Buon lavoro

Federico Platania, Buon lavoro. Dodici storie a tempo indeterminato, Fernandel, Ravenna 2006.

Questo libro d’esordio del romano Federico Platania, si presenta come una raccolta di dodici racconti legati tra loro dal filo rosso dell’ambitissimo lavoro a tempo indeterminato. Come a voler dire, provocatoriamente fin dal titolo (un augurio che sembra una sarcastica presa in giro, dopo aver letto il libro), che questo agognato tempo indeterminato non è quel paradiso che ci si aspetta. Anzi, assomiglia molto a un girone infernale.

Il libro è diviso in tre parti: nella prima si parla dell’entrata nel mondo dell’indeterminato, nella seconda della condizione di esservi già ben dentro da un po’, nella terza dell’uscita. Per cui il libro si presenta come una sorta di viaggio all’inferno, solo andata.

Ma perché inferno? Perché le situazioni descritte sono claustrofobiche, ossessive e ossessionanti, alienanti sopra ogni cosa. Un mondo dove niente funziona, dove ognuno contraddice l’altro con estrema certezza di ciò che dice, dove comunicare è impossibile, dove tutto è sporco e sembra destinato a cadere a pezzi da un momento all’altro.

L’incomunicabilità è il topos che ritorna ossessivamente per tutto il libro, senza lasciare scampo, senza concedere neppure un attimo di tregua per respirare. Stilisticamente trasposta, in maniera pressoché perfetta, in dialoghi da teatro dell’assurdo – e non si può non pensare a Beckett, specie se si considera che Platania è il webmaster del bellissimo sito italiano su Beckett. L’influenza è evidente, ma non si riduce affatto a sterile imitazione, anzi secondo me i dialoghi di Buon lavoro possono anche essere letti come un omaggio al maestro irlandese.

Altrettanto chiara è l’influenza di Kafka, con le sue situazioni angoscianti e claustrofobiche.

La follia del quotidiano, dove non si sa perché accade ciò che accade, né se accada effettivamente qualcosa, né cosa mai, eventualmente, dovrà accadere.

E questo quotidiano altro non è che quel lavoro a tempo indeterminato che sembra essere quasi scomparso dal nostro paese. Leggendo questi racconti, verrebbe quasi da tirare un sospiro di sollievo.

Una notazione anche per il ritmo incalzante della prosa, caratterizzata da periodi brevissimi che la rendono spezzata, come se procedesse a scatti. Ottima strategia per rendere l’assurdità delle situazioni rappresentate e l’alienazione dei personaggi.

Una lettura consigliatissima.

Per approfondimenti:

* la pagina dedicata al libro sul sito della casa editrice Fernandel

* la pagina sul sito dell’autore (entrambe comprendono una vasta rassegna stampa delle recensioni)

* il sito della casa editrice

* una lettura di Luca Tassinari

Quest’anno è uscito, sempre per Fernandel, il secondo libro di Federico Platania, Il primo sangue.

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2 pensieri su “Buon lavoro

  1. Denise

    Mi fa sempre una strana impressione sentir parlare di “inferno” riguardo al lavoro a tempo indeterminato. Sarà perché sono in un settore, quello editoriale, in cui molti, io compresa, vivono “l’inferno della precarietà”. Non dubito che ci sia chi detesti il proprio posto a tempo indeterminato e finisca per scegliere altre strade, ma alla base della sua propensione finale verso tipologie lavorative “più libere” c’è, appunto, la possibilità di scelta, cosa che a molti è negata. E in questi periodi di crisi chissà se considera ancora infernale un posto a tempo indeterminato…

  2. Marina Autore articolo

    Ciao Denise!

    In effetti Platania offre un punto di vista sul mondo del lavoro decisamente anomalo, che di primo acchito fa sicuramente una certa impressione, e credo che potrebbe anche far arrabbiare o far sentire preso in giro qualche precario…

    Ma dovresti leggere questi racconti, parlano di situazioni davvero infernali e claustrofobiche, che tolgono tanto più l’aria in quanto sono presentate come “a tempo indeterminato”, e quindi a vita.

    Io, personalmente, ti posso dire che ho visto delle persone, pur se con posto fisso, (parlo di tempi recenti) andare via da un giorno all’altro sbattendo la porta di fronte a situazioni che reputavano insostenibili…

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