Pentesilea

Questa settimana vi voglio proporre la Pentesilea di Kleist. Non mi è piaciuta la prima volta che l’ho letta, l’ho trovato eccessiva. Poi l’ho riletta e l’ho capita un po’ meglio, e l’ho apprezzata un po’ di più.

È una tragedia scritta nel 1806-07, pubblicata nel 1808. Contrariamente alla tradizione, che vuole Pentesilea ferita a morte da Achille, il quale si innamora di lei, nella versione di Kleist è Pentesilea a uccidere Achille, di cui è innamorata, ricambiata. Ma non lo uccide soltanto: lo sbrana.
Secondo la loro legge, le Amazzoni non possono scegliersi l’uomo che vogliono, ma devono avere colui che sconfiggeranno in battaglia. Pentesilea, invece, vuole Achille: glielo aveva profetizzato la madre morente, e lei se ne innamora non appena lo vede sul campo di battaglia. Lo insegue, ma sarà lei ad essere sconfitta, e questo un’Amazzone non può accettarlo, è contrario alla legge. Per questo Achille la sfiderà di nuovo, folle d’amore (viene dipinto come piuttosto idiota, tra l’altro), deciso a farsi sconfiggere per poterla avere. Ma Pentesilea non capisce il gioco di Achille, è pazza ormai, lo affronta con un seguito apocalittico, cani, elefanti, carri falcati. Lo colpisce con una freccia. E lo sbrana, insieme alle sue cagne, cagna lei stessa. In seguito, in stato confusionale, non si ricorderà di averlo fatto e saranno le Amazzoni a dirglielo, a malincuore.

Questa la trama in poche parole, ma la tragedia va letta, perché la scrittura di Kleist è sublime, a prescindere dal fatto che il dramma in sé piaccia o meno.

Un atto unico in 24 scene. Irrappresentabile, praticamente: cinematografico ante litteram, più che teatrale.

Riporto un frammento dell’ultima scena, dialogo fra le Amazzoni e la loro regina Pentesilea, pochissime battute prima della conclusione. In italiano, in traduzione di Enrico Filippini per la Collezione di teatro della Einaudi, e poi in tedesco, per i pochi germanofoni che passano di qui. In traduzione perde molto, la lingua di Kleist è vibrante, forte.
Da poco è uscita una nuova traduzione, di Paola Capriolo, per la Marsilio, negli Elfi, la collana di classici tedeschi (con testo a fronte) diretta da Maria Fancelli. Non ho avuto modo di leggerla, ma dicono che sia ottima. Con prefazione-riscrittura di Rossana Rossanda e note di Claudia Vitale.

La descrizione del suicidio di Pentesilea è, secondo me, spettacolare, forse la parte che ho preferito dell’intero dramma. La regina delle Amazzoni si suicida con le metafore.

*

Pentesilea … Così, è stato un errore. Amore, orrore: fa rima, e chi ama di cuore può scambiare l’uno con l’altro.
Meroe Aiutatela, dèi immortali!
Protoe (prendendola per un braccio) Andiamo!
Pentesilea Lasciami, lasciami! (Si libera e si lascia cadere sulle ginocchia davanti alla salma) Tu, più sfortunato di tutti gli uomini, tu mi perdoni! Mi sono, per Artemide, sbagliata nel parlare, perché non so dominare il labbro impetuoso; ma adesso ti dico chiaramente ciò che intendevo: questo, mio amato, e nient’altro. (Lo bacia).
Gran sacerdotessa Portatela via!
Meroe Perché lasciarla qui?
Pentesilea Quante, attaccate al collo dell’amante, ripetono di continuo queste parole: che l’amano, oh, l’amano così tanto, che per amore potrebbero anche mangiarlo; e dopo, ripensando alla parola, le pazze! scoprono di essere sazie fino alla nausea. Vedi, mio amato, per me non fu così. Guarda: quando io mi avvinghiai al tuo collo, lo feci davvero, nel senso autentico della parola; non ero così pazza come sembravo.
Meroe È spaventoso! Ma cosa dice?
Gran sacerdotessa Tenetela! Portatela via!
Protoe Vieni, mia regina!
Pentesilea (si lascia sollevare) Va bene; va bene. Sono qui.
Gran sacerdotessa E ci segui?
Pentesilea Voi no! – Tornate a Temiscira, e siate felici, se potete. – Soprattutto la mia Protoe. Voi tutte… E… in confidenza, una parola, che nessuno senta: le ceneri di Tanai, disperdetele nell’aria.
Protoe E tu, mia sorella carissima?
Pentesilea Io?
Protoe Tu!
Pentesilea … Ti dirò, Protoe, mi sciolgo dalla legge delle donne e seguo questo giovane.
Protoe Come, mia regina?
Gran sacerdotessa Infelice!
Protoe Vuoi…
Gran sacerdotessa Pensi…
Pentesilea Che cosa? Ah, certo!
Meroe Oh, cielo!
Protoe Lascia, sorella cara, che ti dica una parola… (Cerca di toglierle il pugnale).
Pentesilea E allora, che cosa? – Che cosa cerchi nella mia cintura? – Ah, ecco. Aspetta! Subito! Non ti capivo… Ecco il pugnale. (Si toglie il pugnale dlla cintura e lo consegna a Protoe) Vuoi anche le frecce? (Si toglie dalla spalla la faretra) Guarda, ti vuoto tutta la faretra! (Scuote le frecce davanti ai suoi piedi) Certo, da un lato sarebbe attraente. (Raccatta alcune frecce) Perché questa… no…? O è stata questa…? Ah, questa…! Giusto. Che importa! Su! Prendile! Portatele via, tutte queste frecce! (Raccoglie l’intero fascio e lo consegna a Protoe).
Protoe Dammi.
Pentesilea Perché adesso mi calo nel mio petto, come in un pozzo, e per me scavo, freddo come minerale, un sentimento annichilente. E questo minerale, lo tempro nella brace del dolore, duro come l’acciaio; e poi lo imbevo da cima a fondo del veleno rovente e corrosivo del rimorso; lo pongo sull’incudine eterna della speranza e lo trasformo in un pugnale affilato e appuntito; a questo pugnale, adesso, porgo il mio petto: così! Così! Così! Così! E ancora!… Adesso è fatto! (Cade e muore).

Heinrich von Kleist, Pentesilea, Einaudi, 1989. Traduzione di Enrico Filippini.

*

Penthesilea – So war es ein Versehen. Küsse, Bisse,
Das reimt sich, und wer recht von Herzen liebt,
Kann schon das eine für das andere greifen.
Meroe Helft ihr, ihr Ew’gen, dort!
Prothoe (ergreift sie)                    Hinweg!
Penthesilea                                                  Lasst, lasst!
(Sie wickelt sich los, und lässt sich auf Knieen vor der Leiche nieder.)
Du ärmster aller Menschen, du vergibst mir!
Ich habe mich, bei Diana, bloß versprochen,
Weil ich der raschen Lippe Herr nicht bin;
Doch jetzt sag ich dir deutlich, wie ich’s meinte:
Dies, du Geliebter, war’s, und weiter nichts.
(Sie küsst ihn.)
Die Oberpriesterin
Schafft sie hinweg!
Meroe                      Was soll sie länger hier?
Penthesilea
Wie manche, die am Hals des Freundes hängt,
Sagt wohl das Wort: sie lieb ihn, o so sehr,
Dass sie vor Liebe gleich ihn essen könnte;
Und hinterher, das Wort beprüft, die Närrin!
Gesättigt sein’ zum Ekel ist sie schon.
Nun, du Geliebter, so verfuhr ich nicht.
Sieh her: als ich an deinem Halse hing,
Hab ich’s wahrhaftig Wort für Wort getan;
Ich war nicht so verrückt, als es wohl schien.
Meroe Du Ungeheuerste! Was sprach sie da?
Die Oberpriesterin
Ergreift sie! Bringt sie fort!
Prothoe                                Komm, meine Königin!
Penthesilea (sie lässt sich aufrichten).
Gut, gut. Hier bin ich schon.
Die Oberpriesterin               So folgst du uns?
Penthesilea Euch nicht! —
Geht ihr nach Themiscyra, uns seid glücklich,
Wenn ihr es könnt —
Vor allen meine Prothoe –
Ihr alle –
Und — im Vertraun ein Wort, das niemand höre,
Dar Tanaïs Asche, streut sie in die Luft!
Prothoe Und du, mein teures Schwesterherz?
Penthesilea Ich?
Prothoe               Du!
Penthesilea              – Ich will dir sagen, Prothoe,
Ich sage vom Gesetz der Fraun mich los,
Und folge diesem Jüngling hier.
Prothoe Wie, meine Königin?
Die Oberpriesterin                   Unglückliche!
Prothoe Du willst -?
Die Oberpriesterin Du denkst –
Penthesilea                                   Was? Allerdings!
Meroe                                                                             O Himmel!
Prothoe So lasst mich dir ein Wort, mein Schwesterherz –
(Sie sucht ihr den Dolch wegzunehmen.)
Penthesilea
Nun denn, und was? — Was suchst du mir am Gurt?
– Ja, so. Wart, gleich! Verstand ich dich doch nicht.
— Hier ist der Dolch.
(Sie löst sich den Dolch aus dem Gurt, und gibt ihr der Prothoe.)
Willst du die Pfeile auch?
(Sie nimmt den Köcher von der Schulter.)
Hier schütt ich ihren ganzen Köcher aus!
(Sie schüttet die Pfeile vor sich nieder.)
Zwar reizend wär’s von einer Seite –
(Sie hebt einige davon wieder auf.)
Denn dieser hier – nicht? Oder war es dieser -?
Ja, der! Ganz recht – Gleichviel! Da! Nimm sie hin!
Nimm alle die Geschisse zu dir hin!
(Sie rafft den ganzen Bündel wieder auf, und gibt ihn der Prothoe in die Hände.)
Prothoe                                                  Gib her.
Penthesilea Denn jetzt steig ich in meinen Busen nieder,
Gleich einem Schacht, und grabe, kalt wie Erz,
Mir ein vernichtendes Gefühl hervor.
Dies Erz, dies läutr’ ich in der Glut des Jammers
Hart mir zu Stahl; tränk es mit Gift sodann,
Heißätzendem, der Reue, durch und durch;
Trag es der Hoffnung ew’gem Amboss zu,
Und schärf und spitz es mir zu einem Dolch;
Und diesem Dolch jetzt reich ich meine Brust:
So! So! So! So! Und wieder! – Nun ist’s gut.
(Sie fällt und stirbt.)

Heinrich von Kleist, Penthesilea. Ein Trauerspiel, Reclam, 2001.

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5 pensieri su “Pentesilea

  1. gabrilu

    Beata te che hai la possibilità di leggere Kleist in tedesco! E’ un autore meraviglioso, mi piace tutto, ma proprio tutto quello che ha scritto. E poi, lo trovo modernissimo.
    Ciao 🙂

  2. Sonnenbarke

    Ciao Gabriella! Anche secondo me Kleist è modernissimo, non si sente poi tanto che le sue opere hanno due secoli. Come linguaggio, forse, ma come tematiche sicuramente no.

  3. gabrilu

    Il linguaggio basta avere l’accortezza di contestualizzare e ci si fa subito l’orecchio (o l’occhio? ^__^). Le tematiche sono eccezionali.
    Un testo che rileggo spesso è Michele Kohlhaas. Pazzesco, con quel crescendo travolgente…
    D’altra parte, non è un caso che Kleist fosse uno degli autori preferiti di Kafka 😉

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