La presa di Macallè

Andrea Camilleri, La presa di Macallè, Sellerio, Palermo 2003.

Non avendo mai letto niente di Camilleri prima d’ora, il primo impatto è stato con la lingua. Non è banale e scontato, per una persona non siciliana, riuscire a leggere il siciliano di Camilleri. Io, poi, non ho mai amato particolarmente l’utilizzo del dialetto in letteratura. Perciò, all’inizio, ho fatto un po’ fatica ad entrare nella lettura. Ma dopo le prime pagine passa, e poi diventa quasi inevitabile questo siciliano, che pure è comprensibile. In una recente intervista a Repubblica, l’autore ha detto «per me era perfetto. Di una tal cosa l’italiano serviva a esprimere il concetto, della stessa il dialetto descriveva il sentimento». Pare che sia proprio così: questa lingua esprime il sentimento, molto più di quanto un italiano perfetto sarebbe riuscito a fare. Leggere per credere.

Dopo lo scoglio della superficie, c’è però uno scoglio maggiore, un impatto più forte, che è quello con il contenuto. La presa di Macallè è un libro violentissimo: ne ho letti pochi altri così brutali, e pure gli altri non lo erano in tutto il loro svolgimento, ma solo in alcune parti.

Ambientato in pieno ventennio fascista, all’interno di una famiglia fascistissima, che vive in base ai precetti dell’ideologia fascista e di quella cattolica (proprio così, entrambe si pongono chiaramente come ideologie, e si fa fatica a dire quale sia più fanatica dell’altra). Il protagonista è Michilino, un bambino di soli sei anni, totalmente imbevuto di queste due ideologie: vive un’educazione, una vita quotidiana, che nel suo svolgersi e soprattutto negli esiti sembra più talebana che italiana – non è cosa indifferente pensare che tutto questo noi ce l’avevamo e lo coltivavamo settant’anni fa. A dirla tutta, fa accapponare la pelle, questo pensiero.

L’infanzia di Michilino è violata come peggio non potrebbe essere, non una volta, non da una persona, ma in continuazione, da quasi tutte le persone che lo circondano: dal professore che gli dà lezioni private e intanto lo violenta, alla vedova amica di famiglia che gioca con lui a farsi infilare le mani dentro, alla cugina che né più e né meno si fidanza con lui e lo spinge all’atto sessuale completo. In tutto questo, Michilino, lo ricordo, è sempre un bambino di sei anni, sette alla fine del romanzo. Ma non è solo la violenza del sesso, è anche quella della guerra, dell’esaltazione e virilizzazione della violenza in sé, come atto supremo di forza per schiacciare gli altri, i comunisti in primis. Così che Michilino non solo impara suo malgrado (e senza rendersene conto) a “futtiri”, impara anche a uccidere, e questo invece lo fa assai volentieri. Cercando sempre una scappatoia per non far male a Gesù, come gli hanno insegnato i grandi: ad esempio, uccidere è peccato, certo, ma uccidere un animale no, e siccome i comunisti sono animali, non è peccato ucciderli.

E la violenza, tutta questa violenza, non fa che crescere di pagina in pagina, spronata dall’ideologia fascista e giustificata tramite scappatoie dal fanatismo cattolico. I genitori, in tutto questo, non si accorgono di nulla: a un certo punto il padre capirà che il professore è un pedofilo, ma la sua unica soluzione sarà massacrarlo di botte; per il resto, tutto il resto, non avrà scrupoli di coscienza, preoccupazioni, non se ne accorgerà neanche, il più delle volte.

Fino all’apoteosi finale, al delirio psicopatico di un Michilino febbricitante e ormai completamente pazzo, reso pazzo da tutto l’orrore che è stato costretto a subire.

È davvero esagerato, questo romanzo, completamente fuori misura nella sua rappresentazione del male: sia perché non lascia proprio niente all’immaginazione, sia perché il male diventa così tanto che neppure per un secondo può risultare credibile. Eppure, come dice Salvatore Silvano Nigro nel risvolto di copertina (che non dovete assolutamente leggere, perché racconta tutto il romanzo), lo fa intenzionalmente, e crea così «una parabola grottesca, che va fabulando la tragicità e la normalità abnorme della violenza».

Insomma: mi ha fatto stare molto male. Certe volte è stata dura continuare a leggere. L’ho finito ieri sera e non ho quasi chiuso occhio. Un effetto del genere, finora, me l’aveva fatto soltanto un film, qualche mese fa, sempre sull’infanzia brutalizzata.

Il libro è bellissimo, comunque, a patto che si riesca a uscirne indenni. Non mi sento però di consigliarlo, sinceramente, a meno che non partiate consapevoli di ciò a cui andate incontro.

*

Qualche recensione:

* su RaiLibro
* su Nandropausa
* su Wuz, con le prime righe del romanzo

Qualche brano si può leggere su TecaLibri.

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8 pensieri su “La presa di Macallè

  1. andrea

    gran bella recensione, complimenti. io non ho mai letto camilleri, non mi ha mai attirato, prima o poi dovrò colmare la lacuna!

  2. Marina Autore articolo

    Non so se questo sia il libro migliore per iniziare a leggere Camilleri… però è sicuramente notevole. Neanche a me aveva mai attirato, in effetti: questo l’ho letto per dovere.

  3. pattybruce

    Ormai Camilleri lo conosco come le mie tasche, e avendo sposato un uomo di origini mezze siciliane, questo dialetto lo conosco abbastanza (dopo 27 anni) da non avere alcuna difficoltà. Certo che se tu avessi affrontato questo autore leggendo prima i romanzi storici, l’impatto sarebbe stato molto meno traumatico e l’avresti apprezzato di più.

  4. Marina Autore articolo

    @Patty: forse non si è capito, a dire la verità mi è piaciuto molto! Comunque, anche questo viene considerato un romanzo storico… perlomeno, l’argomento del corso è proprio il romanzo storico, e questo era fra i libri in bibliografia.

  5. pattybruce

    Curiosa però questa scelta all’interno di un corso sul romanzo storico. Avrei visto meglio “La bolla di componenda”, “La stagione della caccia” o “Il birraio di Preston”.

  6. Marina Autore articolo

    Boh, sinceramente non conoscendo i romanzi che citi non saprei dire… comunque effettivamente è storico anche questo…

  7. Adrienne

    Splendida recensione; poco o nulla da aggiungere, hai detto tutto ciò che vi era da dire in merito al romanzo.
    Ho letto questo libro quattro anni fa e, al di là delle temetiche fortissime e della “mano” cruda e priva di qualsivoglia eufemismo che accompagna il lettore lungo la parabola delle vicende, confermo il mio sincero apprezzamento per l’opera. Descrive, mostra, accompagna, sintetizza la banalità e l’assurdità del Male.

  8. Pingback: [Incipit] La presa di Macallè | Sonnenbarke

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