La poesia, questa sconosciuta

(Ora parlate voi).
La gente non legge o legge poco, e fin qui niente di nuovo.
Fra la gente che legge, compresi quelli che leggono tanto, perché solo pochissimi leggono poesia?
Vorrei sapere: voi leggete poesia? Senza falsi pudori, please. Se la leggete, perché? E soprattutto, se non la leggete, perché?

[Update]: il poeta Roberto R. Corsi propone una domanda aggiuntiva, che provvedo a porvi: che cosa vi aspettate / aspettereste leggendo una poesia? sottinteso: perché possa impressionarvi positivamente.

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37 pensieri su “La poesia, questa sconosciuta

  1. gabrilu

    Naturalmente conosco i grandi classici, ma in genere leggo, in verità, pochissima poesia. Non per una scelta razionale o per una decisione presa atavolino, credo dipenda semplicemente dal fatto che il linguaggio poetico lo sento molto estraneo. Mi piace la musicalità e il ritmo ma — sembrerà paradossale — musicalità e ritmo li percepisco molto di più in alcuni testi di prosa che in alcuni testi definiti ufficialmente “poetici”.
    Porei citare qualche nome di poeta/poetessa che mi piace molto e moltissimi (anche famosi/e e universalmente riconosciuti/e come grandi) che mi lasciano totalmente indifferente. Ma preferisco non far nomi, perchè so che il loro piacermi/non piacermi dipende più da me che da loro.

  2. utente anonimo

    si’, leggo poesie. O meglio le ho lette e amate tanto da bambina (mio padre ne sapeva molte e amava recitarle) e quelle le amo ancora. Ma poi a scuola mi hanno insegnato tante poesie moderne che non mi sono entrate nel cuore. Ora finalmente riscopro la poesia contemporanea. Non nei libri di scuola, ma cercandola io e incontrandola per caso. Una bella poesia arriva subito al cuore. A un romanzo e’ permesso piu’ tempo… e poi ci sono momenti e momenti della vita per ciascuno di noi. ciao! Alberta

  3. Sonnenbarke

    Gabrilu: non trovo particolarmente paradossale il tuo percepire più musicalità e ritmo in alcuni testi di prosa che in certe poesie. A volte è proprio così. Dipende dal poeta, e dipende dal prosatore, se così si può dire. Alcuni scrittori hanno una prosa molto musicale, mentre alcuni poeti hanno un verso molto prosastico. A volte è confusione dei ruoli, altre volte scelta.
    Se ti va, mi piacerebbe che mi spiegassi un po’ meglio questa estraneità che senti nel linguaggio poetico.
    Poi, a me piacerebbe anche sapere i nomi, ma la scelta sta a te 🙂 (D’altronde credo che molto spesso l’amare o non amare una scrittura dipenda da noi più che dall’autore).

    Alberta: a un romanzo è permesso più tempo, ma credo che più tempo dovrebbe essere concesso anche alla poesia. A volte, sì, una bella poesia colpisce subito. Ma non sempre, credo.
    Peraltro tocchi un punto che ritengo fondamentale: la scuola. Ha la capacità di farci amare o – più spesso – odiare ciò che ci insegna. Perché dipende da chi lo insegna, come lo insegna.
    Trovo molto bello che tu incontri per caso, e apprezzi, la poesia contemporanea. Ancora più bello che tu la cerchi. Se ti va di parlarne, sono qua ad “ascoltare” 🙂

  4. bobregular

    ilustrissima, se posso dare un suggerimento al suo sondaggio aggiungerei anche la seguente sfaccettatura:

    che cosa vi aspettate / aspettereste leggendo una poesia? sottinteso: perche possa impressionarvi positivamente.

    Bisous
    RRGC

  5. Maura

    Sto riflettendo anch’io su questa cosa negli ultimi tempi. Leggo molta poesia, in certi periodi non leggo altro. Oltre a leggere i “classici”, leggo anche gli italiani, soprattutto i contemporanei.

  6. Mdnstyle

    adoro la poesia spagnola, poi in lingua ha una musicalità assoluta, in particolar modo quelle di Salinas.
    Poi sono tanto legata a Walt Whitman, ma in generale, ahime, leggo meno poesia di quello che dovrei fare.
    Bel post Mari!

  7. utente anonimo

    Grazie per il quesito.
    Eh, sì, leggo poesia. Tanta. Anzi, ne ho letta tantissima, initerrottamente per tutta la vita.

    Oggi cerco di fare l’editore, e di pubblicarla, anche, via on-lline, in formato e-book pdf perché la carta sarebbe troppo costosa. E poi credo nei nuovi media. Mi mandano tante poesie… ma di qualità… purtroppo non ne ho trovata molta. Sarà perché tutti scrivono e pochi leggono?
    Una poesia deve emozionarmi e trasmettermi qualcosa, ovvio. E non allontanarmi con linguaggio astruso ed incomprensibile, oppure datato in modo irreparabile e fastidioso.

    Dimenticavo di presentarmi: sono Ines Angelino, fondatore e Presidente del network “ClassicaViva”, Edizioni e Promozioni musicali. Il mio portale è:

    Se avete belle poesie nel cassetto (oppure romanzi…) mandatemele, le leggerò volentieri e spero di poter pubblicare qualcosa di bello.
    Dimenticavo: complimenti per il blog!

    Ines

  8. unpoapolide

    la leggo e non la leggo.
    non la compro, questo sì. anche perché, se puta caso mi viene in mente uno che, o una che, poi in libreria, ovvio, non c’è. e io non posso decidere di comprare senza toccare, salvo eccezioni.
    poi, la poesia è molto impegnativa. per un romanzo, puoi dare per scontato molte più cose, la poesia vuole molta più preparazione.
    per fortuna ho un amico che un pochino indirizza le mie letture. almeno, ci prova;-)
    rileggo, però. la poesia la rileggo più della prosa.
    blake. pavese. e altri.
    comunque la leggo sempre poco, rispetto all’altra.
    che cosa mi aspetto dalla poesia?
    niente di meno del suo significato;-)
    ciao.
    ndr

  9. Sonnenbarke

    Ringrazio tutti per le risposte.
    Vorrei soffermarmi su un paio di punti che trovo interessanti.

    Ines, intanto piacere di fare la tua conoscenza. Mi ha colpito molto un passaggio del tuo commento: Mi mandano tante poesie… ma di qualità… purtroppo non ne ho trovata molta. Sarà perché tutti scrivono e pochi leggono? Ecco, l’ultima frase mi pare particolarmente significativa. Temo che sia proprio così, tutti scrivono e pochi leggono. Una disgrazia editoriale contemporanea. Ci si potrebbe riflettere, se ne potrebbe discutere, se volete, chi vuole.

    Altro punto interessante, sempre grazie a Ines. La poesia deve emozionare e trasmettere qualcosa. Non si può non concordare, direi, anche se il concetto di “emozione” e di “trasmissione” varia da persona a persona e può avere diverse implicazioni anche per uno stesso lettore.

    Ancora, il linguagio “astruso” allontana.
    Bene, cominciamo ad avere qualche impressione “concreta”, grazie ancora Ines.
    (Preferisco riflettere sul concreto, almeno in questo caso).

    Andrea, non la compri. Quindi, la prendi in prestito, suppongo, o qualcosa del genere. Ma come mai non la compri? A parte la dolentissima nota della poesia che non si trova in libreria.
    Toccare è importante per molti lettori. Anche per me, a volte, ma non sempre. Stranamente, per me vale per la prosa ma non per la poesia. Un romanzo lo devo poter sfogliare, una raccolta di poesie non importa, se ho potuto leggere qualche poesia in qualche rivista o in rete o dovunque.

    Grazie, continuate, accorrete numerosi, portate chi volete 🙂

  10. bobregular

    la frase che hai sottolineato in grassetto è molto importante.

    Anche Andrea ha detto qualcosa che merita di essere indagato.
    Significato.
    Dove si forma il significato? Nella mente del lettore.
    Secondo me non esiste una poesia perfettamente chiara, è una questione di tolleranza intellettiva.
    Noi non tolleriamo la poesia a cui non riusciamo a dare un significato ancorché arbitrario.
    Mi spiegherò meglio nelle prossime puntate.

  11. amfortas

    Io in questi giorni ho pochissimo tempo, quindi, cara Marina, questo mio commento vale più del solito 🙂
    Io leggo pochissime poesie; è sempre stato così, mentre come tu sai, sono un divoratore compulsivo di libri, in generale.
    Il mio caso è un po’ strano, perchè essendo melomane, mi ritrovo ad ascoltare versi ogni giorno e pure ad apprezzarli.
    Forse la chiave della mia mancanza di sensibilità per la poesia è proprio questa: mi pare sempre di non trovare un’altra dimensione su cui proiettarla, nella mia fantasia, o se preferisci, nelle mie emozioni.
    La musica mi dà almeno la seconda dimensione, capisci?
    In queste mie veloci parole c’è anche la risposta alla domanda di Roberto. Cosa vorrei trovare nei versi? Quella dimensione che mi manca.
    Ciao.

  12. Sonnenbarke

    Paolo, ti ringrazio tantissimo per aver speso qui un po’ del tuo tempo.
    Fornisci un nuovo punto di vista alla questione, per giunta molto interessante, secondo me. Ci devo riflettere.
    (Rob? Rifletti assieme a me).

    A proposito della questione del significato, come sai, R., siamo d’accordo. Non credo che la poesia abbia un significato. Certamente, il poeta vuole trasmettere qualcosa che ha in sé preciso, quando scrive. Tuttavia, non sono d’accordo con le spiegazioni della poesia. O almeno, non con quelle che hanno la pretesa di essere uniche depositarie della verità.
    Il significato è sempre arbitrario, oserei dire. Lo è e deve esserlo, in un certo senso. Proprio per questo non amo i poeti che spiegano se stessi.

    ***

    Un aneddoto. Sto seguendo un corso di poesia per un lettorato di inglese. Il lettore non ci dice mai chi è l’autore. Per oggi c’era una poesia di Sylvia Plath, ma non vi dico quale perché ahimé non l’avevo riconosciuta. Una dell’ultimo periodo, comunque (non ultimissimo). Conteneva, naturalmente, aspirazioni di morte. Il lettore ha chiesto, Marina, cosa ne pensi? Gli ho detto, mi sembra ambigua, come se neanche la poetessa sapesse decidere se la morte ha per lei connotazione positiva o negativa. Eravamo 7 a 1, e una che sosteneva come me l’indecisione. Infine, ho detto, mi sembra propendere più per un significato positivo che negativo.
    Lui non si è sbilanciato, ha detto è Sylvia Plath, si è suicidata. Voleva sostenere, credo, la tesi del significato negativo. Ma proprio perché era la terza volta che tentava il suicidio, io credo che per lei la morte fosse pace.

    Morale: chi aveva ragione? Nessuno. Tutti. Sylvia Plath è morta e noi non possiamo chiederglielo.

    (Così, per dire).

  13. unpoapolide

    a proposito del significato. intendevo proprio della parola “poesia”, l’etimo, se si vuole.
    poi, non so, ecco.
    a parte questo, non credo che il significato si formi nella mente del lettore. il significato è un incontro a più voci.
    quello del lettore è un significato, come quello dello scrittore. la comprensione si ha quando i due significati coincidono per buona parte, anche se non tutta.
    ma questo credo valga per ogni volta in cui cerchiamo di comunicare qualcosa.
    credo. boh.

    ndr

  14. bobregular

    prima ondata[..] ieri i miei sono andati alla prova generale della OVI / Porca del Festino (cfr. post di venerdì u.s.). Gli effetti riflessi sono stati tutto sommato tollerabili. 1 – Al loro ritorno, nel momento preciso in cui han varcato il portone, il glori [..]

  15. Sonnenbarke

    Andrea, come ebbe a dirmi Roberto, la poesia è una codifica. Naturalmente il poeta vuole comunicare qualcosa, ma a mio parere se il significato fosse così univoco, forse, scriverebbe prosa. Scrivendo in versi, il poeta accetta di offrire diversi punti di vista, che possono anche allontanarsi un po’ dal sentiero da lui tracciato.
    Almeno, io la vedo così, ma sono punti di vista.

    ***

    Ieri ho ritrovato un articolo da D, a firma Annalisa Cima, da cui vi riporto qualche breve passo:

    La facilità e la velocità degli avvenimenti della vita di oggi sono fuorvianti, non avvicinano alla poesia.
    (…)
    Oggi il senso delle arti in genere è travisato, è diventato un mestiere utilitaristico per farsi conoscere. La genialità in ogni campo è oggi derisa. Si tende a voler omologare. Tutti, è vero, possono scrivere poesie, ma il dono della poesia è riservato a pochi.
    (…)
    L’industria della comunicazione delle parole e degli oggetti di breve durata e di facile comprensione è la causa del vuoto artistico al quale assistiamo.

  16. unpoapolide

    io credo invece, marina, che nel momento in cui uno cerca di comunicare qualcosa, dovrebbe accettare di offrire diversi punti di vista. invece non lo facciamo, e diamo per scontato il significato di quello che diciamo o scriviamo. questo fa tendere al fraintendimento. in poesia la consapevolezza di ciò è molto più forte, chi scrive ne è più consapevole, o dovrebbe. un poeta indirizza meglio di un “ciao” detto con noncuranza.
    quello che scrivevo, è che la comprensione si basa su una fetta, più o meno consistente, del significato. non intendevo dire che il significato è univoco. ma siccome mi sembra di essere ancora poco chiaro, ci penso un altro po’.
    notte;-)

    ndr

  17. Sonnenbarke

    Il fraintendimento fa parte della natura umana, perché uno ha in mente una cosa e capisce quella e solo quella, sia che l’altro gliela metta in versi o in prosa o gliela dipinga o ci faccia un film o ci scriva un brano musicale.
    L’arte è aprirsi a diversi punti di vista, penso che siamo d’accordo su questo, se ti ho capito bene, con questo mezzo neurone che mi è rimasto.
    Scusate, voi continuate a rispondere, se volete, a me ogni tanto passa sopra un tir, e mi chiudo alla comunicazione (poi torno, magari anche fra 5 minuti).

  18. dummeJunge

    Eppure nei blog tutti fanno poesia in continuazione mettono in versi la loro aria intestinale… Dovrebbero anche leggerla, no?? Anche perché “Crocetti” avrebbe già chiuso da un pezzo. Ci sarà del pudore a dire che non piace la poesia. A me la poesia annoia terribilmente, sempre questo
    andare a
    capo e ogni parola
    mettere Una
    virgoletta (che tanto se Benigni decide di leggertela in pubblico non segue mica la punteggiatura…).

  19. Sonnenbarke

    Ciao dummeJunge, ben ritrovato.
    Eh, hai ragione, tutti scrivono poesia, i blog ne sono un esempio lampante. Leggerla, guarda, è un altro discorso. È un po’ come se la gente pensasse che per esprimere la propria vita sentimentale (perché di questo parlano sempre, no?) dovesse per forza metterla in versi… Ora, a parte il fatto che la vita sentimentale di una persona è di solito assai poco interessante per chi non è suo amico/a (sempre con riferimento ai blog), non si capisce perché si debba sempre cercare di metterla in versi. Come se, fra l’altro, “andare a capo e mettere una virgoletta” ogni tanto sia fare poesia.
    Ecco, io temo che sia più questo che (ti) annoia, piuttosto che la poesia degna di questo nome.

  20. utente anonimo

    Già , perché la poesia? Di poesia scrivo e scrivo poesie, di tanto in tanto qualcuno mi legge e va bene così.Sì sono anche d’accordo che ritmo e musicalità possano appartenere alla prosa ma in una poesia al di là dei toni e dei colori rapiti dalla tavolozza delle parole c’è qualcosa di indescrivibile in più. Chi leggo?Gatto, Neruda , Brecht, Firpo,Totò, Kavafis,Whitman,Quasimodo, Thomas,Vian, Baudelaire…e via con tanti altri da Cavalcanti a Gaspara Stampa e…L’infinito! Se qualcuno vuole saperne di più mi trova su Bluebirdtwice naturalmente su splinder.Franco.s.

  21. lorelupi

    Arrivo buon ultimo, ma provo egualmente a dare il mio contributo ala discussione.
    Premesso che leggo poesia da poco tempo (da quando, cioè ho eliminato le scorie di un insegnamento scolastico servito solo a farmela odiare), e che non ho di conseguenza la preparazione necessaria per valutare appieno il valore letterario del testo, devo dire che quello che chiedo ad una poesia è di sorprendermi.
    Già, sorprendermi. Mi aspetto che una poesia sia in grado di muovere qualcosa dentro di me, far vibrare delle corde particolari, riportare alla luce sensazioni sopite o generarne di nuove. Ecco, la poesia per me deve suscitare emozioni. Certo, deve avere un impianto stilistico valido, una musicalità, una struttura solida su cui basarsi, ma soprattutto deve emozionarmi.
    Mi rendo conto che è difficile rendere a parole un concetto del genere, è come rispondere alla domanda “cosa provi quando sei innamorato?”.
    Per cercare di farmi comprendere meglio farò qualche esempio, frasi tratti da poesie di Strand e che rileggo spesso e che non smettono mai d trasmettermi qualcosa.
    “Quando li vedi
    dì loro che io ci sono ancora,
    che mi reggo su una gamba mentre l’altra sogna,
    che solo così si può fare,

    che le bugie che dico a loro sono diverse
    da quelle che dico me stesso,
    che con lo stare sia qui che oltre
    mi sto facendo orizzonte,” […]

    “…Sudiamo, imploriamo ci si rimetta in libertà
    In orario nel giorno che viene, e cadiamo nel panico al pensiero
    di non arrivarvi mai ed essere costretti ad andare alla deriva dimenticati
    su un mare di mezzanotte dove ogni mille ani si avvista una nave, o un cigno,
    o un nuotatore annegato la cui immaginazione è sopravvissuta al suo destino e nuota
    per provare, a nessuno in particolare, quanto sia stata falsa la sua vita.”

    “Era l’inizio di una sedia;
    era il divano grigio; era i muri […]
    Era quello, ed era altro ancora […]
    Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
    che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore riusciva
    a contenerlo. […]
    Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
    Sedevo, come attendevo ore, giorni. Era quello. Solo quello.”

  22. Sonnenbarke

    Ciao Lars, grazie del tuo contributo.

    So che la domanda era difficile, del resto io sono famigerata per questo mio gusto di porre domande a cui non si sanno dare risposte 😉
    Qua in mezzo, da qualche parte c’è anche una domanda molto simile a “che cosa si prova quando si è innamorati?”

    Trovo molto interessante quello che dici, la ricerca dell’emozione (intesa in senso lato, qauel senso difficilmente spiegabile) è quello che forse molti di noi cercano nella lettura in generale. O almeno, per me è così. Diceva Cioran che il libro capolavoro è quello che ti sferra un pugno allo stomaco. Di nuovo, l’emozione.

    Un’emozione, forte, di qualunque tipo essa sia.

    L’indifferenza è il (non)sentimento peggiore che un’opera d’arte possa suscitare.

  23. utente anonimo

    la leggo perché non serve a niente, perché i poeti, in quanto poeti, trasgrediscono tutte le regole e perché i lettori di poesia, seppure di riflesso, ne trasgrediscono almeno bel po’.

  24. Sonnenbarke

    Bella risposta, Francesca, non so fino a che punto provocatoria (e trasgressiva delle regole!), ma comunque da fuoriclasse quale tu indubbiamente sei 🙂

  25. utente anonimo

    Sulla poesia
    di Fabio Scarnati

    La poesia vive in Italia – ma probabilmente anche in altri paesi occidentali – un innegabile declino, che è poi quello che vive il suo alveo naturale, la letteratura.
    In una recente intervista il poeta Valentino Zeichen ha affermato, con estrema semplicità, che questa società dei poeti se ne frega: la spiritualità conta meno di niente.
    Da un lato la poesia non può essere sufficiente ad assicurare di che vivere.
    Carmina non dant panem, suona il detto latino (e questo vale, a quanto pare, per la quasi totalità dei poeti contemporanei italiani, che per sopravvivere, fanno un altro mestiere).
    Dall’altro – come sottolinea il poeta e critico Alessandro Carandente – oggi, purtroppo, la poesia ridotta a merce, è estromessa dall’istanza oggettiva del mercato letterario perché semplicemente non vende. I librai storcono il naso, non amano mostrare in vetrina i libri di poesia, come dire, avendo “fiuto commerciale” li rifiutano; il lettore comune immagina invece qualcosa di melenso, malinconicamente sdolcinato, noioso e insensato, oppure di oscuro e incomprensibile, difficile. Insomma ne esce fortemente disorientato. Non pensa a poche fondamentali parole che lo rilevano a se stesso, a quel gioco funzionale in cui perdersi e ritrovarsi, al confronto con le cose essenziali della vita, né a un viaggio in quell’imprevedibile che è l’universo della parola.
    Se si segue tale analisi, a mio parere corretta, la poesia non vende perché in primo luogo essa è un cannocchiale rivolto verso noi stessi, e molta gente ha paura di vedere com’è fatta dentro, di sapere cosa siamo e chi siamo veramente.
    Evidentemente per molti ci sono porte che non devono essere aperte.
    Pena una dolorosa consapevolezza.

    Se potessi definire la poesia credo che la definirei “un urlo silenzioso”.
    Essa è il mezzo attraverso il quale la nostra anima si innalza verso l’alto, e i nostri sentimenti non possono essere mercificati. Forse oggi risulta difficile scrivere una poesia perché si ha timore che ciò che proviamo sia banale, che abbia poca importanza…
    Invece è esattamente il contrario!
    La poesia ha l’obiettivo, scrive Franco Fortini, di uscire dal conglomerato, dall’amalgama, e di creare un solco, una spaccatura entro cui far reagire la contraddizione.
    La poesia è l’arte di usare, per trasmettere il proprio messaggio, tanto il significato semantico delle parole quanto il suono ed il ritmo che queste imprimono alle frasi; la poesia ha quindi in sé alcune qualità della musica e riesce a trasmettere emozioni e stati d’animo in maniera più evocativa e potente di quanto faccia la prosa.
    Una poesia non ha un significato necessariamente e realmente compiuto come un brano di prosa, o, meglio, il significato è solo una parte della comunicazione che avviene quando si legge o si ascolta una poesia; l’altra parte non è verbale, ma emotiva. Poiché la lingua nella poesia ha questa doppia funzione di vettore sia di significato che di suono, di contenuto sia informativo che emotivo, la sintassi e l’ortografia possono subire variazioni (le cosiddette licenze poetiche) se questo è utile ai fini della comunicazione complessiva.
    La poesia rischiara l’anima, la culla dolcemente, è un posto nel quale si può trovare un’ àncora di salvezza da un mondo che sta affondando lentamente. Non posso assolutamente essere d’accordo invece con chi afferma che la poesia nasca solamente dalla sofferenza interiore. Semplicemente non è vero. Quì si dimentica tutta la poesia cortigiana, epica, comica, satirica, occasionale ecc. ecc. Non credo che i sonetti di Cecco Angiolieri o Francesco Berni, Gianni Rodari o qualsiasi altro poeta, nascano da un profondo moto di sofferenza interiore.
    Detto ciò, è d’obbligo a parere di chi parla, fare a questo punto una doverosa distinzione. Una cosa sono le Poesie e un’altra sono gli sfoghi del cuore.
    Gli sfoghi del cuore nascono da esigenze intime (nel 90% dei casi da esperienze dolorose) e molto spesso le persone sentono l’esigenza di “scaricarli” sulla carta, di rendere questi stati d’animo visibili e condivisibili dagli altri. Si cerca comprensione, qualche volta anche pietà, nel tentativo estremo di liberarsene, di esorcizzarli.
    Ma proprio in quanto meri sfoghi del cuore essi rimangono circoscritti in una sfera troppo intima e personale. Questa condivisione non viene raggiunta nel lettore in quanto si resta ad un livello epidermico, come la goccia d’acqua su una superficie piana, senza raggiungere il midollo. Non possedendo il carattere dell’Universalità (proprio per la forma in cui sono concepiti e sviluppati) essi non hanno quell’ampiezza di respiro, che unita naturalmente ad una tecnica e ad uno stile particolari, conferiscono al componimento il rango di Poesia.
    La Poesia è tutt’ altro perché, anche nell’immediatezza del verso, deve irrimediabilmente passare attraverso un percorso intimo, personale, ma al tempo stesso condivisibile, comunicabile al lettore nello spazio di pochi attimi.
    In questo senso, come giustamente sottolinea il critico Cesare Segre, “il maggior poeta del Novecento rimane senz’altro Montale, che dalle minime occasioni della vita, dalle vicende personali, dalle ombre del passato, sa balzare miracolosamente all’universalità”. Del tutto superfluo sottolineare il peso specifico di tale giudizio di valore, che qui rinvia implicitamente a chiedersi: dov’è l’universalità nei vari poeti, pure apprezzabili, di fine novecento e di questo primo decennio del nuovo secolo?

    Quando facevo il giurato in un concorso di poesia, nel valutare i componimenti inviati in redazione purtroppo, spiace dirlo, di poesia vera ne ho trovato poca. Innumerevoli gli sfoghi del cuore…madri che languono per la perdita di un proprio congiunto, del proprio figlio, della propria figlia…
    E tuttavia piacevole è stata la sensazione provata quando, nel selezionare i componimenti, mi sono imbattuto in qualche bella poesia degna di questo nome. Una gioia pari a quella del cercatore di pepite d’oro che passa al setaccio l’acqua e le pietruzze del fiume e finalmente ne trova una.
    Sarebbe stato forse opportuno ribadire con maggior vigore che si trattava di un concorso di poesia e non di sfoghi del cuore (per quelli ci sono i diari personali). Purtroppo è vero quanto dal sottoscritto affermato in più occasioni. L’ Italia è un paese dove tutti scrivono (o si sentono in diritto di farlo) e pochissimi leggono.
    Quando il segreto per scrivere è uno solo: LEGGERE, LEGGERE, LEGGERE!…assorbire dai maestri, da chi prima di noi ha tracciato una via, ma senza scimmiottarli. Occorre cioè alla fine del tirocinio trovare una propria e compiuta via o percorso personale.
    “La poesia – scrive il saggista e poeta Raffaele Urraro – viene prodotta in momenti di particolare condizione dello spirito, quando la piena del pensiero induce a scrivere. sono i momenti di quella che normalmente si chiama ispirazione, che non è una spinta gratuita, improvvisa, folgorante, ma una tensione che si conquista – come ha insegnato Baudelaire – attraverso un necessario lavoro di lettura, riflessione e rielaborazione, attraverso quel pensamento che genera altro pensamento.
    “Scrivi, se vuoi, nell’ebbrezza; ma sii sobrio quando rileggi”.
    La scrittura allora si realizza, spesso in uno stato particolare di “ebbrezza”, cioè di entusiasmo creativo. E’ una scrittura che può anche essere già artisticamente valida e quindi compiuta, ma più frequentemente è grezza e bisognosa di revisione critica, di aggiustamenti, di tagli, di cambiamenti, di ampliamenti e/o riduzioni. Lavorio che dura fino a quando il poeta o lo scrittore non sente che la fase di lavorazione del suo prodotto è davvero terminata. per fare ciò è necessario tornare e ritornare sulla propria scrittura. Un senso di sollievo, spirituale e – sento di aggiungere – anche fisico segnalerà che or
    mai il lavoro è compiuto”. (R. Urraro)

    La poesia dunque più che uscire dal cuore esce dalla penna. Nel senso che il cuore ben poco può fare se poi non si possiede un bagaglio tecnico adeguato. La poesia è quindi soprattutto pianificazione, geometria, un riportare in vita qualcosa che hai dentro. Non necessariamente quello che riporti a galla ti fa poeta: anzi, si dovrebbe valutare caso per caso. Secondo me, c’è ben poca poesia in giro. Non esiste il mestiere dello spirito o dei sentimenti, scriveva Carlo Bo. Un vero poeta è colui che, dotato culturalmente, possiede lo spirito di poeta. Una combinazione che raramente la si riscontra in un testo. Ho sempre creduto nella poesia, come intima espressione dei sentimenti e nel tempo ho capito che i miei componimenti avevano bisogno di ritocchi nella grammatica, nei verbi e che non sarebbe stato un delitto riscrivere una frase per rafforzare un concetto.

    Qualcuno ha giustamente evidenziato un dato importante: tanti scrivono poesie e pochi le leggono. La poesia, tra le forme d’arte, è particolare. A differenza della prosa, per esempio, che ha a disposizione un’infinità di parole per esprimere un concetto e per creare delle immagini che siano in grado di emozionare il lettore, la poesia ha a disposizione poche parole per creare le stesse impressioni. E’ chiaro, quindi,che le parole usate nella poesia devono avere maggiore potenza espressiva rispetto a quelle della prosa. Ciò vuol dire che nel momento in cui ho l’ispirazione, cioè, sento in me una forza pressante di emozioni, di gioia o dolore, che porta a creare nella mia mente delle immagini vive e vive a tal punto da sentire la necessità di metterle su carta, cioè materializzarle, devo materializzarle in breve tempo, prima cioè, che l’immagine sfumi, devo avere in mano uno…

  26. utente anonimo

    (CONTINUA DA SOPRA) …uno strumento che mi permetta di trascrivere questo impeto. E’ vero, la poesia è tanto più vera quanto più si avvicina al sentimento del poeta ed è tanto più pura quanto il sentimento è comunicato di getto, ma è anche vero che questo sentimento deve essere comunicato con il linguaggio. Caravaggio non avrebbe mai creato le sue opere, così come le vediamo, se non avesse saputo usare il pennello, se non avesse avuto una conoscenza approfondita sull’uso dei colori e delle tecniche di pittura, se non avesse avuto un concetto ideologico dell’arte e del significato profondo della pittura nella vita dell’uomo o della potenza comunicativa della luce sulle immagini, che ne fà poi l’elemento innovatore. Le sue immagini, a differenza di tanti suoi contemporanei, destano stupore, meraviglia. Allora la sua opera è genericamente apprezzata perché genericamente capace di emozionare. E per l’emozione che essa genera si è disposti a spendere tanto per avere una simile opera. Per la poesia è uguale. Tanto più è capace di emozionare e tanto più è arte apprezzata e pagabile. E come ogni artista, anche il poeta-Caravaggio, deve possedere le conoscenze sul linguaggio (il colore della poesia), le tecniche di scrittura del ritmo del verso (tecniche di pittura), oltre l’idealismo di fondo, che deve costituire la finalità per cui si vuole materializzare certe immagini. La poesia, quindi, come qualunque opera d’arte, è scritta bene ed è letta volentieri quando l’insieme dei diversi elementi emotivi, conoscitivi e materiali sono ben amalgamati. Non basta la tecnica di composizione, non basta il sentimento, non basta la conoscenza linguistica, non basta l’elemento innovatore, ma è necessario che il tutto si fondi in un unico corpo.

    Io credo inoltre, che non esiste una poesia, come qualunque altra opera d’arte, che sia solo per se stessi. Il sentimento del poeta si materializza col linguaggio e il linguaggio è un mezzo di comunicazione degli uomini. Il poeta è prima di tutto un “artigiano della parola”. L’etimologia della parola risale al verbo greco poièo il cui significato è “fare” e si utilizza tanto per poeti, scultori, pittori, quanto per artigiani, vasai ecc…In quanto artigiano, se davvero vuole avere un valore, deve passare attraverso un lungo percorso di pratica e perfezionamento al fine di padroneggiare la materia del suo lavoro. Inoltre la lettura è importantissima, soprattutto se si è in grado di cogliere la prassi dei grandi maestri del passato e del presente, di entrare nel loro laboratorio, come si dice in gergo. Credo sia verissimo il fatto che un vero poeta non scriva per avere successo, né per vendere e commercializzare la sua opera il più possibile, però molte volte mi sono chiesto quale senso avrebbe quell’impeto che sgorga dall’anima e che ti fa cercare un foglio e una penna anche nel cuore della notte se il frutto di tanto ardore non venisse poi condiviso con gli altri.
    Infine, e concludo, credo che in tutti gli uomini esista “il fanciullino”, cioè l’essenza stessa del poeta, ma pochi sono i poeti e si diventa poeti nel momento in cui riusciamo a emozionare gli altri.
    Il Poeta vive in chi gli sa dar voce.

    Citando Walt Whitman:

    “Oh me! Oh Vita!
    Domande come questa mi perseguitano.
    Infiniti cortei di infedeli, città gremite di stolti.
    Che v’è di nuovo in tutto questo?
    Oh me! Oh Vita!
    RISPOSTA:
    Che tu sei qui,
    Che la Vita esiste e l’identità
    Che il potente spettacolo continua
    E che tu
    Puoi contribuire con un verso”.

    (Fabio Scarnati)

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