I giorni dell’abbandono

I giorni dell'abbandono, Elena FerranteIl futuro – pensai – sarà tutto così,
la vita viva insieme all’odore umido
della terra dei morti, l’attenzione insieme
alla disattenzione, i balzi entusiastici
del cuore insieme ai bruschi cali di
significato. Ma non sarà peggio del passato.

Elena Ferrante, I giorni dell’abbandono, e/o

L’abbandono. Una situazione che abbiamo vissuto tutti, o vivremo tutti, prima o poi. Nei modi più diversi. Ci sono molti modi di abbandonare l’altro, o l’altra.

Questo libro è il punto di vista di una donna. È Olga che racconta, in prima persona, come vive l’abbandono da parte del marito.
Sposati da 15 anni, entrambi circa quarantenni, con due figli. Un giorno, mentre sparecchiano la tavola, lui le comunica la decisione di lasciarla.
Succede sempre così, tra un gesto quotidiano e l’altro: non c’è una preparazione, tu sei lì, prendi in mano un piatto per portarlo in cucina, cose così, non ci pensi – è come un terremoto. Sai sempre che può arrivare, è nell’ordine delle cose, fa parte della vita, è banale nel suo essere ordinario, ma tu non ci pensi, vivi e poi ti crepi, come un muro.

Olga pensa che tornerà, si ricorda di altre due crisi attraversate, lui le aveva parlato di un "vuoto di senso", poi dopo pochi giorni era tornato.
È bella l’espressione, "un vuoto di senso", a volte corrisponde a verità, peccato che in questo caso sia tutto un po’ più banale.
Banalmente, Mario, il marito, ha perso la testa per una ragazzina di 20 anni, perché, banalmente, il corpo della moglie, così ben conosciuto da così tanto tempo, gli ricorda il passare del tempo. Gli ricorda che non è più giovane, e così cerca la gioventù altrove.
(Quello che è poco banale, ma a cui viene dato pochissimo risalto perché è Olga che racconta, e in fondo a Olga importa solo che l’amante di suo marito sia giovane e che lui l’abbia abbandonata, quello che è poco banale, dicevo, è che questa storia va avanti, scopriremo, da cinque anni, e cioè da quando l’amante aveva 15 anni. Questo non è banale, è agghiacciante, ma a Olga non importa, perciò la Ferrante non sviluppa, accenna e basta).

Olga è di origini napoletane, è abituata a una famiglia dove le emozioni sono forti ed esibite, tragiche, patetiche. Lei però ha vissuto tanti anni all’estero col marito, per poi trasferirsi a Torino, e ha cancellato questa parte delle sue origini, è diventata una donna algida, posata, calma, "settentrionale". Controllata. Lei non dà sfogo alle sue emozioni, mai, lei è pacatissima.
Di conseguenza, quando capisce che lui non tornerà, esplode.

Scende tutti i gradini della desolazione, della disperazione che porta alla desolazione. Di solito uno si ferma dove quel residuo di dignità gli dice che deve smetterla. Olga ha pochissima dignità.
Almeno all’inizio, reagisce in modo che ad occhi non allenati sembra sembra assurdo, già eccessivo, ma non lo è affatto (mentre eccessiva lo sarà molto in seguito, arrivando a non preoccuparsi più dei suoi bambini, né tantomeno di se stessa). Ad occhi non allenati.
Quello che è bello di questo libro, infatti, è che le reazioni di questa donna, almeno all’inizio, sono normali, come saprà chiunque sia stata abbandanata o abbia ascoltato le confidenze di una donna abbandonata. Parlo al femminile, non certo perché le donne non abbandonino gli uomini, ma perché gli uomini sono diversi, e io non so come reagiscono, non posso dire.

La reazione dipende dal tipo di rapporto, dalla sensibilità di ognuna. Non dall’istruzione, non dalla cultura, da niente di intellettuale, perché la reazione è pancia, non cervello.
Olga da ragazza aveva letto un libro francese che parlava di donne abbandonate, e aveva pensato che quelle donne fossero stupide. Aveva visto, da bambina, una sua vicina di casa abbandonata. Olga non era così, Olga la pacata, la razionale.
E però, all’atto pratico, così sarà anche lei.
Distratta, incapace di concentrarsi, di tenere le cose in mano, dorme in continuazione, deve fare attenzione anche ai gesti più meccanici perché non li compie più automaticamente, vuole sapere tutto, chi è lei, con chi, con chi fotte suo marito, diventa volgare, oscena, sboccata, va nella zona dove le hanno detto che abitano sperando di trovarli, taglia tutti i contatti, si isola, un giorno incontra i due per la strada e picchia suo marito, va a letto con il suo vicino di casa solo per farsi dire che è bella, solo per sentirsi ancora desiderabile.

E poi delira, si impantana, affonda, e il romanzo diventa più fiacco a un certo punto. Perché è troppo, e poi è troppo poco. Nel senso che la sua caduta è troppo eccessiva per essere credibile (spero di non dovermi ricredere) e poi si riprende in maniera troppo naturale, di nuovo, per essere credibile.
È vero, tocca il fondo e poi si rialza. Ma mi pare che si comporti in modo troppo naturale, come se improvvisamente le fosse passato tutto, non lo so se succede così.

In ogni caso, è un romanzo che si legge in poche ore, e che non permette di staccarsi. Ed è un romanzo che, secondo me, tutte le donne lasciate dovrebbero leggere – "abbandonate" mi pare troppo forte, scusate. Quella è la parola che usi prima, dopo capisci la banalità della situazione, e.
Fa molto male, all’inizio, sì. Però fa bene, per capire che dopotutto certe reazioni sono molto comuni. Per lo stesso motivo molti uomini dovrebbero leggerlo.

Decontestualizzarlo, secondo me, non è possibile.

Noterella finale: un giorno parlavamo di stereotipi nazionali, e con noi c’era una ragazza ungherese. Diceva che gli ungheresi vedono gli italiani come il popolo delle grandi tragedie, quelli che esagerano sempre tutto. Viveva in Italia da parecchi mesi ormai, parlava benissimo l’italiano, del tutto inserita nel contesto. Ha detto che, all’atto pratico, noi italiani siamo proprio così, non è solo uno stereotipo.

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2 pensieri su “I giorni dell’abbandono

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