La morte a Roma

copertina La morte a RomaTempo fa ero interessata a un libro uscito per Zandonai e, già che c’ero, ho fatto un giro nel sito della casa editrice. Quasi tutti i libri mi sembravano interessanti e, fra questi, La morte a Roma di Wolfgang Koeppen. Non conoscevo questo autore ma, da studentessa e appassionata di letteratura tedesca, mi incuriosiva.

Koeppen (nato a Greifswald nel 1906 e morto a Monaco nel 1996), apprendo dalla postfazione di Michele Sisto, è in Germania uno scrittore di grande fama, considerato, al pari di Heinrich Böll, uno dei più importanti autori della “letteratura del dopoguerra“, nonché punto di riferimento di scrittori come Günter Grass. Nel 1962 ha vinto il Georg-Büchner-Preis e nel 1986 è uscita per Suhrkamp una prima edizione in sei volumi delle sue opere complete, mentre nel 2006 il Koeppen Archiv della sua città natale ha avviato una nuova edizione delle opere complete in ben quattordici volumi.

In Italia, invece, la sua opera ha avuto poca fortuna: oltre a questo romanzo, sono stati tradotti soltanto Il muro vacilla (Mondadori, 1989, fuori catalogo) e La tana di fango (La Giuntina, 2002). La morte a Roma, pubblicato nel 1959 da Einaudi nella traduzione di Letizia Fuchs Vidotto, non viene apprezzato né dalla critica né dal pubblico.
A distanza di quasi cinquant’anni, la piccola ma pregevole Zandonai ripropone al pubblico italiano la stessa traduzione (almeno credo; quantomeno, la traduttrice è la stessa).

Uscito nel 1954, La morte a Roma non fu affatto ben accolto dalla critica tedesca, e non poteva essere altrimenti. Infatti, per citare un passo di una recensione apparsa sul “Contemporaneo” e riportata da Sisto, il romanzo sembra più «un lungo pamphlet antitedesco, un gesto di schifo e di totale condanna verso una certa Germania, tutt’altro che scomparsa».

Il richiamo a Thomas Mann è esplicito fin dal titolo e dall’epigrafe, che riprende la nota frase di chiusura della Morte a Venezia: «E quello stesso giorno un mondo reverente e attonito ebbe l’annunzio della sua morte». Frase che sarà poi ribaltata nelle utlime righe del libro, che ovviamente non posso anticipare.

Il romanzo è ambientato in epoca contemporanea, perciò non molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e, sebbene sia ambientato a Roma, protagoniste sono due famiglie tedesche con un passato (recente) attivamente nazista.
Una è la famiglia Pfaffrath, il cui capofamiglia era stato uno di quei nazisti che operavano senza mai sporcarsi le mani, riciclatosi a borgomastro dopo la guerra.
L’altra è la famiglia Judejahn, ormai divisa perché l’uomo della famiglia, Gottlieb Judejahn, era un alto gerarca nazista condannato a morte al processo di Norimberga, e perciò scappato dalla Germania e ora trafficante d’armi in Medio Oriente sotto falso nome. La moglie, Eva, è forse persino più invasata di lui, una vera Erinni nordica dedita solo al culto del Führer e costantemente in lutto per la fine della sua idea grandiosa. Un’esaltata che fa spavento, nonostante sia un personaggio di secondo piano.

Queste due famiglie hanno dei figli giovani, ovviamente educati al collegio nazista.
Dietrich Pfaffrath ha idee naziste, ma è più che altro un arrivista convinto che si debba cercare di rendersi amiche le persone influenti o presunte tali, perché non si sa mai.
Suo fratello Siegfried, invece, è un compositore e per giunta omosessuale. Ma non è un compositore qualsiasi: la sua è musica dodecafonica, e ad essa si è dedicato proprio perché era invisa al regime nazista.
Adolf Judejahn è anch’egli, come Siegfried, la vergogna della famiglia perché, in seguito all’incontro con un ebreo liberato da un lager alla fine della guerra, ha deciso di farsi prete.

Tutti questi personaggi si incontrano a Roma: i non rinnegati nel tentativo di convincere Judejahn a tornare in Germania, dove Pfaffrath avrebbe fatto in modo di sistemare le cose al fine di far cadere la condanna e tornare a operare per il loro sogno. Siegfried, invece, è a Roma per la prima della sua sinfonia, mentre Adolf vorrebbe rivedere i suoi genitori.
I vari personaggi finiscono spesso per incrociarsi in maniera casuale, a volte senza neppure riconoscersi, in un continuo gioco di intrecci.

Protagonisti assoluti sono soprattutto Siegfried e Judejahn nonché, ovviamente, tutta una mentalità tedesca per nulla sopita.

Judejahn è un personaggio disgustoso, e lo è tanto più perché nella sua esaltazione ogni tanto lo vediamo regredire a bambino, al piccolo Gottlieb, che è spaventato da tante cose ma non fa per niente pena. Judejahn, che ironicamente porta gli ebrei nel nome (Jude), vede ebrei dappertutto e vorrebbe, se potesse, proseguire nell’opera di sterminio non conclusa, così come aspira a schiacciare tutti i deboli pur essendo eccitato da loro – o, più che altro, dall’idea di poterli dominare.
Esemplificativo di tutto il suo modo di pensare è questo ragionamento che fa su una donna che vuole portarsi a letto e che, secondo lui, non può che essere una puttana: «Come per tutte le donne, anche per lei la potenza del motore, il vigoroso avanzare come di pantera della macchina era un simbolo sessuale, che mette in buona luce il proprietario dell’automobile, al quale la femmina si sottomette, non perché il proprietario, come si suppone, sia un uomo ricco, un buon pretendente, ma per istinto da schiava, perché egli è un potente, signore della potenza dei cavalli, che pulsando con forza spingono avanti la vettura della sua vita».

Siegfried è un uomo che vorrebbe dimenticare e invece è costretto dalla presenza dei suoi familiari a ricordare, che traspone nella sua musica il suo dissenso, il suo essere diverso da coloro che l’hanno generato. Un uomo per cui la procreazione è il male assoluto, perché troppo disgustato da quello che c’è stato.

Colpisce lo stile di Koeppen, che non narra ma fa parlare i suoi personaggi o, meglio, li segue nel flusso dei loro pensieri, addomesticandolo così da allontanarlo dal flusso di coscienza e avvicinarlo invece a un monologo interiore reso docile alla scrittura.
Inoltre Koeppen passa in continuazione dalla voce di un personaggio a quella di un altro, a volte usando i puntini di sospensione all’inizio e alla fine di ogni voce, altre volte senza soluzione di continuità.
E devo dire che è uno stile che ammalia, piacevolissimo da leggere.
Inoltre la prosa è raffinata ed elegante, come se ne trovano poche.

Le voci parlano tutte in terza persona, l’unico per cui l’autore usa la prima persona è Siegfried, quasi a voler significare che è l’unico a poter rivendicare un’identità, essendo anche l’unico a voler sinceramente rinnegare il passato, benché la sua sia una cancellazione più che una riflessione. (Vedremo infatti che il prete Adolf tenta di perdonare cristianamente, ma forse si spinge troppo oltre per i crimini commessi, imperdonabili…)

L’unico problema, del tutto personale, è che questo romanzo avrebbe richiesto una soglia di attenzione alta, che io al momento non avevo, e me ne dispiace, perché credo che l’avrei apprezzato ancora di più. Bisognerà che lo riprenda in mano, fra un po’.

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