Provare di nuovo. Fallire di nuovo. Fallire meglio.

Da questo si riconosce colui che ha disposizione
per la ricerca interiore: dal fatto che porrà al di sopra di
qualunque riuscita il fallimento, lo cercherà perfino,
inconsciamente s’intende. Perché il fallimento, sempre

essenziale, ci svela a noi stessi, ci permette di vederci
come ci vede Dio, mentre il successo ci allontana da
quanto di più intimo c’è in noi e in tutto.

E.M. Cioran, L’inconveniente di essere nati

Il problema è questo avvoltoio – senso di fallimento sulla spalla, eppure i miei nuovi compagni di università mi ammirano come una che ha fatto tante cose nella vita.

Ho 26 anni, ho vissuto in quattro città diverse compreso il mio paesino, quattro regioni; ho cambiato tre atenei; ho scritto un libercolo al computer, l’ho stampato e l’ho fotocopiato; ho scritto una tesi su un argomento sul quale in Italia avevano scritto poche pagine solo Luciano Zagari e Claudio Magris; ho trovato la mia anima gemella e l’ho amata così tanto da farla scappare; ho pubblicato tre brevi traduzioni; faccio parte della giuria di un concorso letterario; ho lavorato a tempo pieno; ho conosciuto tante persone, alcune delle quali mi hanno voluto bene; sono sopravvissuta a due depressioni, una delle quali così brutta che il mio psichiatra di sempre gettò la spugna; ho imparato a correggere le bozze, a progettare copertine plaquette e volumi, a stampare col torchio; ho studiato l’inglese e il tedesco, ma anche il francese, ma anche il russo, ma anche lo spagnolo.

Non è abbastanza perché avrebbe dovuto essere tutto più grandioso, io più geniale.

Eppure, se ho fallito, l’ho fatto con stile. E ora provo di nuovo, prima in ginocchio, poi di nuovo in piedi, e fallirò di nuovo ma fallirò meglio.

Io mi rialzo sempre in piedi – prima in ginocchio – , non fosse che per sfida, alla faccia di chi mi vuole fallita, di chi mi crede fallita, non fosse che per guardarli dall’alto in basso.
Mi rialzo per rabbia, perché mi acceca: che siamo sempre soli – prima è un coltello dentro la piaga già profonda, poi mi adira, e l’ira mi acceca ma poi mi risveglia.

Riprendo le trasmissioni. Il mood è cinico, ma solo per un po’. (Mi sto facendo compagnia – ottima compagnia – con Cioran e Caraco, ma anche con Margaret Atwood).

Glorious scenes. Glorious scenes! Nobody made
scenes like hers. Vulgar as all-get-out. Of course,
she would always apologize afterwards. She
needn’t have done. Not to me.

Margaret Atwood, Death Scenes, in Good Bones

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