Il gioco degli occhi

La conversazione che segue ha luogo nel 1933 fra Elias Canetti e Hermann Broch a proposito del romanzo di Canetti Auto da fé.

*

«Che cosa vuol dire con questo?».

Furono le sue prime parole, accompagnate da un gesto indefinito con cui mi indicò il manoscritto del romanzo, posato sul tavolo accanto a lui. La domanda mi lasciò talmente stupito che non seppi rispondere. Mi sarei aspettato qualsiasi altra domanda. Come si poteva riassumere in poche frasi ciò che si è voluto dire con un romanzo? Balbettai qualche parola quasi incomprensibile, certamente senza molto senso, ma dovevo pure rispondere qualcosa. Broch chiese scusa e ritirò la domanda.

«Se lei lo sapesse, non avrebbe scritto il romanzo. La mia è stata una pessima domanda».

Capì che non avevo un discorso bell’e pronto da tirar fuori per l’occasione, e tentò di circoscrivere l’argomento escludendo un po’ alla volta tutto ciò che a suo giudizio non poteva costituire il vero intento del romanzo.

«Immagino che lei non avrà voluto scrivere semplicemente la storia di un pazzo. Non può essere stata questa la sua vera intenzione. Né, credo, voleva soltanto darci una figura grottesca alla maniera di Hoffmann o di Poe».

Confermai che non era stata questa la mia intenzione, e lui annuì. Poiché lo aveva colpito l’aspetto grottesco dei personaggi, mi sentii in dovere di portare il discorso su Gogol’, che in effetti era stato un mio modello.

«Ero piuttosto sotto l’influsso di Gogol’» dissi. «Dovevano essere personaggi estremi, spinti fino ai limiti del possibile, comici e spaventosi insieme, in modo che lo spaventoso non si possa separare dal comico».

«Lei mette addosso alla gente una bella paura. Vuole proprio spaventarla?»

«Sì. Intorno a noi tutto suscita paura. Non c’è più un linguaggio comune. Nessuno capisce l’altro. Credo che nessuno voglia capire l’altro. Nel suo Huguenau mi ha molto colpito il fatto che gli uomini sono insediati entro diversi schemi di valori e che fra loro non c’è possiiblità di comprensione. Huguenau è quasi un personaggio come lo concepisco io. Non che questa situazione si esprima nel suo linguaggio, poiché Huguenau parla ancora con gli altri. Ma alla fine del libro c’è un documento, c’è la lettera di Huguenau con la sua richiesta alla vedova Esch, scritta tutta nel linguaggio che gli è proprio: la lingua tipica del mondo mercantile. Ebbene, qui lei porta al limite estremo la separazione di quest’uomo da tutte le altre creature del romanzo. Ciò corrisponde in pieno a quello che ho in mente. A questo io ho voluto attenermi sempre, in ogni personaggio e in ogni momento del mio romanzo».

«Ma questi, allora, non sono più uomini reali. Tutto si trasforma in qualcosa di astratto. Gli uomini reali sono composti di molti elementi. Hanno in sé impulsi contraddittòri che si combattono tra loro. Si può dare un’immagine veritiera del mondo se si prescinde dal mondo? È lecito deformare le creature fino al punto che non sono più riconoscibili come esseri umani?».

«Sono figure, personaggi. Uomini e personaggi non sono la stessa cosa. Il romanzo come genere letterario è cominciato con i personaggi. Il primo romanzo è stato il Don Chisciotte. Che cosa pensa lei del protagonista? Forse non le sembra credibile perché è talmente estremo?».

«Erano altri tempi. Allora, mentre imperversavano ancora i romanzi cavallereschi, era un pesonaggio credibile. Oggi ne sappiamo di più, sul conto degli uomini. Esiste una psicologia moderna e ci dice sugli uomini cose davanti alle quali non possiamo semplicemente chiudere gli occhi. La letteratura dev’essere, intellettualmente, all’altezza del proprio tempo. Se rimane indietro rispetto al proprio tempo, diventa qualcosa di Kitsch e serve a scopi diversi che stanno al di là della letteratura e dunque sono illeciti».

«In altre parole, il Don Chisciotte non dovrebbe dirci più niente. Per me non è soltanto il primo romanzo, ma rimane ancora e sempre il più grande. Non mi fa rimpiangere nulla, neanche le scoperte moderne. Arriverei perfino a dire che evita certi errori della moderna psicologia. L’autore non si propone un’indagine sull’uomo, ma crea certe unità che delinea nettamente e contrappone l’una all’altra. Dalla loro azione reciproca nasce ciò che egli ha da dirci sull’uomo».

«Ma così non possono essere dette molte delle cose che oggi c’interessano e ci affliggono».

«Certo no, le cose che allora non esistevano non possono essere dette. Ma oggi si possono concepire personaggi nuovi, e chi sa farli agire esprime le cose che oggi c’interessano».

«Devono esserci metodi nuovi anche nell’arte. Nell’età di Freud e di Joyce non può restare tutto come prima».

«Credo anch’io che oggi il romanzo deve essere diverso, ma non perché viviamo nell’età di Freud e di Joyce. La sostanza del tempo è un’altra, e ci vogliono personaggi nuovi per mostrarla. Quanto più si distinguono l’uno dall’altro, quanto più sono portati all’estremo, tanto più forti sono le tensioni tra loro. Quello che conta è il tipo di queste tensioni. Esse ci fanno paura, la paura che riconosciamo come nostra propria. Esse servono a inculcare questa paura. Anche nella ricerca psicologica ci imbattiamo nella paura e ne definiamo i contorni. Così, si applicano i mezzi nuovi, o nuovi almeno in apparenza, che devono liberarcene».

«Ma questo non è possibile. Che cosa potrebbe mai liberarci dalla paura? Si può forse attenuarla, ecco tutto. Ciò che lei ha ottenuto, nel suo romanzo e anche in Nozze, è una intensificazione della paura. Lei colpisce l’uomo nella sua malvagità, come se di questa volesse punirlo. So che la sua intenzione più profonda è quella di costringerlo a convertirsi. Viene spontaneo pensare a una predica, a un quaresimale. Ma lei non minaccia l’inferno, lei lo rappresenta, e già in questa vita. Lei non lo rappresenta oggettivamente, affinché la gente ne abbia una visione più esatta e una conoscenza reale, ma lo rappresenta in modo che la gente ci si senta già dentro e ne sia angosciata. Ma il compito dello scrittore è quello di portare più paura nel mondo? Le sembra uno scopo così nobile?».

«Lei, per il romanzo, segue un altro metodo. E lo ha applicato con coerenza nella struttura di Huguenau. Lei contrappone differenti sistemi di valori, buoni e cattivi, in modo che il contrasto salti all’occhio. A ridosso del mondo mercantile di Huguenau c’è il mondo religioso della ragazza dell’Esercito della Salvezza. Così lei introduce una compensazione e toglie un po’ della paura che incute col personaggio di Huguenau. Ho letto la sua trilogia tutta d’un fiato, me ne sono lasciato compenetrare, ed essa ha creato in me molti spazi che sono rimasti e resistono ancora oggi, sei mesi dopo la lettura, dentro di me. Non c’è dubbio che con la sua trilogia lei ha allargato le mie vedute e mi ha arricchito. Ma lei mi ha anche acquietato. Capire acquieta. Ma è lecito che la comprensione acquieti soltanto?».

«Lei invece vuole intensificare l’inquietudine fino a farla diventare panico. In Nozze vi è certamente riuscito. Il risultato finale è uno solo: distruzione e rovina. Ma lei vuole questa rovina? Si intuisce che lei vuole esattamente il contrario. Lei vorrebbe poter fare qualcosa per indicare una via d’uscita, ma non ne indica nessuna: a tutt’e due le opere, al dramma come al romanzo, lei dà un epilogo crudele e spietato, con la distruzione. C’è in questo una intransigenza che bisogna rispettare. Ma questa intransigenza significa che lei ha rinunciato alla speranza, che lei stesso non riesce a trovare la via d’uscita? O significa che dubita addirittura della possibilità di una via d’uscita?.

«Se ne dubitassi, se avessi davvero rinunciato alla sepranza, non potrei più vivere. No, io credo semplicemente che noi sappiamo ancora troppo poco. Lei si richiama volentieri alla psicologia moderna, e mi sembra che ne sia orgoglioso, poiché essa ha avuto i natali, per così dire, nell’ambiente che le è più familiare, in questa cerchia particolare del mondo viennese. Per questa psicologia lei nutre una specie di affetto patriottico. Forse ha la sensazione che avrebbe potuto scoprirla lei stesso. Qualunque cosa essa dica, lei la ritrova subito dentro di sé, non ha nemmeno bisogno di andare a cercarla. Ebbene, a me questa psicologia sembra del tutto insufficiente. Essa si occupa dell’individuo, e qui è anche arrivata a qualche risultato, ma c’è poi un altro terreno dove non sa neanche da che parte cominciare, ed è la massa, che è la cosa più importante, quella su cui sarebbe necessario sapere di più, perché ogni nuovo potere che sorge ai nostri giorni si ciba deliberatamente della massa. Solo gli altri, le persone consapevoli che queste operazioni portano diritto alla nuova guerra mondiale, non sanno come influire sulla massa per evitare che venga manovrata a danno di tutti noi. Bisognerebbe scoprire queste leggi del comportamento di massa. Ecco il punto, ecco il compito più importante davanti al quale ci troviamo oggi: di questa scienza non esistono ancora neppure i primi rudimenti».

«Non possono esistere. Lì tutto è vago e incerto. Lei è su una pista sbagliata. Lei non può trovare le leggi della massa perché non esistono. È un peccato che sprechi così il suo tempo. Mi ha già detto più di una volta che questo è il vero scopo della sua vita, di essere ben deciso a dedicarvi anni, decenni, anche l’intera vita, se è necessario. Sarebbe una vita buttata al vento. Si dedichi piuttosto ai suoi drammi. Lei è uno scrittore. Non può votarsi a una scienza che non è tale e non lo sarà mai».

Da: Elias Canetti, Il gioco degli occhi. Storia di una vita (1931-1937) (tit. originale Das Augenspiel. Lebensgeschichte 1931-1937), Adelphi, Milano, 1985. Traduzione di Gilberto Forti.

Allo studio della massa Canetti dedicò 40 anni della sua vita. Il risultato fu il monumentale Massa e potere.

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