On the Medusa of Leonardo da Vinci in the Florentine Gallery

Medusa

I

It lieth, gazing on the midnight sky,
   Upon the cloudy mountain-peak supine;
Below, far lands are seen tremblingly;
   Its horror and its beauty are divine.
Upon its lips and eyelids seem to lie
   Loveliness like a shadow, from which shine,
Fiery and lurid, struggling underneath,
The agonies of anguish and of death.

II

Yet it is less the horror than the grace
   Which turns the gazer’s spirit into stone,
Whereon the lineaments of that dead face
   Are graven, till the characters be grown
Into itself, and thought no more can trace;
   ‘Tis the melodious hue of beauty thrown
Athwart the darkness and the glare of pain,
Which humanize and harmonize the strain.

III

And from its head as from one body grow,
   As [  ] grass out of a watery rock,
Hairs which are vipers, and they curl and flow
   And their long tangles in each other lock,
And with unending involutions show
   Their mailèd radiance, as it were to mock
The torture and the death within, and saw
The solid air with many a raggèd jaw.

IV

And, from a stone beside, a poisonous eft
   Peeps idly into those Gorgonian eyes;
Whilst in the air a ghastly bat, bereft
   Of sense, has flitted with a mad surprise
Out of the cave this hideous light had cleft,
   And he comes hastening like a moth that hies
After a taper; and the midnight sky
Flares, a light more dread than obscurity.

V

‘Tis the tempestuous loveliness of terror;
   For from the serpents gleams a brazen glare
Kindled by that inextricable error,
   Which makes a thrilling vapour of the air
Become a [  ] and ever-shifting mirror
   Of all the beauty and the terror there—
A woman’s countenance, with serpent-locks,
Gazing in death on Heaven from those wet rocks.

Percy Bysshe Shelley, 1819

*

Ecco la traduzione di Roberto Sanesi, tratta da questa raccolta:

Sulla Medusa di Leonardo da Vinci nella galleria fiorentina

I

Giace fissando il cielo della mezzanotte, supina
   su una vetta montana annuvolata; più sotto,
possono scorgersi terre lontane e tremolanti;
   l’orrore e la bellezza sono in lei divini.
Sulle sue labbra e le palpebre sembra posarsi
   la grazia come un’ombra, da cui splendono
livide e ardenti, che sotto si dibattono,
le agonie dell’angoscia e della morte.

II

Pure è meno l’orrore che la grazia a volgere
   in una dura pietra lo spirito di colui che osserva,
là dove i lineamenti di quella morta faccia
   sono scolpiti, finché tutti i caratteri si mutano
a diventare lei stessa, e perfino il pensiero li smarrisce;
   è il melodioso colore della bellezza, gettato
attraverso le tenebre e il bagliore della pena,
che fa umana e armoniosa l’impressione.

III

E dal suo capo sorgono, come da un unico corpo,
   pari all’erba che spunta da un’umida roccia,
chiome che sono vipere, si torcono, fluiscono,
   intrecciano i lunghi grovigli fra loro,
e infiniti viluppi mostrano uno splendore di metallo
   quasi a irridere la morte e le torture intime,
e con le loro mandibole scheggiate
segano l’aria solida. E da una pietra accanto

IV

un velenoso ramarro scruta ozioso quegli occhi di gorgone,
   mentre nell’aria, attonito, un pipistrello orrendo
è svolazzato con folle sorpresa da quella caverna
   dove la luce spaventosa era entrata violenta,
e si precipita come farfalla notturna
   dietro una fiaccola; e il cielo della mezzanotte
ondeggia balenando, una luce assai più terrificante
di quanto non lo sia l’oscurità.

V

È la grazia tempestosa del terrore; poiché dalle serpi
   lampeggia un bagliore di rame, attizzato
in quegli avvolgimenti inestricabili, che muove
   attorno un vapore vibrante dell’aria, e lo rende
un sempre mutevole specchio di tutta la bellezza
   e di tutto il terrore di quel capo: il volto d’una donna
di chiome serpentine che nella morte fissa gli occhi al cielo
dall’alto dell’umide rocce.

*

Il quadro, attribuito a Leonardo da Vinci, è probabilmente opera di un pittore fiammingo e si trova agli Uffizi.

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