Giustizia facciale

Romanzo di Leslie Poles Hartley, pubblicato in Gran Bretagna nel 1960 e in Italia nel 2005 dalla liberilibri di Macerata. La traduzione è quella del 1965 di Olga Ceretti Borsini, poi riveduta da Serena Sinibaldi, ma che è vecchissima si sente, eccome.

Tanto per chiarire subito l’ambito in cui ci troviamo, è un romanzo distopico. Dopo la Terza Guerra Mondiale (una guerra, ovviamente, atomica), l’intera popolazione mondiale è ridotta a 20 milioni di persone, che sono costrette a vivere sottoterra a causa dell’aria contaminata dalle radiazioni. A un certo punto, nella vecchia Inghilterra, alcuni si ribellano e decidono di tornare a vivere in superficie.
Qui sono guidati e governati da un Diletto Dittatore (o anche Benigno e così via) che si manifesta solo ed esclusivamente con la voce, una "voce d’oro". Nessuno sa chi sia, nessuno l’ha mai visto, comunica con i suoi sudditi solo attraverso la radio.

Il Dittatore vuole il bene dei suoi sudditi, e questo bene, a suo parere, viene esplicitato nell’Identità, ovvero nella condizione di uguaglianza assoluta fra tutti. Il Dittatore lotta contro l’Invidia, e creca di estirparla a tutti i costi.
La cosa più importante è proprio questa: si deve combattere l’Invidia con tutti i mezzi, perciò tutti devono essere uguali, identici, tutti ugualmente piccoli, nessuno deve guardare in alto, ma neppure in basso.

Questo Dittatore si rivela piuttosto misogino, in quanto crede che l’Invidia sia soprattutto prerogativa delle donne. Gli uomini, di conseguenza, sono molto più liberi, mentre le donne sono divise in tre categorie: le Alpha (le belle), le Beta (le insignificanti, medie, "normali") e le Gamma (le brutte). Non è un obbligo, ma è altamente auspicabile che le donne Alpha e Gamma prendano l’iniziativa di sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica al volto: tutte dovrebbero essere Beta, tutte uguali, tutte insignificanti, carine ma senza alcunché di particolare, in modo da non suscitare invidia né ribrezzo. A questo scopo possono scegliere fra vari modelli di facce Beta, tutti sostanzialmente uguali, e subiscono un vero e proprio trapianto facciale.
La protagonista, ça va sans dire, è una donna (Alpha) che rifiuta il trapianto.
Di più non si può dire, altrimenti si svela troppo della trama.

Ora, l’idea a me pare molto buona, infatti ero parecchio curiosa di leggere questo libro, ma ci sono due problemi fondamentali.
Il primo è, come accennavo, la traduzione. Sarà stata pure rivista, ma è stantia e si sente. Chi mai direbbe al giorno d’oggi "la fanciulla", "codesto" o "la medesima"? Per non parlare delle quintalate di "ella disse", "ella fece". Sembra una storia raccontata da mia nonna.
Il secondo problema è più grave. Se si fosse trattato di uno scrittore esordiente, avrei detto che al romanzo mancava un sano e robusto editing. Non lo è, ma il problema rimane quello. È un romanzo confusionario, che a tratti si contraddice anche su particolari banali. L’impressione che dà, è quella di un lavoro taglia-e-cuci. Come se fosse stato scritto "a rate", e poi ricucito insieme soltanto in un secondo momento.

Quindi, la trama è avvincente e interessante e fa riflettere, ma dovete avere un’enorme capacità di immersione nel testo per leggere questo libro. Solo in questo modo potrete apprezzare quantomeno la storia. Altrimenti, vi irriterà tantissimo.
Per quanto mi riguarda, ho cercato di scindere i due piani e di godermi la storia, ma non è stato per niente facile, e in conclusione posso dire soltanto che questo libro è tristemente mediocre.
Proprio un peccato – ma l’autore è morto 36 anni fa e non gli si può chiedere di rimediare.

Annunci

8 pensieri su “Giustizia facciale

  1. unpoapolide

    marinaaaaaaaaaaa!!! “codesto”, “codesta”, “codeste”, “codesti”, si dice! è toscanismo, ma si dice. Forse non è piacevole, e desueto (nella maggioranza delle regioni?) ma si dice.
    ti leggo, eh, anche se non. ti leggo. sempre;-)
    un abbraccio.
    😉

    ndr

  2. Sonnenbarke

    Ecco, lo sapevo che sarebbe arrivato il toscanaccio di turno a lamentarsi 😉
    Non ho mica detto che non si dice, lo so che è italiano, così come lo è anche “fanciulla” (e ti posso assicurare che ho un paio di amiche che parlano così). Solo, è antiquato, che vi piaccia o no. Codesto che parlate voi in Toscana, infatti, è un italiano molto antiquato 😉

    (Non ti preoccupare, anch’io non. Buon ferragosto).

  3. unpoapolide

    Ma tu hai scritto “chi mai direbbe al giorno d’oggi”…se avessi scritto che sono parole desuete, dialettali, anche, andava bene. Ma sul “chi mai…”, beh, eccoci. Noi toscani. Siamo pur sempre una regione, in fondo.
    Per dire: “Si va ai pazzi” è regionale. Eppure in tv si sente anche nei doppiaggi di film stranieri. Sempre più spesso. E poiché la tv influenza molto il parlato, ecco che tutti “Si va ai pazzi”.
    O peggio. Uff.
    😉
    Ohiohi. Povera Toscana bistrattata….;-)
    a prestoooooooooooooooooooo!

    ndr

  4. Sonnenbarke

    E per la miseria, Andrea, lo ribadisco. Con quell’espressione intendevo dire che nessuno mai lo direbbe, oggi, perché è un’espressione desueta.
    Nel caso di questo libro non si tratta di un regionalismo, ma di un fatto di antiquariato. Tutta la lingua di questo libro è da museo.

    Poi, i regionalismi esistono, il caso non è questo, ma ce ne sarebbe da dire molto.
    Anch’io dico (beh, io no, ma magari i miei genitori) “la cazzarola” anziché “la pentola”, ma mica lo scrivo in un libro!
    E comunque, ripeto, in questo caso il problema è un altro.

  5. unpoapolide

    Mari 😉 Ho capito, ma tra “dire” e “scrivere” c’è differenza. Ho inteso che la traduzione è vecchia, e risente del tempo, non discuto su questo. Dico solo che il termine “codesto”, in generale, è toscanismo, e desueto, yes. Da qui, a scriverlo in un libro, si deve vedere che utilizzo se ne fa. Sulla traduzione non ho niente da dire, ma sul “Chi mai direbbe oggi”, sì. Una questione di forma, ecco. Invece di “dire”, “scrivere” e non avrei fatto il puntiglioso. E sì, ci ho fatto caso perché termine della mia regione, non sono molto ferrato sulle altre regioni. Non te la sei presa, vero? E’ una sciocchezza, eh. A volte faccio troppo il…uff. Scusa.
    Ciao 🙂

    ndr

  6. Sonnenbarke

    No, Andrea, non me la sono presa. Ci mancherebbe.
    Rimango sulle mie posizioni e tu rimani sulle tue 😉
    È la solita vecchia storia, che chiunque in Italia si rende conto di parlare in dialetto o quantomeno di fare un uso regionale della lingua italiana, ma voi toscani no 😉
    Nessun problema, comunque 🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...