacere), i dati sulla mutilazione genitale femminile, quelli sulla “cura” della masturbazione.

L’intento di Eve Ensler è restituire dignità alle donne, far sì che esse si riapproprino del proprio corpo.  Per questo dal 1998, anno di pubblicazione del libro, organizza il V-Day, una manifestazione culturale dove la donna, e con essa la vagina, riacquista se stessa, la propria centralità. Scopo è raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla spirale della violenza, ad esempio costruendo case in Africa dove le bambine si possono rifugiare per sfuggire alla mutilazione genitale.

Perché le donne si riappoprino del linguaggio che designa le parti del proprio corpo, a partire da “vagina”, per riappropriarsi così del proprio corpo stesso. Perché di quel linguaggio si approprino anche gli uomini. Perché nessuno più dica che è una parola «sporca», come la Ensler si sentiva rispondere quando protestava per la censura del titolo della sua pièce in I monologhi della v. Perché dire che è una parola sporca è un po’ come dire che è una zona del corpo sporca, che chi la possiede è sporca. Perché può sembrare una stupidaggine, ma censurare il linguaggio è il primo passo verso l’avallamento di comportamenti discriminatori se non, peggio, violenti nei confronti delle donne.

Io ho sempre detto «mestruazioni», per esempio. Mi è sempre sembrata una parola normale. Una sorta di conquista di un tassello di me. Perché io non mi vergogno del mio corpo, e censurare, dire «le mie cose» al posto di «mestruazioni» o «sotto» al posto di «vagina», secondo me significa vergognarsi di se stesse. E se ci si deve vergognare solo di ciò che è sbagliato, vuol dire che noi siamo sbagliate?

Le donne dovrebbero leggerlo obbligatoriamente. Gli uomini anche, o forse soprattutto loro. Al V-Day di Belgrado «è successa una cosa stupefacente: gli uomini piangevano… la maggior parte di loro riusciva a stento a definire cos’era successo… Hanno capito qualcosa. Non c’erano né rabbia né atteggiamenti difensivi».

Per approfondire:

* il sito del V-Day (in inglese)
* il portale Antiviolenzadonna
* lo sportello antiviolenza
* un articolo sulle donne di conforto della Corea
* un’intervista a Song Shin-do, l’unica donna di conforto che abbia citato il governo giapponese

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3 pensieri su “I monologhi della vagina

  1. Cristina

    Anche io pensavo che fosse un libro divertente ma un po’ stupido. Grazie a questo tuo intervento mi ricredo, e mi riprometto di leggerlo, grazie mille.
    Cristina

  2. Pingback: Gli appunti di lettura di Sonnenbarke

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