Cristo

Fuor dalle membra il caldo sangue a rivi
ti scorrea, lacerava le divine
tempie il tormento di pungenti spine:
ti parea di morire e non morivi.

Con gli occhi in te confitti, genuflessa
tua madre stava appiè dell’alta corce;
la sciagurata non avea più voce,
né respiro, né pianto, e intorno ad essa

tumultuava senza fin l’oscena
turba, brïaca di delitto: obliqua
per i colli, dal pian, chiudea l’iniqua
città di Giuda l’esecrabil scena.

Fumava il sol caliginoso ed atro
nel bronzeo cielo; esterrefatta e muta
stava la terra; ed alla tua veduta
s’apria come un funereo teatro

l’età futura, e travedevi arcane
fughe di tempi, e magistero occulto
d’indomabili posse, ed il tumulto
e la ruina delle cose umane.

E trïonfar menzogna, e infami gioghi
vedevi al mondo impor da’ tuoi vicarii,
e nel tuo nome benedir sicarii,
e nel tuo nome dar le vampe ai roghi.

Correr l’iniquità la terra e il mare,
ed invocare a suo presidio il cielo;
la tua croce schernita, e il tuo Vangelo
fatto insgena e blason di lupanare.

T’ingiurïava dai cadenti clivi
il volgo di vendetta ancor non sazio;
ma tu l’ingiuria vil, ma tu lo strazio
di tue misere carni non sentivi;

ché un’angoscia più grave, un duol più rio,
qual giammai non s’accolse in mortal petto,
ti strinse il cor, t’avvinse l’intelletto,
ed esclamasti: O padre, o padre mio,

per tal d’abietti e di codardi schiavi
nefando gregge ho il sangue mio versato?
questo scempio cui giova? e reclinato
sul petto il capo l’anima esalavi.

Da: Arturo Graf, Medusa, Mucchi Editore, Modena 1990.

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