Lettera aperta a una persona depressa

Car* X,

so che mi leggi e come avrai notato, da quando questo blog si è trasferito a questo indirizzo, è diventato meno personale, privo quasi del tutto di riferimenti alla mia vita privata o pubblica, alla società o a qualunque cosa concreta, non cartacea. È così per una scelta ben precisa, e così vuole restare, ma questa sera mi sembrava sensato sciverti una lettera aperta, perché le parole private sono diventate così tante che mi hanno zittita. Perché sei chi sai benissimo di essere, eppure sei anche Y e Z, sei anche l’amic* passat*, quell* del passato recente e quell* del passato remoto, e anche quell* del futuro, perché so che ancora incrocerò la mia strada con la tua, che tu ti chiami A o B. Sei tu e sei un archetipo, che ti piaccia o no è così.

Ti sono stata vicino volentieri, car* X, e lo sai. Ho ascoltato i tuoi sfoghi, cercato di consolarti, cercato di distrarti, cercato di farti vedere le tue potenzialità, di farti pensare ad altro per un momento. Ho cercato di darti la mano e di stringerti quando avevi paura, che tu fossi vicin* o lontan*. Ci ho messo tutta me stessa, ma non l’ho fatto sempre bene né sempre al mio meglio: come sai, io come te sono stata una persona depressa, e non è facile per me ascoltare il tuo nero; mi scrive sulle braccia il segno del ricordo, e calca ogni volta di più e a volte troppo. Lo sai.

Allora è per spiegarti, car* X, perché a volte non rispondo, perché chiudo la porta e me ne vado, che io la sbatta o meno. O che semplicemente scompaia, codarda. Perché, car* X, tu mi chiedi più di quanto io possa darti. Passo generalmente per buona, car* X, ma non lo sono. Ci sono cose che mi sanno rendere molto egoista: il mio istinto di sopravvivenza non mi permette tutta questa bontà che a volte mi si ascrive. Non sono più una persona depressa da ormai tre anni, ma il mio equilibrio è fragile e solo io lo conosco pienamente: so dove finisce, dove vacilla, quanto a volte sembri cadere, cosa fare per non farlo oscillare. So cosa gli fa male, e lo preservo, perché per me è prezioso: è il modo di vivere che mi sono dovuta creare, giusto o sbagliato ha poca importanza.

Allora, car* X, avviene che tu a volte questo equilibrio lo sfasci, e questo non va bene. Io ti sono vicina, ma non al prezzo del mio equilibrio: non potrei, non sarebbe giusto. Non lo fai apposta, me ne rendo conto, ma tu X sei una persona depressa che non vuole uscire dalla campana di vetro.

Quando una persona sta male, può fare tante cose per cercare di guarire: c’è chi va dal medico, chi dallo psicologo, chi parla con un amico, chi fa una passeggiata, chi fa sport, chi scrive, chi si sfoga lavorando a ritmi forsennati, chi si sfoga mangiando, chi piange, chi fa volontariato, chi cede, chi urla, chi comincia una nuova vita, chi fa un viaggio. Ci sono mille altre cose che si possono fare, e sono tutte giuste. Ognuno ha il suo modo, ognuno è giusto per sé. Nessuno è generalizzabile. Io non sono mai stata brava a dare consigli, car* X, perché il mio modo, mi rendo conto, è del tutto peculiare, e non posso dire che vada bene per tutti, neppure per tanti: andava bene, va bene per me, basta. Il mio unico consiglio, car* X, è stato di trovarti il tuo modo, che può essere banale o originale, non importa. Il mio tentativo è stato quello di provare a capire insieme a te quale fosse il modo giusto per te, ma non è detto che avessi ragione io.

Il problema, car*, carissim* X, è che un modo bisogna trovarlo, e tu non vuoi, perché ti è più facile dire che ne hai provato qualcuno e non ha funzionato, ti è più facile dire che va tutto male e che tutto è orribile, che sei orribile, ti è più facile recitarla, la parte della persona orribile, come se lo fossi veramente. Ogni persona depressa fa così come stai facendo tu, perciò non preoccuparti. Preoccupati solo del fatto che da questo stadio bisogna proseguire oltre, e che puoi farlo solo tu, con le tue gambe, a modo tuo. Io, car* X, ho esaurito la mia funzione, ed è per quello, e per scarsissima bontà d’animo (credimi) che ho chiuso la porta.

Car* X, io credo fermamente nella libertà di ognuno di fare ciò che più preferisce. Credo nella libertà di risorgere a modo proprio, ma credo anche nella libertà di andarsene a modo proprio. E credo anche nella libertà di essere semplicemente una persona depressa che passa anni, decenni a lamentarsi della propria condizione di persona depressa, senza avere mai il coraggio o anche solo l’esasperazione, la stanchezza di dire che si vuole provare a uscirne. È tuo diritto, X, morire senza essere mort*, vivere una vita trascinata giorno per giorno e insoddisfazione per insoddisfazione, con qualche breve o lungo lamento di tanto in tanto, a seconda del grado di affinità che riesci a trovare col tuo interlocutore. È tuo diritto fluire senza importi sulla tua mente depressa, è tuo diritto prendere cose nelle mani e lasciarle scorrere fra le dita come sabbia, fino all’ultimo granello che non ti porta via con sé. È tuo diritto essere statua di sale, dagli occhi asciutti come il poeta. È tuo diritto tacere, è tuo diritto non volere essere, eppure per inerzia continuare a essere. È tuo diritto trincerarti dietro ogni difficoltà.

Il mio diritto, X, è di non essere buona.

Quando e se vorrai uscire fuori dal tuo guscio, X, forse potremo ancora parlare, e credo che avremo ancora tante cose da dirci. Ma finché sei lì sotto, X, io sono cattiva, e la porta la chiudo.

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8 pensieri su “Lettera aperta a una persona depressa

  1. Marina Autore articolo

    @Luca: grazie. Non conoscevo quella lettera, te ne ringrazio perché è molto bella. Non amo Busi, ma quella lettera vale veramente la pena di essere letta.
    Mi permetto di riportarne qui un passo, invitando tutti a leggerla per intero:

    «non dimentichi mai che ognuno ha il proprio tumore di memorie, che ne parli o no, e che per lui è di fatto più importante e doloroso di quello di chiunque altro. Purtroppo si sconfigge il dolore – un dolore calloso – solo quando ci si impone di sconfiggerne la malia: non c’è dolore che nella estenuante, crepuscolare reiterazione non diventi dolorismo, comoda àncora per giustificare ogni sbandata, ogni pigrizia mentale, ogni debolezza – ogni egoismo e crudeltà mentale verso il prossimo, infine.»

    @Jacopo: una lettera aperta sono parole private dette in pubblico, scritte per essere lette (anche) dagli altri. Conosci questa poesia di Eliot?
    Può anche non piacere, il mezzo, ma io ci vedo un senso: è a un’universalità che ci si rivolge con una lettera aperta; il destinatario può diventare mero pretesto, benché destinatario sia e resti.

  2. jacopo

    @marina
    si, capisco la funzionalità di una lettera aperta… solo (mio modesto parere, eh, non te la prendere) non mi sembra che quello che hai scritto valesse il pretesto di una lettera aperta. E’ solo la mia opinione, davvero…
    ciao

  3. Marina Autore articolo

    Non me la prendo, Jacopo, ognuno ha le sue idee. Non sono infallibile e non tutto quello che scrivo è bello e giusto.

  4. maresciallo

    Grazie, hai espresso con molto coraggio i sentimenti e sensazioni.
    Me la sono letta volentieri, vivo una situazione molto simile alla Tua… Ed è bene proteggersi. Perché secondo me, se non stiamo o non siamo stati bene anche noi, come possiamo aiutare l’altro? Dobbiamo volerci bene…Perché la libertà di vivere e stare bene è il bene piu’ prezioso che abbiamo…
    Ciao cara.
    In bocca al lupo.

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