Macbeth

Johann Heinrich Füssli Lady Macbeth with the Daggers, 1812

Johann Heinrich Füssli "Lady Macbeth with the Daggers", 1812

Act I, Scene VII

[A room in the castle.]

Hautboys and torches. Enter, and pass over the stage, a Sewer, and divers Servants with dishes and service. Then enter Macbeth.

Macbeth. If it were done, when ‘tis done, then ‘twere well
It were done quickly: if th’assassination
Could trammel up the consequence, and catch
With his surcease success; that but this blow
Might be the be-all and the end-all – here,
But here, upon this bank and shoal of time,
We’d jump the life to come. – But in these cases,
We still have judgment here; that we but teach
Bloody instructions, which, being taught, return
To plague th’inventor: this even-handed Justice
Commends th’ingredience of our poison’d chalice
To our own lips. He’s here in double trust:
First, as I am his kinsman and his subject,
Strong both against the deed; then, as his host,
Who should against his murtherer shut the door,
Not bear the knife myself. Besides, this Duncan
Hath borne his faculties so meek, hath been
So clear in his great office, that his virtues
Will plead like angels, trumpet-tongu’d, against
The deep damnation of his taking-off;
And Pity, like a naked new-born babe,
Striding the blast, or heaven’s Cherubins, hors’d
Upon the sightless couriers of the air,
Shall blow the horrid deed in every eye,
That tears shall drown the wind. – I have no spur
To prick the sides of my intent, but only
Vaulting ambition, which o’erleaps itself
And falls on th’other –

Enter Lady Macbeth.

How now! what news?

Lady Macbeth. He has almost supp’d. Why have you left the chamber?

Macbeth. Hath he ask’d for me?

Lady Macbeth. Know you not, he has?

Macbeth. We will proceed no further in this business:
He hath honour’d me of late; and I have bought
Golden opinions from all sorts of people,
Which would be worn now in their newest gloss,
Not cast aside so soon.

Lady Macbeth. Was the hope drunk,
Wherein you dress’d yourself? Hath it slept since?
And wakes it now, to look so green and pale
At what it deed so freely? From this time
Such I account thy love. Art thou afeard
To be the same in thine own act and valour,
As thou art in desire? Would’st thou have that
Which thou esteem’st the ornament of life,
And live a coward in thine own esteem,
Letting ‘I dare not’ wait upon ‘I would,’
Like the poor cat i’th’adage?

Macbeth. Pr’ythee, peace.
I dare do all that may become a man;
Who dares do more, is none.

Lady Macbeth. What beast was’t then,
That made you break this enterprise to me?
When you durst do it, then you were a man;
And, to be more than what you were, you would
Be so much more the man. No time, nor place,
Did then adhere, and yet you would make both:
They have made themselves, and that their fitness now
Does unmake you. I have given suck, and know
How tender ‘tis to love the babe that milks me:
I would, while it was smiling in my face,
Have pluck’d my nipple from his boneless gums,
And dash’d the brains out, had I so sworn
As you have done to this.

Macbeth. If we should fail?

Lady Macbeth. We fail?
But screw your courage to the sticking-place,
And we’ll not fail. When Duncan is asleep
(Whereto the rather shall his day’s hard journey
Soundly invite him), his two chamberlains
Will I with wine and wassail so convince,
That memory, the warder of the brain,
Shall be a fume, and the receipt of reason
A limbeck only: when in swinish sleep
Their drenched natures lie, as in a death,
What cannot you and I perform upon
Th’unguarded Duncan? what not put upon
His spongy officers, who shall bear the guilt
Of our great quell?

Macbeth. Bring forth men-children only!
For thy undaunted mettle should compose
Nothing but males. Will it not be receiv’d,
When we have mark’d with blood those sleepy two
Of his own chamber, and us’d their very daggers,
That they have done’t?

Lady Macbeth. Who dares receive it other,
As we shall make our griefs and clamour roar
Upon his death?

Macbeth. I am settled, and bend up
Each corporal agent to this terrible feat.
Away, and mock the time with fairest show:
False face must hide what the false heart doth know.        [Exeunt.

*

Atto I, Scena VII

Il castello.

Suono d’oboe e torce. Entrano e attraversano la scena un Uffiziale di mensa, e numerosi Servitori con piatti e vivande. Poi entra Macbeth.

Macbeth. Se tutto fosse finito, quando fosse fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto. Se l’assassinio potesse accalappiar tutte le conseguenze, e attingere, con la loro estinzione, al successo, così che il vibrar questo colpo potesse essere insieme l’inizio e il compimento del mio atto… qui, qui soltanto, su questo banco di sabbia del tempo, noi correremo pure il rischio di gettarci nella vita da venire. Ma in consimili casi, abbiamo sempre da subire una sentenza anche qui; giacché altro non facciamo se non insegnare opere di sangue, le quali, una volta insegnate, si ritorcono a dannare il maestro. Questa ingiustizia dalle mani imparziali offre gl’ingredienti mescolati nel calice avvelenato alle nostre stesse labbra. Egli si trova qui facendo assegnamento su una duplice fiducia: in primo luogo, perch’io son suo parente e suo suddito, e queste sono entrambe forti ragioni contrarie all’azione; e poi perch’io sono il suo ospite, che dovrebbe sbarrare l’ingresso al suo assassino, e non brandire il coltello egli medesimo. Senza contare che questo Duncan ha esercitato i suoi poteri con tanta mitezza ed è stato così equanime nel suo alto ufficio, che le sue virtù, simili ad angeli dalla voce di tromba, invocheranno la più grave condanna per la sua soppressione; e la pietà, come un bambinello ignudo appena nato, a galoppo attraverso l’uragano, o i cherubini del cielo, in arcione agli invisibili corsieri dell’aria, soffieranno l’orrendo misfatto dinanzi agli occhi di tutti, così che le lagrime affogheranno il vento. Io non ho altro sprone da cacciare nei fianchi del mio disegno, se non quello dell’ambizione, che salta in sella con un balzo trroppo lungo e cade dall’altra parte.

Entra Lady Macbeth.

Ebbene? Quali novità?

Lady Macbeth. Ha quasi finito di cenare. Perché sei uscito dalla stanza?

Macbeth. Ha chiesto di me?

Lady Macbeth. Non lo sai forse?

Macbeth. Non procederemo oltre, in quest’impresa. Fino a un momento fa, mi ha colmato d’onori. E mi sono acquistato una reputazione preziosa come l’oro presso ogni sorta di gente, la quale dovrebb’esser piuttosto indossata ora, che splende del suo più nuovo lustro, anziché riposta così presto in un canto.

Lady Macbeth. Era forse ubriaca la speranza di cui t’eri rivestito? Ha forse dormito tutto questo tempo? Ed ora si risveglia per riguardare così verde, smunta e pallida a quel che dianzi aveva divisato così facilmente? D’ora in poi terrò il tuo amore nello stesso conto. Hai paura, forse, d’essere, nelle azioni e nel coraggio di compierle, pari ai tuoi stessi desiderii? Vorresti forse aver quel che stimi come il più splendido ornamento della vita, e vivere da vigliacco nella stima di te stesso permettendo che il «non oso» stia al servizio dell’«io vorrei», come il povero gattino dell’adagio?

Macbeth. Taci, te ne prego. Mi basta il coraggio di far tutto quello che si conviene a un uomo: chi osa far di più, non è tale.

Lady Macbeth. E qual bestia, allora, fu quella che t’indusse a confidarmi quest’impresa? Quando avevi tutt’intero il coraggio di compierla, allora sì che eri un uomo; e se fossi più di quel che eri, tanto più saresti ora un uomo. Né il tempo, né il luogo eran favorevoli, allora, e nondimeno avresti voluto renderli tali entrambi: lo son diventati, e da soli, adesso, e il fatto che lo siano, ecco, ti fa perdere il coraggio. Ho allattato, e so quanta tenerezza si provi nell’amare il bambino che succhia il latte: e tuttavia, proprio mentr’egli si fosse rivolto in su a sorridermi, avrei strappato il mio capezzolo dalle sue gengive senza denti, e gli avrei fatto schizzar fuori il cervello, se l’avessi giurato, così come tu hai giurato di far questo.

Macbeth. E se non riuscissimo?

Lady Macbeth. Non riuscire? Ma avvita il tuo coraggio a un valido sostegno, e riusciremo. Quando Duncan sia addormentato – così com’è ragionevole che il faticoso viaggio di stamane lo induca a far profondamente -, riuscirò a sopraffare col vino e con la crapula i suoi due gentiluomini di camera, al punto che la memoria, il guardiano del cervello, sarà soltanto una nebbia, e il ricettacolo della ragione, sarà un semplice alambicco. Quando la loro natura sarà affogata in un sonno bestiale, simile alla morte, che cosa non potremo compiere, tu ed io, su Duncan indifeso? e che cosa non potremo addossare su quelle spugne d’uffiziali, che porteranno su di loro la colpa del nostro grande eccidio?

Macbeth. Genera solo figli maschi. Perché la tua tempra indomabile dovrebbe formar soltanto uomini. E quando avremo segnato di sangue quei due che dormono nella sua stanza, avremo usato le loro spade medesime, non si dovrà credere, forse, che siano stati proprio loro a compiere il delitto?

Lady Macbeth. E chi oserà credere altrimenti, se saremo noi stessi a ruggire, con alti clamori, il nostro dolore per la sua morte?

Macbeth. Ho deciso, ed ora tendo ogni mia facoltà materiale a questa terribile azione. Andiamo, ed inganniamo il momento mostrandoci lieti in volto. Un volto sleale deve pur nascondere quel che conosce uno sleale cuore.          [Exeunt.

Da: William Sakespeare, Macbeth (tit. originale Macbeth), Rizzoli, Milano, 1980, traduzione e cura di Gabriele Baldini.

*

Qui si può leggere l’intera tragedia in italiano.
Qui si può scaricare in inglese.
Per approfondire suggerisco il libro Macbeth. Dal testo alla scena, a cura di Mariangela Tempera, CLUEB, 1982.
Inoltre consiglio vivissimamente il film di Roman Polanski.
Infine, per chi fosse interessato, sappiate che la Compagnia Lavia Anagni sta portando in giro il suo Macbeth per la regia di Gabriele Lavia. Per qualche motivo, sul sito della compagnia lo spettacolo non è presente e non riesco a trovare le date da nessuna parte, comunque, per chi è in zona, sarà a Firenze, al Teatro della Pergola, dal 5 al 10 maggio.

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Un pensiero su “Macbeth

  1. Thorsten

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