Inadatti al volo

Inadatti al volo (copertina)Ho comprato questo libro perché dentro c’è un racconto di un amico. Del suo racconto, però, preferisco non dire niente, perché, visto che si tratta di un amico, vorrei evitare di essere non-obiettiva.

Il titolo è bello, Inadatti al volo. Perché inadatti, ci si potrebbe chiedere. Perché qualcuno li considera tali, inabili a volare. Inabili perché. Perché malati?
Di malattia si parla infatti in questa antologia che raccoglie 37 racconti di altrettanti autori. La casa editrice è Giulio Perrone, e il libro, curato da Giovanni Di Muoio, è uscito da poco, all’inizio di dicembre. La causa è buona: una parte del ricavato andrà alla Fondazione Antonio Valentino, "una casa per lo studio e la ricerca delle cardiomiopatie familiari aritmogene", dice il sito.

Gli autori sono tutti "blogger", e questa è la prima cosa che mi fa storcere il naso. Non ho mai capito questa mania delle "antologie di blogger". Se uno scrive bene, non importa che abbia un blog o meno, a mio parere. Se scrive male, scriverà male anche se ha un blog. Non mi pare che l’equivalenza blog = qualità possa avere un seppur minimo fondamento. Tutt’al più, avere un blog può essere un buon modo per "mettersi sul mercato", per essere scoperti da una casa editrice.

In ogni caso, l’idea di un’antologia di racconti sulla malattia è buona. Malattia in senso lato. Malattia gravissima, malattia meno grave, malattia psicologica, malattia fisica, e così via.

L’idea è buona, il risultato meno. Un blogger non è necessariamente uno scrittore, c’è poco da fare. E però crede di esserlo, soprattutto se qualcuno lo sprona in tal senso.
La qualità media di questi racconti è bassissima. Alcuni sono prettamente in stile blog. Per dire, uno inizia così: «Nasce oggi questo blog.» Ora, immagino che il "racconto" in questione sia stato tratto pari pari da un blog. Ma qualcuno dovrebbe spiegare all’autrice che se è un racconto non è un blog.
A me i racconti in stile blog non piacciono, a meno che non sia una precisa scelta stilistica, e allora se ne può discutere, ma quanto meno questa scelta si dovrebbe motivare, argomentare, dimostrare.
In ogni caso, molte idee le ho trovate buone, per esempio quella dell’incipit citato, dove il tema è la violenza sulle donne e la rimozione della stessa da parte della vittima.
Peccato che a molte buone idee non corrisponda un altrettanto buono stile. Non basta una buona idea per fare un racconto. Se è mal scritto, è brutto. Punto.

Peraltro alcuni racconti, fortunatamente, alzano il livello medio. Se per i primi ho preferito non fare nomi, per questi non ho invece problemi.
Per esempio mi è piaciuto Potrestiesseretu di Barbara Gozzi, che narra di un malato terminale e della sua compagna. Abbastanza inquietante che il protagonista si chiami Potrestiesseretu. Abbastanza inquietante davvero.
Poi mi è piaciuto tanto La figlia dell’echidna di Lorena Eusebio, che è una dei pochissimi a non indicare l’indirizzo del suo blog (trovato tramite quello di Giovanni Di Muoio). Echidna vi dice qualcosa? Se non vi dice niente, seguite il link. Il racconto parla di una donna incinta, che partorirà un figlio troppo piccolo per essere suo… Questo racconto lo trovate anche nel blog dell’autrice, e secondo me merita.
Oppure Se quel lampione non fosse spento di Michele Ortore, liberamente ispirato a L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello (seguendo il link potete leggere l’atto unico pirandelliano per intero). Questo ragazzo ha solo 20 anni, ma secondo me è, stilisticamente parlando, il migliore dell’intera antologia.
O ancora Con gli occhi chiusi di Beatrice Biggio, che fa parlare una donna in coma, o La guarigione di Marco Bertollini, con le sue atmosfere africane.

Altri sono carucci, carini. Altri, ecco, lasciamo perdere, è meglio.

Due cose mi porta a chiedermi questa antologia.
La prima è perché per scrivere un racconto o un romanzo o una poesia oggi bisogna per forza usare il turpiloquio. Perché ci deve essere almeno una parolaccia per pagina? A chi serve? A che cosa serve? Giustificazioni stilistiche?
La seconda è perché ci deve essere sempre un po’ di sesso. Ma questa domanda concerne solo alcuni dei racconti qui raccolti, e in effetti è un argomento più ampio che in questo periodo mi fa parecchio interrogare e che vi sottoporrò, forse.

Un’ultima cosa. Giulio Perrone è un editore che mi ispira simpatia, graficamente elegante, con buone idee. Penso che dovrebbe adottare una diversa politica redazionale, nel senso che un libro può risultare alquanto fastidioso se è pieno zeppo di errori di stampa e/o battitura. Un correttore di bozze?

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43 pensieri su “Inadatti al volo

  1. bobregular

    alcuni tentativi di risposta (almeno saliamo sul rogo assieme, how romantic):

    1 – perché furoreggiano le antologie di bloggers? Per sfruttare il fatto che ogni blogger (me compreso, ma sto guarendo), dall’atto della pubblicazione, passerà fatalmente almeno l’80% della sua vita internautica a pubblicizzarsi. È un fenomeno ampiamente osservato da studiosi quali il Dr. Chinaski. Ti faccio notare che ogni blogger (se non scrive poesie LOL) ha un portfolio di almeno 10-15 adoratori pronti a correre in libreria; moltiplica per 10 nel caso di blogstaLLs; nonché che tutte le piattaforme principali di blog sono in cima ai risultati di ricerca di Goggle e affini. Si tratta in sintesi, di progressione geometrica della comunicazione.
    Questo ragionamento non ha, nel caso di specie, una valenza economica, visti i meritori scopi umanitari della raccolta da te recensita. Sta di fatto che il fenomeno “bloggers su carta”, in linea generale, per me si fonda su questo.

    2 – uso del turpiloquio: puro lassismo, nessuno più si sforza di farne a meno neanche in privato.
    3 – sesso:…che una coppia di buoi. Più rilkianamente, non siamo più stimolati da niente (altro).
    4 – errori: beh io ne ho trovati un quintale anche su un libro di Einaudi (E’berger, “Che noia la poesia”), non mi aspetto più niente…

    [Ti saluto, straca**o, è gia inisiato Pleyboy show, e non o scritto ancona mail alle ditore. :-)]

  2. Sonnenbarke

    1) Tu gli adoratori (cioè, le adoratrici) ce le hai, solo che adorano tutta la tua superficie, non abbastanza per digerire il tuo osticissimo libro di poesie. D’altronde, se stasera ti senti così romantico da salire sul rogo insieme a me, penso che abbiamo risolto il problema 😀
    A parte gli scherzi, è vero quello che dici, però a me fa tristezza. Sono così fuori moda da amare ancora la qualità (appunto).

    2) Ho capito ma almeno quando scrivi un libro…

    3) Bisogna che dica ciò che mi prude da giorni. Prossimamente su questi shermi.

    4) Pischello, tu ce li hai trovati perché te li ho detti io, non vale.
    Ce ne sono a bizzeffe anche sui libri di Repubblica, ne ho pochissimi proprio per questo motivo. Al mio occhio critico dà fastidio, sono schizzinosa da deformazione professional-universitaria.

  3. Sonnenbarke

    Poi a mezzanotte e mezza si dà anche la possibilità che io non rilegga, e allora gli errori li faccio anch’io, ma me ne accorgo. Tanto per puntualizzare.

  4. unpoapolide

    ola.
    provo a rispondere a un paio di domande:
    non è che si debba per forza usare il turpiloquio, è solo che fa parte dello svuotamento di senso delle parole nel mondo che ci gira attorno. non colpisce neppure più, a parte certi casi. ma per chi lo scrive può dare l’impressione di essere efficace. inoltre viene in soccorso nel caso in cui manchino idee. di giustificazioni stilistiche ce ne sarebbero pure, ma vanno valutate caso per caso. il turpiloquio serve a rendere particolari aspetti del personaggio in questione? è in qualche modo fondamentale a renderlo così com’è?
    perché ad esempio, in un personaggio affetto da sindrome di tourette (quando questa non si limiti al semplice turpiloquiare a sproposito) le parolacce contribuiscono a rendere il, diciamo, quadro clinico più veritiero. Così in Brooklyn motherless di Lethem, ad esempio (ma è solo uno degli aspetti del protagonista, che si fissa sui numeri, sui propri pensieri, si fissa sul proprio fissarsi sulle cose etc etc).
    riguardo il sesso. è come per i film. una scena di sesso fa sempre un po’ di brodo. certo è che ci sono scene di sesso e scene di sesso. e c’è modo di parlare di sesso e descriverlo e altro modo. è una sfida. per quel che mi riguarda. difficilissimo da rendere nelle sue forme normali e naturali, più facile estremizzarlo.
    sui correttori di bozze non posso che essere d’accordo, per tutte le case editrici!!!
    ciao mari,
    e buone feste!!!!
    abbraccione.

    ndr

  5. Sonnenbarke

    Andrea, tu ragioni a livello più alto, scusami 😉 Nel senso che il tuo ragionamento è giusto, ma la maggior parte del turpiloquio contenuto in questi racconti è talmente inutile da qualsiasi punto di vista che non credo gli autori si siano posti il problema.
    Nella vita quotidiana si dice “ca**o” come si dice “cioè”, e allora lo si scrive anche. Almeno la scrittura mi piacerebbe che fosse un po’ più raffinata. Poi, dipende dal contesto, certo.

    Il sesso fa sempre brodo, ma quando proprio col resto del racconto non c’azzecca niente, penso che si potrebbe decisamente evitare, si va anche fuori tema per fare cassetta.
    Peraltro cogli un punto fondamentale, ovvero la sfida. C’è modo e modo, sì. Fra gli scritti di sesso che ho letto (blog, libri, antologie, ma non mi riferisco a questa, ora) quelli che ne sanno scrivere sono l’1%, e mi tengo larga.
    Faccio sempre lo stesso esempio, ma mi piaceva come scriveva poesie erotiche Apollinaire, mi piaceva anche come scriveva di sesso Sade, volendo, anche se non mi entusiasma. C’è modo e modo.

  6. amfortas

    Cara Maddalena di Coigny aka Marina, intanto ti dico che sei stata avventata a comprare il libro, perché te l’avrei mandato io. (ecco! Strasmile)
    Più seriamente: condivido qualcuna delle tue perplessità.
    1) Grazie della recensione.
    2) Gli errori di stampa: tanti, troppi. (ma è cosa rara non trovarne ovunque, come dice Andrea Cheniér aka Bob)
    3) Beatrice Biggio è una ragazza straordinaria, che io, in altra sede, ho definito un’eroina per il lavoro che conduce quotidianamente. Se proprio dovessi fare una classifica, indicherei il suo pezzo come il migliore.
    4) Il turpiloquio: io ho scelto, all’inizio del mio racconto, di usare il vocabolo fallo e non l’altro; è stata appunto una scelta, dettata dal mio sentire e vincolata a codesto racconto. Credo (spero?) che anche gli altri si siano lasciati guidare dall’ispirazione.
    5) Il sesso: insomma, non mi pare ce ne sia poi così tanto, meno che in un romanzo di Roth, per dire. (tu dirai: “Ma è Roth!”…ok, ma sempre di sesso spudorato e spesso banalizzato si parla)
    6) A mio modestissimo avviso, non si doveva incominciare con Nina Vomitich, non tanto per la qualità intrinseca dello scritto, ma perché è un pezzo troppo underground nell’accezione fine anni ’60.
    7) Alcuni racconti sono autocompiaciuti, più che brutti, sembrano scritti su commissione, tipo compitino. Non passano nulla, sai già che voglio dire.
    8) Hai ragione sul fatto che alcuni testi sembrano post (come stile), ma ci sono anche pezzi che meriterebbero un respiro più ampio.
    Nel complesso, io sono soddisfatto, anche perché ho raccolto altri commenti più lusinghieri (e disinteressati) su questo lavoro.
    Una cosa è certa: se è vero che non vedo nessun nuovo Dosto è anche vero non vedo altri Moccia all’orizzonte, e questo è un bene per tutti noi. (smile)
    Un carissimo saluto e ancora grazie per aver espresso il tuo parere.
    Paolo

  7. Sonnenbarke

    Ringrazio Fabrizio per i complimenti, che mi onorano molto.

    E ringrazio Paolo per il commento articolato, a cui provo a rispondere.

    * Gli errori di stampa si trovano ovunque, ed è un peccato, perché non ci vorrebbe poi tanto a evitarli.

    * Piccola precisazione: l’ordine in cui ho elencato i racconti che ho preferito non è una classifica, li ho semplicemente nominati partendo dalla fine del libro.

    * Spero bene che il linguaggio adoperato sia una scelta. A volte si sente che lo è, altre volte sembra frutto del caso, ma posso sempre sbagliare.

    * Hai ragione, non c’è tanto sesso, mi sono lasciata guidare da altre mie riflessioni. Solo che quello che c’è lo capisco soltanto in parte, eppure se fai caso è presente proprio nei racconti che ho preferito… Per dire, ha senso in quello della Biggio, volendo, meno in quello di Bertollini, mi pare…

    * Il sesto punto che tocchi mi ha fatto drizzare i capelli. Ma mi leggi nel pensiero? Sono tornata a rileggere ma no, non l’avevo scritto. Anzi, l’avevo cancellato, perché inizialmente ero partita proprio facendo questa osservazione su “Nina Vomitich”. Però ero troppo vipera, e l’ho cancellato. Mmmm.

    * Sì, siamo d’accordo. Si sente che alcuni racconti sono scritti su commissione, o almeno è l’impressione che danno. Alcuni strabordano addirittura di autocompiacimento. A volte si fa più bella figura a stare coi piedi per terra.
    E comunque insisto che alcuni sono scritti male, guarda, lo dico da lettrice accanita.

    * Per esempio un racconto che chiama a gran voce un respiro più ampio… 😉

    * Sono contenta che tu sia soddisfatto. Puoi esserlo. Tu, personalmente.
    Nuovi Moccia no, non ce ne sono nella vostra antologia. Ma non è che Moccia sia l’unico male della narrativa italiana. Credimi, può darsi che sia addirittura il male minore. Moccia è narrativa per tredicenni, e a loro non fa male. Qua dentro c’è, scusami, narrativa per il proprio ombelico e i propri quattro adoratori, e questo è disturbante.
    (Peggio di Moccia? Le donnine annoiate, ma non c’entra con voi. Ne parleremo.)

  8. Sonnenbarke

    Paolo, mi sono dimenticata una cosa: non dire stupidaggini, i libri per beneficienza li compro volentieri 🙂
    [E poi la ricerca sulle cardiopatie mi sta a cuore, è proprio il caso di dirlo…]

  9. unpoapolide

    per paolo.

    tu scrivi, “sembrano scritti su commissione”. ma sul sito di giulioperroneeditore è scritto “Giovanni Di Muoio ha chiamato a partecipare a questo progetto alcune delle penne più interessanti della rete dei Blog”.
    A me sembra che questa frase lo dica esplicitamente, che sono racconti scritti su commissione. Se una persona chiama un’altra a partecipare ad un progetto di scrittura che ha certe regole (parlare di malattia, in questo caso, mi sembra) e quest’ultima accetta, beh, quello che scrive gli è stato commissionato. Tra l’altro, non c’è nulla di male in questo. Molti concorsi richiedono uno scritto “a tema”, e se uno lo fa, è già uno scrivere su commissione. Non è che non capisca quel che vuoi dire, paolo, ma da come sono presentate le cose, anche sul sito della casa editrice, sembra sia stato per tutti i partecipanti un lavoro su commissione. Poi non so. Era solo una cosa che mi è venuta in mente andando sul sito della GPE. Tutto qua.
    ciao.

    ndr

  10. amfortas

    Beh, ma mi sembra che tu abbia capito quello che voglio dire no, unpoapolide?
    Ciao 🙂
    Comunque, di questo libro sono previste presentazioni in varie città italiane (Roma mi pare il 26 gennaio, poi a Trieste a metà febbraio, data e luogo da definire).
    Ne riparleremo, quindi.

  11. malaparata

    Oh finalmente qualcuno che parla di questo libro. Non importa se bene o male, davvero non ha nessuna importanza. Dico che realizzare un’antologia è operazione subdola. Uno potrebbe cavarsela invitando gli autori (blogger o meno) che conosce e dei quali si fida. Il risultato finale sarebbe certamente più omogeneo. Ma la finalità di questo libro è stata un’altra. Non dico che come curatore ho centrato l’obiettivo ma ti assicuro che personalmente sono abbastanza soddisfatto. Una cosa proprio non volevo: standardizzare il libro. Ecco il motivo per cui ho pescato tra la rete dei blogger, mi interessavano persone che sapessero dire delle cose in un certo modo, vicino al parlato più che alla prosa tradizionale. Dei 37 autori presenti qualcuno è molto sopra la media, altri hanno generosamente partecipato al progetto su commissione come è stato evidenziato. Rispetto la tua opinione quando dici che il libro nel suo complesso ha una qualità bassissima ma proprio non la condivido. Dentro la raccolta sono evidenziati diversi modi di scrivere molto distanti tra loro e questo conferisce al libro una sorta di eterogeneità fastidiosa, una sorta del senza capo nè coda ma che è assolutamente voluto.
    Tra l’altro il tema si presta molto bene a sperimentazioni di stile e qualcuno in effetti ci ha provato.
    Devo anche ammettere, ad onor del vero, che se avessi avuto più tempo da dedicare all’antologia avrei fatto un lavoro di fino, banalmente avrei pubblicato meno racconti, sarei stato più selettivo insomma. Avrei anche prestato più attenzione personalmente all’editing dei brani (cosa che ho fatto sempre personalmente anche nel mio libro con la Perrone) ma avevamo la scadenza dettata dalla Fiera del Libro che ci ha costretti a correre un po’. Tutto è perfettibile, pensa che staimo facendo tesoro delle segnalazioni per correggere qualche errore di editing e rendere il tutto più armonico. Tuttavia dentro questo libro ci sono almeno 5 autori che potrebbero trovare spazio alla Perrone o in un’altra casa editrice con propri lavori. Alcuni li hai citati tu di altri preferisco non parlare per scaramanzia perchè ci sono di mezzo dei contratti editoriali in stand-by.
    Di questo, come curatore, non posso che essere soddisfatto.
    In ogni caso ti aspetto il 26 gennaio a Roma al Lettere Caffè che si trova a Trastevere. Parleremo di questo libro, nel bene e nel male. Spero davvero che tu possa essere della partita, ciao.
    Giovanni Di Muoio

  12. Sonnenbarke

    Giovanni, ti ringrazio per l’intervento, mi ha fatto molto piacere sentire il tuo parere.
    E ci credo che non condividi la mia opinione sulla qualità, ci mancherebbe altro 😉
    Sinceramente non è l’eterogeneità a darmi fastidio, in un’antologia ci può stare tranquillamente. È proprio che non mi piace lo stile in cui certi racconti sono scritti.
    Peraltro, non avevo voluto dirlo ma effettivamente mi era sembrato evidente che ci fosse stata fretta nel chiudere e mandare in stampa il libro. Si nota proprio dagli errori, soprattutto.
    Ti ringrazio per l’invito ma il 26 gennaio è proprio sotto esame, e io non sono di stanza a Roma ma a Firenze, per cui temo proprio che dovrò declinare… Se doveste fare presentazioni a Firenze, invece, verrei volentieri.

  13. malaparata

    Ciao Marina, sono Bianca, l’autrice del racconto NIM dell’antologia, probabilmente uno dei racconti a riguardo dei quali “è meglio lasciar perdere”.
    Apprezzo però la tua recensione per vari motivi, primo perchè trovo tu sia una lettrice attenta, secondo perchè condivido diversi punti:
    -vari errori presenti, insopportabili per i lettori attenti;
    -l’abuso del turpiloquio e del sesso nella narrativa contemporanea, anche se a guardare la nostra raccolta e il panorama editoriale attuale, forse non siamo in così gravi condizioni!

    Non capisco perchè il gran fastidio nel fatto che ci sia una raccolta di blogger. Molti blogger hanno pubblicato su carta (brutte) copie dei brani postati riscuotendo grande successo, anche grazie alla campagna pubblicitaria dei vari editori. Questo però non significa che “pornoromantica” o “pulsantilla” siamo meglio o peggio di tanti altri autori che pubblicano su carta. Nelle librerie abbiamo sempre trovato Kundera, Maggiani, Eco e in uno scaffale accanto le “strenne” di Iva Zanicchi, Mike Bongiorno o l’attricetta di turno. Così esistono molti blogger dalla scrittura raffinata che vengono pubblicati, così come troviamo il libro di una “blogstar” che ci sembra piuttosto ridicolo.

    Il blog è anche una vetrina, come mille altre nel mondo, e perchè storcere il naso di fronte ad uno che si è pubblicizzato tramite splinder, piuttosto che di fronte ad uno che ha pubblicato grazie magari a delle amicizie “importanti”?

    Ciao, Bianca

  14. Sonnenbarke

    Ciao Bianca, grazie per il tuo contributo.

    Sinceramente il tuo racconto non mi è dispiaciuto, fra l’altro tratta temi molto interessanti, specie quello del disturbo ossessivo-compulsivo che non è molto frequente nel panorama letterario.

    La questione della pubblicazione (di blogger o meno): la mia (cinica?) impressione è che al giorno d’oggi quelli che pubblicano grazie ad amicizie siano una percentuale molto alta. Sto facendo un discorso generale, non mi riferisco a questa antologia.
    Le amicizie sono sempre importanti, quando aprono le porte: a volte lo sono molto [vogliamo parlare della quattordicenne “figlia di un’importante famiglia milanese” – è scritto sul risvolto di copertina – che ha pubblicato un romanzo con Mondadori? non mi ricordo come si chiama… chiamo in aiuto Mr. Regular], altre volte lo sono meno, ma è sempre che se uno conosce personalmente o per interposta persona l’editore tal dei tali, anche piccolo, ha qualche chance in più. Mi viene da pensare che i piccoli editori dovrebbero essere meno proni a favori, ma non so quanto sia vero.

    La pubblicità, per uno scrittore, è cosa buona e giusta. Se non si pubblicizza, non gli cadono contratti editoriali dal cielo, è ovvio.
    Non credo che “il/la blogger” sia meglio o peggio degli altri autori. Credo che sia un autore esattamente come gli altri, con lo stesso 50% e 50% di probabilità di scrivere bene o male, giudicabile con lo stesso metro con cui giudico gli altri, né privilegiato né svantaggiato.
    Questo reclamo: il diritto di considerare uno scrittore per come scrive, non per il fatto che abbia un blog o meno. E questo non è ovvio. Nel senso che non è un diritto scontato.
    Ci sono case editrici che pubblicano esclusivamente blogger, o che hanno fatto collane per pubblicare blogger. Il blogger ha una corsia preferenziale, e questo è un dato di fatto. Il blogger, a mio parere, ha più probabilità del non-blogger di essere pubblicato. Non perché si pubblicizza tramite il blog e quindi più editori possono venire a contatto con la sua scrittura, ma perché, come dice Bobregular più sopra, porta con sé uno stuolo di lettori adoranti che compreranno il suo libro, e l’editore lo sa. Secondo me molto spesso quando viene pubblicato un blogger non è rilevantissimo che sappia scrivere bene. Prendi blogger X, quello che ti pare, Pulsatilla magari che è il caso più famoso: dimmi se un autore sprovvisto di blog avrebbe pubblicato scrivendo le stesse cose.

    Voglio fare un contro-esempio che mi ha colpito favorevolmente: sto leggendo un’antologia scaturita da un concorso letterario. I racconti recano il nome dell’autore: Pinco Pallino, Tizia Ecaia, e così via. L’editore – che, lo posso anche dire, sono I Sognatori – ha un blog sul quale ha pubblicato delle interviste agli autori della raccolta. Ecco, solo da quelle interviste ho scoperto che quasi tutti gli autori hanno un blog, e che alcuni li ho pure letti ogni tanto, solo che non avevo la minima idea del loro nome e cognome. Non so, per me questo è meritorio. Fra l’altro non influenza – positivamente o negativamente – il lettore. Non ci sono antipatie o simpatie, solo buoni o cattivi scrittori.

    Un’ultima cosa, una semplice curiosità. Se io pubblicassi un mio racconto in un’antologia sarei fiera di mettere nome e cognome. Mi sono chiesta come mai alcuni degli autori di “Inadatti al volo” pubblichi sotto pseudonimo o, come nel tuo caso, Bianca, col solo nome. È solo una semplice curiosità, se ti va di rispondermi.

  15. amfortas

    Marina, considera che nell’antologia siamo in 37: a questo punto ti conviene vendere gli spazi pubblicitari del tuo blog eh?(strasmile)
    No, i libri di Babsi Jones no, grazie! (ultrastrasmile)

  16. malaparata

    grazie per la risposta Marina.
    Innanzitutto mi hai messo la curiosità sulla “figlia di un’importante famiglia milanese”…ma penso sopravviverò anche senza soddisfarla!
    Sono pienamente d’accordo con te che il blogger abbia la stessa percentuale di qualsiasi altro di essere bravo o meno a scrivere, e concordo sull’ipotesi di case editrici molto prone a pubblicare non per la qualità della scrittura, ma per la “fama” di determinate persone. Cavalcano la moda del momento, del resto l’editoria non guarda solo ai contenuti, ma anche ai possibili guadagni, e penso che questo sia un fenomeno non riconducibile agli ultimi anni, ma ben addietro. Del resto nemmeno la Einaudi mi pare pubblichi solo autori “di qualità”, e a quanto dici, nemmeno correggono bene le bozze!
    Conosco l’antologia dei sognatori e penso siano in gamba, hanno generalmente una scrittura molto diversa da quella degli autori dell’antologia degli inadatti, ma non mi sento di affermare che l’una o l’altra possano vantare una miglior qualità di scrittura.

    Infine, per quel che riguarda la scelta del solo pseudonimo: sono pochissimi coloro che hanno usato questo espediente. Personalmente non lavoro nell’ambito della scrittura, sono un fisico e cerco di fare ricerca in questo Paese, il che è abbastanza impegnativo, soprattutto per quel che riguarda il mio tempo libero. Non ho ambizioni a tenere una rubrica su un giornale e non ho nessun romanzo -nemmeno poesie, pensa!- nel cassetto. Scrivo su un blog perchè ciò offre la possibilità di dialogare con un eventuale lettore, che manca in un diario personale, e per mantenere l’abitudine a scrivere, che sebbene non sia un mio talento, mi ha sempre divertito parecchio. Scrivere con uno pseudonimo mi offre un’immensa libertà. Se tutte le persone con cui lavoro o quelle che conosco, sapessero del blog, mi sentirei meno libera e comunque sotto osservazione. Quindi siccome sono stata inclusa nell’antologia per quello che scrivo nel blog e non per la persona che sono realmente, pensavo fosse più coerente inserire pseudonimo e link al blog.
    Sicuramente mi sono dilungata troppo, speriamo almeno di essere stata esauriente!
    Ciao, Bianca

  17. Sonnenbarke

    Paolo, sarà che è il primo gennaio, ma non ho capito bene la tua battuta.
    Comunque eviterei di parlare di Babsi Jones, che come sai stimo moltissimo come donna e come scrittrice. E il suo libro non ho ancora avuto tempo di leggerlo, purtroppo.

    Bianca, mi fa molto piacere che tu ti sia dilungata, sei un’interlocutrice piacevolissima 🙂

    Se ti interessa la figliola prodigio, clicca sul link nel commento di Bobregular 😉

    Le case editrici che pubblicano solo libri di qualità penso che siano una percentuale molto esigua. Del resto la logica del mercato può essere poco piacevole ma è una dura realtà con cui un editore deve fare i conti, se non vuole finire sul lastrico. Guardare ai guadagni è, purtroppo – ma logicamente -, inevitabile.

    Sì, è vero che lo pseudonimo lo avete usato in pochissimi, era solo una mia curiosità.
    È molto interessante quello che dici in proposito. Il mio ambito è sempre stato quello umanistico, perciò è possibile che le nostre realtà ed esigenze siano diverse. Eppure da un lato posso capire la tua necessità di vivere la tua passione sotto pseudonimo, in un mondo-sciacallo dove ogni pretesto potrebbe essere buono per fare fuoco su di te. Sì, penso che dipenda dalla nostra diversa estrazione.
    Per me, personalmente, quello che scrivo nel blog equivale a quello che sono, perché quello che scrivo qui sopra è più o meno ciò che faccio quotidianamente. Perciò all’epoca mi soprannominai Sonnenbarke, ma credimi mi fa molto più piacere se mi si conosce come Marina, anzi proprio come Marina Taffetani 🙂 (che poi ha dell’inquietante scoprire, per esempio, che qualcuno arriva qui cercando i saggi di danza di M.T. – come essere spiata…)

  18. famoHPsse

    Ciao Marina,
    se scrivo in qualità di blogger, scrivo come un blogger.
    Se scrivo altro, sono altro a seconda dei casi.
    Solo lo stile, se c’è, è connotante.
    Il tentativo è di cogliere qualcosa. A prescindere dai modi di scrittura.

    Giovanni Berardinelli

    (…Firenze non è poi così lontana..)
    🙂

  19. unpoapolide

    @ 23
    interessante quest’ultimo commento. “se scrivo in qualità di blogger, scrivo come un blogger.” etc.
    perché dice che c’è uno stile di scrittura “blogger” che sembra, quasi, canonizzato. e che ci sono stili di scrittura “altri”, che non sono blogger. è una riflessione interessante.
    però, anche nel mondo blogger si incontra vari tipi di scrittura, secondo me. è un mondo variegato, per cui dire “scrivo come un blogger” mi sembra sia insufficiente. cosa vuol dire, “scrivo come un blogger”? ecco, non l’ho capito (e forse dipende dal fatto che abbiamo una diversa frequentazione del mondo dei blog). diverso sarebbe se, giovanni, tu avessi scritto, essendo stato chiamato per come scrivo sul mio blog, ho scritto un racconto secondo lo stile del mio blog.
    mi interessa quello che hai scritto, ma non riesco del tutto a comprenderlo. me lo spieghi? grazie.

    ndr

  20. utente anonimo

    Grazie, Marina, per questa interessantissima discussione.

    Sono rimasta molto colpita dalla puntualizzazione del curatore della raccolta: “se avessi avuto più tempo da dedicare all’antologia avrei fatto un lavoro di fino […] ma avevamo la scadenza dettata dalla Fiera del Libro che ci ha costretti a correre un po’”.
    Correre un po’ per non perdere la vetrina della Fiera? Mi spiace, ma una giustificazione del genere è davvero sconcertante. Alla faccia dell’editoria di qualità!

    Per quanto riguarda la moda delle antologie di blogger, sono pienamente d’accordo con la tesi di Bobregular: i blogger sono pubblicitari nati, nessun ufficio stampa riuscirebbe a promuovere un libro con altrettanto zelo. I commenti a questo post ne sono una riprova.

    Un saluto affettuoso, Elena (ex blogger)

  21. amfortas

    Marina, volevo solo dire che siccome siamo in tanti, è probabile che le visite al tuo blog aumenteranno, nei prossimi mesi.
    Suggerivo quindi, da buon mercante, di sfruttare la situazione vendendo gli spazi per i banner.
    Il tutto era ed è molto ironico :-), spero di essermi spiegato.
    Vedo se riesco a formulare un pensiero decente sull’altro post 🙂

  22. famoHPsse

    @unpoapolide:
    credo che il blogger debba tener conto del mezzo con cui ha a che fare. avere soprattutto potere di sintesi. lanciare messaggi (o emozioni) che arrivino. da condividere.
    certo può anche pubblicare sul web scritti di più ampio respiro, ma allora agisce in qualità di aspirante scrittore più che di blogger.
    ho idea che la patente di blogger debba andare a chi utilizza il mezzo per quello che è.
    ma è un idea, più che un’opinione.
    G.

  23. unpoapolide

    @ giovanni
    dunque, la sintesi. lanciare messaggi (o emozioni) che arrivino. da condividere.

    dici questo. il lanciare messaggi, però, mi pare una qualità pubblicitaria, se vuoi. la sintesi, inoltre, non è solo del blogger. anzi. essere sintetici, a mio parere, è dire il necessario. e questo è anche nella narrazione, diciamo, extra-blog. per me, una scrittura che tenga conto del mezzo, ed in questo caso del blog, è scrittura che mette a frutto le potenzialità del mezzo. per quanto riguarda il blog, la possibilità del link a materiale esterno. per me un blogger deve saper fare uso di questa possibilità, per esempio. la possibilità del brano musicale a commento dello scritto. e sono cose che, sulla carta, è più complicato fare. utilizzare il mezzo per quello che è, vuol dire utilizzarne le potenzialità. altrimenti, se la scrittura blogger dovesse essere identificata solo come scrittura breve e d’impatto (lanciare messaggi che arrivino), diviene un po’ come la pubblicità su un quotidiano ed una rivista. per cui, credo che ci siano, dal punto di vista di utilizzo del mezzo, pochi veri blogger che ne hanno padronanza (scrittura, link, musica, video), mentre molti ne usano solo una parte, o magari le usano tutte ma non integrandole.
    il mezzo blog. è molto interessante quello che dici. io non lo uso bene, ad esempio.
    grazie mille.

    andrea

  24. famoHPsse

    Andrea,
    nella sostanza sono d’accordo con te.
    Specifico meglio solo che per me lo scrivere sintetico nel blog è una necessità, mentre altrove è una scelta.
    (invece per l’adattamento del modo di scrivere alla rappresentazione voluta, se vuoi perdere tempo con due esempi di quello che volevo dire, puoi trovarli qui

    http://calligrafia.splinder.com/post/11204475/La+Via+pi%C3%B9+importante+di+Roma

    http://famohpsse.splinder.com/post/11852524/Post+n%C2%B0+15+-+A.A.A.+CERCASI

    ciao
    Giovanni

  25. Sonnenbarke

    A tutti: sono in un internet point con pche ore di sonno sulle spalle, scusate se saro’ breve e imprecisa.

    Elena, il discorso del correre per non perdere la vetrina o qualche altra scadenza… non succede solo alle piccole case editrici, credimi. La scadenza e’ la scadenza, triste ma vero.

    Poi sono d’accordo con unpoapolide. Lanciare messaggi che arrivino? Mah, io allora non scrivo “da blogger” mi sa. Perlomeno, gira voce che io sia criptica. E ti diro’ di piu’, non mi da’ fastidio esserlo.

    Quanto alle visite e agli spazi pubblicitari… ci pensero’, Paolo 😉

  26. utente anonimo

    Ciao. Mi ha fatto grande piacere leggere i tuoi commenti. Soprattutto la schiettezza nel rivendicare la libertà del tuo atteggiamento critico basato “sulla qualità della scrittura”. Non è da tutti e questa lacuna (che definirei etica) contribuisce alla sparizione del rischio imprenditoriale da parte degli editori (piccoli e grandi). Che è poi la ragione del dibattito su scrittori-blogger, qualità della scrittura, squinzie prodigio e difese lipperiniane all’industria culturale. In altre parole, a prescindere dai tuoi giudizi di valore, condivisibili o meno, rilevo almeno, da parte tua, il coraggio di darli, questi giudizi! Mai pensato di metter su una casa editrice? 😉 Stai bene e grazie ancora. Cyrano.

  27. Sonnenbarke

    Grazie Cyrano, concordo con te che sia la mancanza di “etica” a far sì che prolifichi un certo tipo di scrittura non proprio di spessore.
    Addirittura dici che dovrei darmi all’imprenditoria editoriale? 😉

  28. HankCBukowski

    Ho letto un po’ di racconti di questo libro. Alcuni li trovo ben scritti, alcuni originali, alcuni davvero insensanti, e alcuni soltanto racconti. Anche a me l’idea del blogger mi spaventa.
    Però mi spaventano pure le critiche letterarie e gli strozzini.
    Ma odio il turpiloquio. Il 26 magari ci sarai. Gennaio. Roma. Lettere cafè.
    Spero di essere uno di quelli che ti ha fatto schifo, tra gli autori, così avrò almeno qualcosa da dire.
    Un abbraccio.

  29. BettaB

    ciao, sono una dei blogger (BettaB) e probabilmente il mio racconto sarà tra quelli che non ti sono piaciuti affatto, però ti ringrazio per aver recensito l’antologia…
    se vorrai dirmi cosa ne pensi, comunque, scrivimi pure. Mi farà molto piacere.
    Buona giornata.

  30. BettaB

    Il mio racconto che inizia con “Nasce oggi questo blog”, non è tratto pari pari da un blog. E’ una mia idea, proprio per farlo sembrare come se fosse la pagina di un blog. E comunque non serva che nessuno mi spieghi la differenza tra un racconto e un blog, la conosco molto bene. Fidati. Il lessico è volutamente scarno e poco ricercato, perché la narrazione di momenti concitati e difficili lo richiede. Se vorrai comunque leggere il mio libro in uscita “Nata con i piedi nel sangue”, edito da Marlin editore, -lo troverai nelle librerie dal 28 gennaio- potrai, forse, scoprire qualcosa di molto diverso. Ogni tema, ogni racconto credo abbia bisogno di un suo stile, di un suo modo in cui le cose siano raccontate. Rispetto, comunque, la tua opinione. E sono convinta anch’io che ci siano racconti che meritano molto di più del mio.

  31. Sonnenbarke

    Bukowski, non ho il libro sotto mano, non mi ricordo qual è il tuo racconto.
    Cosa sono i racconti che sono “soltanto racconti”?…
    Mi dispiace, ma finché presentate a Roma, non ci sarò, sono sempre sotto esame (e poi sono 80 € di treno, se ne vogliamo parlare…).

    Betta: prima lasci un commento e poi leggi quello che ho scritto. È un modo di procedere come un altro, interessante.
    Ho fatto un salto sul tuo blog, ho guardato il tuo sito. Sono contenta per te per tutti i riconoscimenti che hai ricevuto, mi fa piacere che a 21 anni tu stia pubblicando il tuo terzo libro. Purtroppo, il tuo stile non coincide con i miei gusti. Pazienza, è la dura legge della domanda e dell’offerta, quando l’offerta è sovrabbondante.
    Comunque ti ringrazio per avermi spiegato le motivazioni del tuo stile, lo apprezzo molto. Si vede che non fai le cose a caso.
    Non ho niente contro lo stile scarno. Bene se la tua scelta è consapevole, resta il fatto che per me un racconto e un blog sono due cose diverse. Se compro un libro, voglio leggere un racconto. Questione di gusti.

  32. HankCBukowski

    Un racconto dove non c’è una reale voglia di dire, ma solo un serie di circostanze più o meno banali e ovvie.

    Il mio racconto? Non ricordo il titolo. Sugli ottanta euro, uh; e chi ti dà torto.

  33. BettaB

    Avevo già letto, comunque, ciò che avevi scritto. Sapevo già di non essere tra le preferenze, ed era immaginabile. Ma m’interessava comunque sapere cosa ne pensi. Io sono sempre attenta alle opinioni altrui, mi piace scandagliarle, approfondirle, e imparare. Perché le critiche, se costruttive, possono essere utili.
    E poi, per fortuna, il mondo è bello perché è vario.
    Grazie, ancora.

  34. ireneladolce

    sono abbastanza d’accordo su molte delle cose che dici.
    Senza soffermarmi nei dettagli, ti posso dire che, principesse permettendo, stiamo lavorando un poco all’editing, noostante la perrone.

  35. Sonnenbarke

    Irene, parli di editing vero e proprio o di semplice correzione di bozze?
    L’inciso sulle principesse è fantastico (posso immaginare).

    Betta, l’idea di fondo del tuo racconto mi piace. Non sarà originale, ma è un tema di cui si parla sempre troppo poco. Per cui ben vengano racconti e quant’altro sull’argomento.
    Il problema, per quanto mi riguarda, è lo stile, e credo di averlo già detto. Non mi pice il racconto in stile blog. Bene se mi dici che è una scelta consapevole, ma per me ha poco senso. La carta, credo, richiede un respiro diverso. Non parlo di lunghezza o ampiezza, nemmeno dello stile scarno o meno. Un racconto breve e in stile scarno non ha niente di male in sé e per sé. Trovo anche condivisibile il tuo voler usare uno stile asciutto per rendere meglio la drammaticità. Non credo sia indispensabile, ma è un buon metodo. Il problema è il target. Quello di un libro è diverso da quello di un blog. Chi legge un blog spesso ha fretta, ha da passare due minuti fra una scartoffia aziendale e l’altra, o cose così. Chi legge un libro ci impiega del tempo. Può essere preso da un’angolazione diversa, meno veloce e ruffiana.
    Non so se mi sono spiegata bene.

  36. BettaB

    Ti sei spiegata benissimo.
    Abbiamo opinioni diverse, è ovvio.
    Però terrò conto del tuo punto di vista, credo mi potrà essere utile in futuro.

  37. Therightchoice

    Solo adesso ho avuto il tempo per leggere questi commenti e quelli che ne sono scaturiti sul forum degli autori ; tra l’altro perchè alla presentazione romana mi son sentita chiedere informazioni sulla faida Amfortas vs. Farfallula ed ero assolutamente impreparata.
    E’ stato in quella sede che ho avuto in mano il libro e di errori ce ne sono parecchi (il mio cognome tra l’altro 😉 ).
    Non so esere lieta o meno che il mio brano non sia stato nominato in questa sede ma non essendo io una scrittrice di mestiere non credo che me la sarei presa in ogni caso. D’altra parte ho sempre ritenuto che le critiche, se non sono sterili polemiche, servano a crescere e migliorarsi sopratutto se a seguire vi è la possibilità di un confronto.
    Detto cio’ ti ringrazio per averci letto
    un caro saluto
    Ginevra De Gregorio

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