Takla Makan

[Due fratelli, Florian e l’altro significativamente senza nome. Il primo fa “l’avventuriero”, che in realtà è un’altra cosa, comunque è uno di quei personaggi che vive di imprese estreme tipo scalare le montagne più alte del mondo, attversare deserti inospitali, ecc. Suo fratello fa l’infermiere. Non potrebbero essere più diversi. E praticamente non si conoscono. Un giorno Florian chiede a suo fratello di accompagnarlo nell’avventura più rischiosa della sua vita, attraversare il Takla Makan a piedi, il deserto più inospitale del mondo.]

Florian ha dieci anni più di me e mentre io lentamente cominciavo a capire come va il mondo, lui era già andato via di casa. Quando io iniziavo la scuola per infermieri, lui aveva già marciato attraverso il Gobi, percorso a piedi l’Alaska, circumnavigato in kayak Capo Horn e sorvolato in mongolfiera le Ande. In collegio il mio vicino di stanza mi metteva sul tavolo le riviste che riportavano le imprese di Florian e poi voleva sapere tutto di lui. Ma cosa avrei potuto raccontargli?

E adesso partiamo, insieme. Tre mesi fa Florian mi telefona da New York e come un fulmine a ciel sereno mi chiede se voglio attraversare con lui il Takla Makan. Ero seduto nella sala infermieri del reparto chirurgico, quando è entrata la caposala tutta agitata. Ti vogliono al telefono, e poi a voce alta, in modo che tutti sentissero: Florian Stocker dall’America!
Devi assolutamente attraversare il Takla Makan con me, disse Florian. Non puoi dire di no, non puoi farmi questo.
Perché io, chiesi.
Per un attimo la linea rimase muta ed io sentii il respiro di Florian nella sua stanza d’hotel a New York.
Perché sei mio fratello, e perché voglio che sia così, disse poi, e perché sono certo che sarà una sfida per te. Non dimenticare che siamo fatti della stessa pasta.
Esitavo e lui se ne accorse. Florian sa argomentare con maestria, e mentre cercava di convincermi io disegnavo ometti sulla copia di una cartella clinica che si trovava sul tavolo, davanti a me; un caso disperato.
Senti, dissi a Florian, dammi un paio di giorni per pensarci. Non potevo dire semplicemente sì, anche se già sapevo che alla fine ci sarei andato, avevo bisogno di più tempo.
Ti richiamo tra due giorni, disse Florian.

Tra due giorni quindi. Forse glielo dirò a Florian prima o poi, chissà come ci si parla nel deserto, gli dirò che non era stata la sua retorica a farmi decidere di seguirlo nel Takla Makan. Era stata piuttsto una frase nella cartella che si trovava sul tavolo, una parola che mi era saltata addosso proprio mentre stavo esitando. Chissà se riuscirà a capire ciò che neppure a me è chiaro? Cosa mai può avere a che fare l’espressione aspettativa di vita, letta sulla prognosi di un estraneo, con la mia decisione di attraversare a piedi un deserto dell’Asia?

Florian comincia ogni frase con la parola io. Siamo seduti al bar dell’ospedale e sia i pazienti che i visitatori lo fissano sfacciatamente. Io, dice Florian, ho preparato più di una spedizione, puoi affidarti a me completamente. Un paziente in pigiama e vestaglia si sta avvicinando al nostro tavolo. Ma lei non è Florian Stocker? Sì, sono io, risponde Florian, alzando lo sguardo verso l’uomo che non sa più che cosa dire. No, volevo solo sapere, mi scusi, balbetta, indietreggiando rosso in viso. La scena mi imbarazza, qui nel mio ospedale! Florian invece dice: io ci sono abituato, sai quante volte mi è già successo.
Non sono mai stato nel deserto, neppure in Algeria, dove molti dei miei colleghi passano le vacanze di Natale. Il mio deserto sono i corpi aperti dei pazienti, il groviglio di tubicini ai quali sono attaccati, le bende inzuppate di sangue, le padelle e le buste di urina, ecco come attraverso ogni giorno il deserto, io. E dopo otto ore, eccomi nella savana, nella steppa, dove ci sono di nuovo esseri umani. Ora però mi aspetta il deserto vero, il Takla Makan e mio fratello. Un mese e mezzo a piedi attraverso la terra di nessuno. Un mese e mezzo di solitudine con uno che è mio fratello.

Da: Sepp Mall, La sfida del vuoto, Fernandel, Ravenna 2005. Traduzione di Sonia Sulzer.

Il libro è composto da due racconti: “Fratelli”, da cui è tratto questo estratto, e “La diga”. Entrambi ruotano attorno al tema dell’incomunicabilità. Il primo è diviso in due parti legate tra loro. I punti di vista dei due fratelli sono alternati: entrambi svolgono il ruolo di narratore, alternativamente.

Notate i tag che ho messo a questo spunto di lettura: Sepp Mall è uno scrittore italiano, per la precisione altoatesino, ma scrive in tedesco, sua lingua materna.

I germanofoni possono leggere qui, dove trovano anche alcune poesie dell’autore.

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