La Terra è finita

La Terra è finitaIl libro è questo qui di fianco, La Terra è finita. Breve storia dell’ambiente dello storico Piero Bevilacqua, pubblicato da Laterza nel 2006 e uscito in economica pochi mesi fa.

Non ho voglia di recensirlo, perché lo devo studiare meglio per un esame (non è che c’entri molto, in effetti, ma è così) e poi perché è meglio che mi limiti alla narrativa.

Voglio dire solo che è un libro chiaro, ben scritto, interessante: molto di parte, ma è bene che sia così.

È un libro sui problemi ambientali del nostro povero pianeta, qui c’è la pagina sul sito dell’editore per saperne di più. Si può anche leggere un brano.

Più che altro mi interessa in questa sede riportare un brano tratto dall’ultima parte, quella dedicata all’Italia:

"Dopo questa stagione di furore [dagli anni Cinquanta agli Ottanta, in cui si assiste a una intensissima urbanizzazione, nota mia] le città italiane si sono ritrovate con una percentuale di verde per abitante fra le più basse del mondo. Secondo i calcoli di Cederna [Antonio, in La distruzione della natura in Italia, nota mia] alla fine degli anni Settanta nessuna città superava i 3 m² di verde per abitante: nulla in confronto ai 30-40 m² per abitante dell’Olanda, della Gran Bretagna, dei Paesi scandinavi. A Napoli questa percentuale scendeva a 1/2 m² e a Palermo addirittura a 30 cm² per abitante.

Negli anni successivi andrà emergendo un fenomeno in parte nuovo: l’abusivismo edilizio. Cioè la creazione di edifici tirati su dai singoli privati, senza alcuna concessione edilizia, nei luoghi più disparati: in riva al mare, lungo le sponde di fiumi, in cima alle colline, all’interno dei parchi, nei centri storici. Danni irreparabili sono stati così inflitti al nostro paesaggio e al nostro patrimonio urbano. Mentre il consumo di territorio esporrà ancora di più il nostro paese, in futuro, ai danni delle alluvioni. Ancora oggi il fenomeno dell’abusivismo è in pieno svolgimento (incitato anche dai vari condoni edilizi emanati dal precedente governo) [libro scritto nel 2006, indoviniamo un po’ a quale governo si rifersice? nota mia] perché una componente storica dello spirito nazionale è la tendenza delle classi dirigenti – e per la loro parte anche delle classi popolari – alla illegalità, alla violazione delle regole collettive per affermare i propri interessi particolari. Il territorio non viene considerato un patrimonio collettivo da tutelare, ma un ambito dove si può esercitare liberamente il proprio interesse individuale. […]

Com’è stato osservato da Antonio Cederna, in La distruzione della natura in Italia, una delle spiegazioni di questo saccheggio del territorio risiede nel fatto che in Italia si è a lungo considerato «il diritto di edificare come parte integrante del diritto di proprietà». Essere proprietari di un terreno ha dato diritto a edificarvi sopra, anche se questo danneggiava il paesaggio, distruggeva il verde esistente, creava problemi di circolazione e di mobilità ai cittadini. Questa supremazia della proprietà privata su altri valori – una delle tare storiche dell’Italia contemporanea – è stata in qualche fortunata stagione contrastata dalle leggi elaborate da pochi e coraggiosi urbanisti e uomini politici. Questi, infatti, hanno potuto contare su una legge urbanistica del 1942 che imponeva criteri di pianificazione nel processo di espansione delle città. Ma il diritto di proprietà, tante volte regolato, è riuscito sempre a prevalere. Come è accaduto, ad esempio, per mano di vasti e potenti settori politici che hanno fatto fallire, nel 1963, la riforma urbanistica proposta dal ministro Fiorentino Sullo, o per iniziativa della Corte costituzionale che, in una sentenza del 1968, ha dichiarato il diritto a edificare «connaturato» alla proprietà, rendendo nulle le precedenti leggi. O, ancora una volta – dopo alcuni tentativi di dare una normativa all’attività edilizia nel nostro paese – con una nuova sentenza della Corte costituzionale del 25 gennaio 1980. Come ha affermato polemicamente nel 1989 l’urbanista Vezio De Lucia in Se questa è una città. La condizione urbana nell’Italia contemporanea, «L’Italia è probabilmente l’unico paese al mondo – dopo la rivoluzione francese – privo di certezza del diritto in materia di uso del territorio». Ma esiste anche un’altra spiegazione storica, che noi ci permettiamo qui di suggerire: la debole attitudine delle classi dirigenti italiane – e con esse porzioni estese di ceti popolari, ma evidentemente con minori responsabilità – a sentirsi vincolate da regole e norme di comunità nazionale. Quella «casa comune» che è l’ambiente ha meno difensori che altrove in un paese nel quale buona parte dei ceti dominanti e strati estesi di società hanno così a lungo faticato e faticano ancora a percepirsi e comportarsi come nazione.

Oggi le città italiane non sono protette né orientate da alcuna politica urbanistica, mentre il loro più grande problema è costituito dal traffico automobilistico. Secondo dati Ocse della fine del secolo scorso l’Italia mostra uno dei tassi di motorizzazione privata più elevati al mondo: 53 autovetture ogni 100 abitanti, contro le 51 della Germania, le 50 della Gran Bretagna, le 49 degli Usa, le 44 della Francia e le 37 del Giappone. Nel 2003 il nostro paese ha toccato al cifra di 59,3 auto ogni 100 abitanti, mentre nel frattempo, di anno in anno, diminuiscono gli utenti urbani dei servizi pubblici."

Naturalmente ho estrapolato soltanto un brano che tratta uno dei molti aspetti delle problematiche ambientali attuali.
Libro interessante, magari come base per una ricerca più ampia su singoli problemi.

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