Una solitudine troppo rumorosa

Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti, e così in questi trentacinque anni mi sono connesso con me stesso e col mondo intorno a me, perché io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che mi sta non soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola nelle vene fino alle radicine dei capillari. Così in un solo mese presso in media venti quintali di libri, ma per trovar la forza per questo mio benedetto lavoro, allora in questi trentacinque anni ho bevuto tanta birra che questa lager formerebbe una piscina da cinquanta metri, un parco di peschiere per le carpe di Natale. Così contro la mia volontà sono diventato saggio e sto adesso accertando che il mio cervello è fatto di pensieri lavorati alla pressa meccanica, di pacchi d’idee. Una noce di Cenerentola è la mia testa, alla quale i capelli sono bruciati e io so come dovevano essere ancora più belli i tempi in cui tutto il pensiero era iscritto soltanto nella memoria umana, quella volta se qualcuno avesse voluto pressare libri avrebbe dovuto pressare teste umane, ma anche questo non sarebbe servito a nulla, perché i pensieri veri provengono da fuori, accanto all’uomo sono come i tagliolini in una gavetta, sicché i Koniáš* di tutto il mondo vanamente bruciano libri, e quando quei libri hanno registrato qualche cosa che vale, si sente solo la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori.

* Antonín Koniáš (1691-1760), imperialregio gesuita censore, che durante la ricattolicizzazione forzata del Regno di Boemia riuscì a far bruciare circa trentamila libri, cristiani, ma non cattolico-romani.

Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, Einaudi, 1999, traduzione e cura di Sergio Corduas.

*

Per questa settimana vi lascio con l’incipit di questo bel libro, che dovrei rileggere anch’io. Domani me ne vado a Roma.

Nel frattempo, vi segnalo che la meritevole Fondazione Roberto Franceschi ha ripreso un mio articolo precedentemente apparso sul blog dei Sognatori.

Infine, ho appena appreso con piacere che Neri Pozza ha pubblicato in traduzione italiana il romanzo Le nigeriane di Chika Unigwe (il titolo originale era Fata Morgana). Ho letto online diversi racconti di questa autrice nigeriana trasferitasi in Belgio, e la trovo di gran talento.

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