La camera bianca

copertina La camera biancaLaurent Mauvignier, La camera bianca, Zandonai, Rovereto 2008. Traduzione di Alberto Bramati.

Il titolo originale di questo romanzo è Apprendre à finir, “imparare a finire”. Un titolo molto più bello, a mio parere, di quello scelto per la traduzione italiana, e che dà subito l’idea di quello che sarà il senso dell’opera.

La protagonista è una donna che narra, o meglio, che monologa. La seguiamo nel suo percorso che in ultimo la porterà, appunto, a imparare a finire.
L’autore è un uomo, ma si cala molto bene nei pensieri della protagonista, il cui monologo interiore risulta credibile.

La camera bianca è la stanza di ospedale nella quale il marito della protagonista è ricoverato dopo un gravissimo incidente d’auto. L’uomo è cosciente, ma immobilizzato.
Il racconto inizia con il ritorno a casa dell’uomo, ancora immobile, e prosegue monologando fra presente e passato. Si svolge durante tutto l’arco della convalescenza e ancora un po’ oltre: l’uomo riprende piano piano a muoversi, a camminare.

Si tratta di una coppia presumibilmente di mezza età, ma non ancora anziana, con due figli in età scolare e una già sposata e madre.

Il problema è che l’uomo ha un’altra, e aveva appena annunciato alla moglie di volersene andare, quando ha l’incidente. E a quel punto è solo la moglie, la protagonista, ad accudirlo.

L’intero romanzo (breve, 80 pagine) è un lungo monologo interiore della donna, la moglie tradita.
Così passiamo dal presente di piccolissimi progressi fisici, al passato della camera bianca d’ospedale, al passato ancora delle liti furibonde e violente («e lì è stato inevitabile e nella mia bocca ho sentito quella voce furibonda che è salita da lontano, da molto lontano per trovare la forza di gettarsi su di lui, perché alla fine di noi due non restasse che il massacro»), senza preoccuparsi di non farsi sentire dai figli.

Il romanzo è molto ben scritto (e, credo, altrettanto ben tradotto), l’impianto stilistico-narrativo è buono. Il monologo interiore può piacere o meno: se non vi piace, evitate assolutamente il libro; se vi piace, apprezzerete il suo essere ben orchestrato e fluido. Ottimo, inoltre, per rendere la gelosia morbosa della donna, addirittura patologica.

Tuttavia, per qualche motivo, a mio personale giudizio il romanzo non decolla, resta come in attesa di qualcosa, come un potenziale inespresso. Si sente la mancanza di qualcosa “di più”, che gli faccia prendere il volo, mentre invece resta come un corridore con un piede sollevato in aria, con posa innaturale.
Non so dire cosa manchi, francamente. Ma è sufficiente per non coinvolgermi, nonostante i presupposti fossero buoni.

Si tratta certo di un libro molto diverso, comunque sullo stesso argomento ho preferito di gran lunga I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante.

Infine, merita menzione la copertina, una foto di Ernesta Caviola. La Zandonai è una casa editrice molto attenta all’aspetto grafico dei propri libri, che hanno tutti delle copertine bellissime, opera per lo più di fotografi italiani contemporanei.

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