Un segno invisibile e mio

Mi ha detto devo prestarti un libro, diceva che sembrava scritto di mio pugno, mi ha incuriosito, mi ha attratto quella tonalità di blu, il brano in quarta di copertina, le poche righe di trama sul risvolto.
Mi ha chiamato e l’ho messo subito in borsa, il giorno dopo, per un viaggio in treno, senza lasciarlo ad aspettare come tutti i libri che compro, come tutti i libri che mi prestano, come Thomas Bernhard che ancora giace affranto inguardato sul comodino. Non dovevo aspettare che mi chiamasse, mi ha chiamato ora, subito.
E nonostante la mia pigrizia di lettura degli ultimi mesi l’ho letto in tre giorni, fino all’una di notte anche se il giorno dopo dovevo andare al lavoro. E nonostante i miei proclami centochiodiani sul fatto che i libri non contengono la verità, ho capito, scoperto che certi libri la contengono, e ti chiamano blu e suadenti per dirtela, per sussurrartela, per fartela entrare lenta dall’occhio all’orecchio al cervello al cuore. E nonostante io non ami particolarmente gli scrittori inglesi americani e anglo- in genere, pure ho letto pochi libri più belli di questo.

È strano, un libro che inizia con "Allora", punto e a capo. Mi sta subito simpatico, irriverente sovvertitore. Lo stile è bello, fluido, scorrevole.
È la storia di una ragazza di 20 anni, Mona Gray, che insegna matematica in una scuola elementare e si permea la vita di numeri. Che inizia a smettere a dieci anni, quando suo padre manifesta i primi segni di una malattia misteriosa e forse mortale. Smetterà sempre, tutto, per tutta la vita, arrivata al culmine. Nel momento in cui tutto è più bello che mai, perfetto, lei smette. Tutto, tranne la matematica. E ha questo modo atroce di smettere di amare: mangiando sapone. Così si sente male, e il disgusto e la nausea sono talmente forti da coprire il desiderio. Da annientarlo.
Ma smettere per perdere è possibile solo con chi ti permette di farlo, e anche per Mona arriverà quella persona che glielo impedirà, che la scoprirà e si metterà in testa di farla smettere di smettere.

I piani di lettura comunque sono molteplici, c’è poi il rapporto con i genitori, nella fattispecie con genitori malati, terminali e/o presunti tali. C’è la superstizione, c’è il rapporto totalizzante ma armonico con i numeri, ci sono i rituali: il battere con le nocche su una superficie legnosa o derivata dal legno, come la carta; il portare al collo numeri che indichino il proprio umore.
E infatti è bello anche per questo, perché è un libro che può essere letto a tanti livelli, perciò può soddisfare il gusto di molti.

A me, personalmente, è entrato sotto pelle, mi ha attraversato pelle muscolo e organi come una scheggia lenta, mi si è conficcato come spina nel cuore nel cervello e nel fegato. Ho anche pianto, a calde lacrime, ho anche dovuto chiuderlo di botto per andare a sbollire meditare passeggiare.
E il cuore va bene, ci entra molto, il cervello ok, è malleabile, ma nel fegato le spine ci restano. Per sempre.

[Edit: del bookcrossing, si fa per dire. Insomma questo libro mi è stato prestato, tanto per cambiare, da lui, che a suo tempo l’ha avuto in prestito da lei e gliel’ha bellamente fregato 🙂 e ora io lo frego a lui :))]

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4 pensieri su “Un segno invisibile e mio

  1. bobregular

    “oui, però” (cit.) dovresti linkare alla scheda ibs e soprattutto riferirti a quella strana vicenda di bookcrossing elitario che accompagna il libro!! 🙂

  2. utente anonimo

    coincidenze.
    anch’io ho letto di recente questo libro. innamorandomene.
    anche a me l’hanno prestato, ma ahimè mi sa tanto che non potrò trattenerlo qui con me ancora a lungo.

  3. Pingback: The Particular Sadness of Lemon Cake | Sonnenbarke

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