La briscola in cinque

Uno spunto di lettura veloce e in ritardo, causa influenza. Un libriccino breve, leggero e divertente, che non ha impegnato troppo la mia testolina febbricitante.

*

L’unica cosa piacevole di un giorno di metà agosto, alle due di pomeriggio precise, quando uno respira aria liquida e tenta di non pensare che alla cena mancano ancora sei o sette ore, è andare con qualche amico al bar a prendere qualcosa.
Ci si siede ai tavolini all’aperto, si sistemano bene i pantaloni dal cavallo bagnato da strizzare, si svapora dieci secondi e poi si ritorna magicamente in sé; il più in forma del club va dentro, al banco, a ordinare perché il barista scorgendovi vi ha guardato con odio e adesso sta lavando i bicchieri (o meglio, il bicchiere: lo stesso da cinque minuti) e quindi, se qualcuno non va dentro a ordinare, addio.
L’importante però è che ci sia la brezzettina.
Quel filino di vento della giusta intensità, che solleva lievemente la camicia dalla pelle, ti conta dolcemente le vertebre e ti rinfresca i vani tra le dita dei piedi a cui la ciabatta infradito di plastica ha dato finora ben poco sollievo, ma talmente delicato da non scompigliarti il riporto. L’aroma iodato della brezza marina ti dischiude le narici, ti convince a respirare e quando l’eroe che ha fatto le veci del cameriere ritorna, con la roba da bere e le carte, l’umore è tornato sereno e il pomeriggio, rispetto a prima, si è accorciato un bel po’.
Queste cose sono piacevoli a vent’anni: a ottanta sono il sale della vita.

Il gruppetto fuori dal BarLume, nel pieno centro di Pineta, è di quattro vecchietti belli arzilli, del tipo comune da queste parti; i due partiti concorrenti, costituiti dai vecchi con bastone e nipotino e dalle vecchie che fanno la calza sull’uscio, non sono numericamente all’altezza e se ne vedono sempre meno in giro.
Alle mai troppo vituperate soglie del Duemila, Pineta è diventata località balneare di moda a tutti gli effetti, e quindi la Pro Loco sta inesorabilmente estinguendo le succitate categorie rivoltandogli contro l’architettura del paese: dove c’era il bar con le bocce hanno messo un discopub all’aperto, in pineta al posto del parco giochi per i nipoti si è materializzata una palestra da body-building all’aperto, e non si trova più una panchina, solo rastrelliere per le moto.
I quattro devono essere piuttosto amici, a giudicare da come stanno litigando: tre sono assisi con dignità papale sulle poltroncine di plastica, uno è in piedi con un vassoio con sopra un mazzo di carte, un fernet, una birra e una sambuca con la mosca. Uno di quelli seduti si dimena come un tarantolato.
Evidentemente, manca qualcosa.

– E il caffè?
– Non me l’ha fatto.
– Non te l’ha fatto? E perché?
– Dice che è troppo caldo.
– Ma saranno cazzi mia se è troppo caldo o no per bere il caffè? Già che c’è quel cauterio della mi’ figliola a contammi le sigarette, ora anche il barrista ci si mette a preoccupassi della mi’ salute? Ora mi sente!!
Ampelio Viviani, anni 82, ferroviere in pensione, discreto ex ciclista dilettante e incontestato trionfatore della gara di moccoli introdotta (ufficiosamente) all’interno della festa dell’Unità di Navacchio per ventisei anni consecutivi dal 1956, si alza fieramente con l’ausilio del bastone e si dirige garibaldino verso il bar.
– Guardalì com’è partito stavolta, sembra Ronaldo!
– Per come regge il bastone?

Giunto al bancone del bar, si rivolge al barista a bastone spianato:
– Massimo, fammi il caffè.
Massimo ha la testa china sul lavandino, sul quale sta affettando dei limoni e questa operazione sembra assorbirlo totalmente, come un monaco buddista in meditazione. Nello stesso modo ascetico risponde:
– Niente caffè. Troppo caldo ora. Dopo. Forse.
– Sentimi bene, palle, io ho fatto la guerra in Abissinia e te credi che qui sia troppo caldo per bermi il caffè?
Sempre a testa china, Massimo ribatte:
– Non è troppo caldo per berlo. È troppo caldo per farlo. Tu davvero vorresti mettermi lì davanti a quel bagno turco a sudare come un bove? Per un misero, striminzito caffè che non mi verrebbe nemmeno tanto buono, con tutta quest’umidità? Prenditi un bel tè freddo, te lo offro io.
– Il tè freddo, mmm! Se volevo stare male restavo a casa con la tu’ nonna a guarda’ Michelecucuzza! Io in questo barre ‘un ci vengo più.
Massimo alza la testa, finalmente.
È sulla trentina, capelli ricci, barba; un aspetto vagamente arabeggiante, accentuato dal camicione da pirata lungo fino alle ginocchia miracolosamente immune da aloni di sudore. Ha lo sguardo obliquo, imbronciato. Alza un attimo gli occhi al cielo, brevemente, non in modo teatrale. Poi, con lo sguardo nuovamente sui limoni, risponde:
– Guarda, nonno, che questo è l’unico bar di tutta Pineta dove ti sopportano, e questo unicamente perché è mio. Indi per cui se vuoi il caffè aspetti due o tre ore, tanto a lavorare te non ci vai.
– Dammi una grappa, accidenti alla mi’ figliola.

Da: Marco Malvaldi, La briscola in cinque, Sellerio, Palermo 2007.

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4 pensieri su “La briscola in cinque

  1. Marina Autore articolo

    Allora, il libro me l’ha consigliato Roberto come regalo di compleanno per mia mamma, e poi io l’ho fregato a lei! Scusate l’enfasi, ma il ragazzo ci tiene 🙂

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