Hitler e dintorni

Immagine di Hitler e l'enigma del consensoIan Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, 2004.

Recentemente mi sono trovata a leggere due libri che portano nel titolo il nome del più feroce dittatore mai esistito.
Il primo è questo saggio storico di Ian Kershaw, che si interroga su come Hitler sia potuto giungere al potere in uno stato culturalmente evoluto come la Germania.
Hitler era stato un giovane per nulla brillante, rifugiatosi a Monaco per non essere costretto al servizio militare nell’esercito austriaco, che comunque lo dichiarò inidoneo per costituzione troppo debole. Entrato in politica, tentò un colpo di stato a Monaco sulla scia del successo conseguito in Italia da Mussolini. Fu imprigionato, subito scarcerato, dopo pochi anni gli venne concessa la cittadinanza tedesca (era, infatti, austriaco).
Ma perché il popolo tedesco lo seguì? Le ragioni sono banali.
Il popolo tedesco si sentiva ingiustamente oppresso dalle dure sanzioni imposte alla Germania in seguito alla fine della prima guerra mondiale. Le riparazioni richieste erano altissime, la nazione era in uno stato di prostrazione, con livelli di disoccupazione assai elevati: una situazione a cui la Repubblica di Weimar stentava ad offrire un soluzione concreta.
Hitler era l’uomo nuovo: abile demagogo, si presentava come colui che avrebbe risollevato la Germania dallo stato di prostrazione in cui era stata fatta cadere, l’uomo che avrebbe ridato al Paese quei territori che gli spettavano di diritto. Con la politica del riarmo la disoccupazione fu sconfitta in pochissimo tempo. Questo ai tedeschi piacque.
Non importava, perciò, che la politica antisemita fosse chiarissima fin dall’inizio, esplicitata in vari discorsi pubblici. Non solo generico razzismo: sebbene inizialmente non ci fosse un piano preciso, Hitler parlò anche, esplicitamente, di sterminio della razza ebraica. L’antisemitismo era assai diffuso in tutta Europa, sotto forma, inizialmente, di antigiudaismo, e quindi di discriminazione religiosa e non razziale. Il terreno era fertile, pronto ad accogliere tutto ciò che fosse venuto, bisognoso di un capro espiatorio. Un male minore, da liquidare velocemente, da lasciarsi alle spalle, compensato dal bene che Hitler avrebbe portato.
Kershaw cita anche il concetto weberiano di potere carismatico, che «si basa sulla percezione, da parte di un "seguito" di fedeli, del senso della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader riconosciuto». Ed è a causa di questo potere che, anche quando la disfatta della Germania era ormai chiara, non ci furono praticamente tentativi di rovesciare il Führer, se non l’attentato ad opera di von Stauffenberg, nato nella consapevolezza di non poter comunque ricondurre la Germania alla ragione.

L’analisi di Kershaw è molto articolata e ridurla in poche righe è praticamente impossibile: è inevitabile perdere moltissimo. La lettura è vivamente consigliata. A tutti, e soprattutto a chi pensa che il terrore congiunto delle SS e della Gestapo sia stata l’unica causa dell’avvento al potere di Hitler (che, ricordiamolo ancora una volta, vinse regolarmente le elezioni).

Una recensione su Iperstoria.

Immagine di Hitler era innocenteAldo Moscatelli, Hitler era innocente, I Sognatori, 2008.

Il secondo non è un libro su Hitler, e non è un saggio. È l’ultimo romanzo di Aldo Moscatelli, che si rivela uno scrittore estremamente eclettico, capace di confrontarsi con il giallo, i racconti più o meno onirici e, ora, il romanzo storico.
Quella che vedete qui a fianco non è la copertina, ma la riproduzione di un quadro a olio di Francesca Santamaria. La copertina, infatti, con scelta tanto anticommerciale quanto coerente, è completamente nera. Intendo proprio completamente: non c’è scritto neanche il titolo, niente, solo un nero angosciante. La ragione è spiegata nel sito della casa editrice: «Il nero totale e totalizzante della copertina, al riguardo, è teso a sottolineare l’oscurità del periodo storico preso in esame, il buio che inghiottì la civiltà e la ragione umane, e che persiste ancora oggi a mietere nuove vittime, e a produrre nuovi carnefici.»
Il romanzo si apre con la notizia, comunicata al telefono, dell’uccisione di un uomo. Poi, partono i ricordi. Il protagonista, Felicien Delacroix, ricorda la sua permanenza nel lager Libertà. Un lager diverso dagli altri, dove gli ebrei sono la minoranza, dove uomini e donne non sono separati. Un lager destinato, principalmente, ad accogliere gli altri indesiderabili, quelli di cui la storia ci parla un po’ meno: i dissidenti politici, gli omosessuali, i criminali, gli asociali (e ancora). Anche ebrei, ma non solo.
Il protagonista, ad esempio, è nel campo di concentramento perché ebreo, ma anche e soprattutto perché pensatore. Perché ha osato offrire a un avventore della sua libreria (nipote di un SS) una copia della Civil Disobedience di Thoreau, in risposta alla sua richiesta del Mein Kampf.
Felicien descrive la vita nel lager, ma ne descrive soprattutto l’interiorità dei deportati, che nel block, la sera, a volte, parlano fra di loro, cercndo di dare un senso a quello che stanno subendo. Felicien racconta i rapporti che si instaurano, ci fa vedere questi disperati da dentro.
Narra in prima persona, il protagonista, e non dev’essere stato facile per uno scrittore giovane calarsi nella mente di un deportato, anzi, di molti deportati: perché, benché a narrare sia Felicien, ciò che udiamo è il punto di vista di tutti i personaggi.
Quello che emerge, infine, oltre a tutto ciò che si può immaginare (la violenza cieca, il tentativo di non abbrutirsi, la ricerca di un senso), è l’assurdità mostruosa di un regime che si rivolge contro se stesso, che deporta e rinchiude la sua stessa linfa vitale. Che si nutre di contraddizioni, di un consenso di massa che è, appunto, un enigma.
I deportati vogliono ricordare, e Felicien lo fa a suo modo, scrivendo. Perché la memoria non deve andare persa, perché non accada più, anche se continua ad accadere.
Il finale è illuminante e, di nuovo, coraggioso. Ovviamente non ve lo posso raccontare, ma tocca una ferita attuale, difficile.
Un libro coraggioso in tutto, quindi, a partire dal mero involucro, che in questo caso è più che mai parte integrante della narrazione, per passare al titolo, provocatorio, che non vuole significare altro che quello che Kershaw dice col suo saggio: non certo che Hitler fosse innocente, ma che il popolo fu entusiasta, e che sapeva, che era consapevole.

Vorrei citare un passo soltanto, che mi ha colpito a inizio libro: «L’etimologia stessa lo suggerisce: leggere vuol dire raccogliere, entrare in possesso di qualcosa che non si ha. Arricchirsi. La lettura di un romanzo non può mutare la realtà e tutto ciò che vi è in essa, ma può aiutarci a comprenderla. Non è illusione, ma superamento delle verità precostituite, quelle che la società impone agli individui del suo tempo. Il Mein Kampf ne era zeppo. Ma la lettura non può essere ingiunta o vietata con le armi, perché in questo modo perde il suo significato originario. Smarrisce se stessa. La lettura, quella vera, incita al confronto, spinge l’appassionato ad andare oltre, a leggere il simile e il dissimile. Imporre o propibire la lettura è pura barbarie, omicidio delle idee, negazione della libertà per eccellenza: quella di scegliere cosa raccogliere

La prova più alta del Moscatelli scrittore e, a mio parere, il libro più bello finora pubblicato dalla casa editrice. Inoltre, cito di nuovo dal sito dell’editore, «il 10% di ogni copia venduta (in riferimento al prezzo di copertina) verrà devoluto alle associazioni che si occupano di mantenere vivi i ricordi legati alla follia dei campi di concentramento, o che risultano socialmente impegnate nella salvaguardia di valori umani imprescindibili».

Infine, vorrei segnalare la recensione del libro scritta da PattyBruce.

 

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4 pensieri su “Hitler e dintorni

  1. uskaralis07

    @ Marina e Patrizia:ben vengano le recensioni, emotive e non, purché centrate e le vostre a mio parere hanno colto nel segno e gratificano la fatica e il dolore di uno scrittore sensibile, ricco emotivamente e completo come Aldo Moscatelli.Franco

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