Lapsus

Lapus, Flavio PaganiNelle favole, figlia mia, non bisogna capire nulla, non si può comprendere niente, o almeno qualcosa di sensato. Nelle favole non si può usare la testa. Non si deve pensare, perché pensando tutto si carica di un peso che sprofonda nella logica.

Per leggere questo libro di Flavio Pagani bisogna tenere a mente questa regola. Che non si trova a inizio libro, ma quasi a metà, eppure ne costituisce la chiave di lettura.
I Sognatori lo presentano come un romanzo, ma secondo me non lo è, o almeno non lo è nel senso tradizionale del termine. Quando si pensa a un romanzo, si pensa a qualcosa di lineare, ovvero con una struttura riconoscibile. In questo senso, mi sembra che Lapsus assomigli molto di più a un esercizio. Un esercizio di scrittura per vedere dove si riesca ad arrivare, dove lo scrittore e il lettore riescano ad arrivare. Infatti, tra tanti accostamenti che sono stati fatti (Benni, Calvino, Pennac…) mi sentirei di farne uno nuovo: Queneau. Perché di ghirigori linguistici ce ne sono tanti, qua dentro. Troppi, perché possa essere una semplice opera narrativa senza velleità linguistiche e/o enigmistiche e/o scioglilinguistiche. Un po’ bartezzaghiano, per restare in patria.
Non è neppure un giallo, perché ruota sì intorno a un (?) omicidio, ma il colpevole è noto fin da subito, e infatti è nella sua fuga che lo seguiamo. Una fuga che lo porta prima fra i cacciatori di teste del Borneo, poi di nuovo a Milano, in un’Itaglietta di televisioni e amenità domenicali, fra nostalgie svizzere (non per niente l’autore è svizzero ticinese, trapiantato a Milano) e rimandi al salotto televisivo nostrano.
È, forse, qualcosa di più vicino a una favola, ma una favola atipica come atipico è il romanzo, straniata e straniante, come le tante che al suo interno vengono narrate.
Avvicinarvisi come a un romanzo qualunque è controproducente. Farebbe girare la testa, fra incongruenze stilistiche e follie tipografiche (molto d’avanguardia, perlomeno originali). Invece no, guardandolo nel suo complesso non ha nulla d’incongruente, a meno che non si voglia dire che la pazzia è incongruente – lo è per definizione, perciò è un’accusa che crolla su se stessa.
L’unico modo per leggere questo romanzo senza rimanerne inevitabilmente frastornati è attenersi alla citazione che ho riportato sopra: non tentare di comprendere, non cercare un filo logico, non cercare un senso, non pensare, appoggiare la testa sul comodino.
Sta di fatto che se ne può rimanere frastornati ugualmente. Difatti il vortice si fa a tratti pesante, difficile da reggere, e fa pensare che – sebbene pare che sia stato ridotto molto – sarebbe stata un’opera più felice con un’ampiezza minore (sono 197 pagine).
La mia impressione è che siamo di fronte più che altro a un’opera di narrativa sperimentale, perciò non è facile dire se sia un libro brutto, bello, o così così. Di sicuro non è per tutti i palati, né tantomeno per quelli meno allenati.

Nota a margine merita, come sempre, la splendida copertina ad opera di Francesca Santamaria, che risulta ancora più bella dal vivo anziché in questa piccola riproduzione. La speranza e l’augurio è che l’illustratrice abbia presto degni riconoscimenti per il suo ottimo lavoro – oltre ad essere brava in sé e per sé, credo non abbia pari nel cogliere ogni volta l’essenza fondamentale dei libri per i quali disegna le copertine.

Gli incuriositi possono contattare la casa editrice tramite il sito o il blog, o scrivere direttamente una email a acquisti@casadeisognatori.com.

Per finire, segnalo:
* la presentazione del libro a cura della casa editrice
* una bella recensione scritta da PattyBruce
* l’autobiografia e curriculum dell’autore
* un estratto dell’opera

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2 pensieri su “Lapsus

  1. uskaralis07

    L’accostamento a Queneau ci può anche stare così come la chiave di lettura indicata ad un lettore attento e che usa il bisturi per parlare di sperimentazione. Se vogliamo un testo di non facile comprensione e che affatica sicuramente, ma io lo lascerei nei termini di una storia anche divertente per un buon esercizio di lettura se non altro molto diversa dal solito. Ma l’autore cosa ne pensa delle fatiche imposte volutamente agli “utenti”? Mi viene in mente un qualcosa riferita al periodo barocco del “marinismo” che diceva pressappoco così:”…è del poeta al fin la maraviglia e chi non sa stupir vada alla striglia” ma non è il caso di Flavio Pagani anche se fra le righe..comunque mi associo a PattyBruce .Franco

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