Esercizi di stile

Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi. Introduzione e traduzione di Umebrto Eco, testo originale a fronte.

No, non faceva parte di nessuna lista. Eppure credo che questo sia IL libro per i traduttori, IL libro per gli scrittori, IL libro per gli studenti di lettere (in senso lato).

Di che si tratta lo saprete quasi tutti, comunque, per quei due o tre che non lo sanno: da un banale episodio Queneau sviluppa 99 variazioni sul tema, giocando con le figure retoriche e con gli stili linguistici e letterari.
Come dice Eco nell’introduzione, non c’è tutto ma c’è di tutto. Mancano importanti figure come la sineddoche o la metonimia, ma si va dalla metafora alla parodia dell’ode, dalle permutazioni di lettere e parole all’esasperazione di certi tipi di linguaggi.
Sperimentare ed esasperare sono le parole chiave.

En passant, nota interessante per i melomani: ho detto variazioni sul tema. Pare infatti che Queneau abbia sviluppato l’idea degli esercizi proprio ascoltando delle variazioni sinfoniche.
In effetti, per quel poco che ne capisco io, questo è sì un libro squisitamente linguistico, ma c’è molto di musicale. E anche molto di matematico.

L’edizione Einaudi è molto ben fatta, con il testo a fronte perché avrebbe poco senso leggerlo solo in italiano. Io ho trovato di grande interesse il confronto fra l’originale francese e la “traduzione” di Eco. Traduzione fra virgolette perché, come si può immaginare, testi del genere mal si prestano a una traduzione nel senso tradizionale del termine. E infatti mi pare che Eco si sia molto divertito a creare la versione italiana degli esercizi: per un traduttore, letterato, semiologo, linguista qual è lui, dev’essere stata una sfida e insieme un invito a nozze.
Le libertà sono molte, lo spazio per l’inventiva personale altrettanto. Se in alcuni casi la traduzione è quasi letterale, o meglio diremmo “fedele” (che cosa vorrà dire, poi…), in altri resta solo il titolo originale.

Entrare nel particolare è un po’ difficile, gli esercizi interessanti o divertenti sono molti…
Alcuni sono decisamente cervellotici, come le permutazioni di lettere e di parole, o anche la protesi, l’epentesi e la paragoge: portati all’estremo, perdono completamente di senso logico e danno vita a “rumore”, come dice Eco nell’introduzione. Oppure il javanais, un «processo argotico di deformazione semantica, per cui un infisso ‘av’ viene posto tra la consonante e la vocale della prima o di ogni sillaba» (cito dall’introduzione di Eco), che mi ha ricordato i miei studi di fonologia.
Fra gli esercizi più simpatici potrei citare il “filosofico” che, appunto, parodia il linguaggio di questa disciplina. Esempio dalla versione italiana: «[…] La ricerca si conclude apoditticamente con l’alea indeterminata ma anagogica dell’essere in sé e fuori di sé che si consuma nell’esistenzialità del sistema della moda, dove viene noumenalmente illuso di trasportare dal piano categoriale alla deiezione fenomenica il concetto puro della bottonità». Certi libri di filosofia sono veramente scritti così.
Citerei anche “Maladroit” (in italiano “Maldestro”) che è un ottimo esempio di quello che si diceva sopra, ovvero un caso in cui dell’originale resta solo il titolo. Infatti, in francese si tratta della parodia di quegli scrittori che scrivono pagine e pagine continuando a dire che non sanno scrivere: «Je n’ai pas l’habitude d’écrire. Je ne sais pas. J’aimerais bien écrire une tragédie ou un sonnet ou une ode, mai il y a les règles. Ça me gêne. C’est pas fait pour les amateurs. Tout ça c’est déjà bien mal écrit. Enfin. […]». Secondo Eco è uno degli esercizi meno felici, invece a me è piaciuto molto. La sua versione, invece, ricalca, parodiandolo, il linguaggo della contestazione settantasettina: «Perché cazzo, scusate compagni, io non sono abituato a intervenire in situazioni politiche di un certo tipo. Cioè, cazzo, a me non mi hanno fatto studiare perché cazzo la scuola, cioè, è solo dei ricchi. […]»

Inutile che vada avanti a fare esempi, perché secondo me è davvero da leggere tutto.

Se volete, qui c’è il testo (integrale, mi pare…) in francese. Anche se io consiglierei pure ai francofoni di prendere l’edizione Einaudi, perché la versione di Eco secondo me vale la lettura.

Altre informazioni e link utili:
Alcune pagine in italiano su Queneau, con testi e link.
Sito su Queneau in francese.
Sito dell’Oulipo (OUvroir de LIttérature POtentielle), associazione creata nel 1960 da Raymond Queneau e dal matematico François le Lionnais [gli Esercizi di stile sono stati pubblicati per la prima volta nel 1947].
Pagina in italiano sull’Oulipo.
Le figure retoriche su Wikipedia.
Due pagine ben fatte sulle figure retoriche: 1 e 2.

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11 pensieri su “Esercizi di stile

  1. diegodandrea

    “questo è sì un libro squisitamente linguistico, ma c’è molto di musicale” … banalizzo, come al solito… ma certe volte mi chiedo quand’è che poi non sia così!
    Ciao D

  2. elena6

    Me ne innamorai in seconda liceo, complice (suo malgrado) la mia prof. di italiano, che tentava svogliatamente di insegnarci a riconoscere le principali figure retoriche. Non sapevo esattamente che cosa mi avesse messo davanti al naso (la prof. ci presentò il “tema” e una decina di “esercizi” in fotocopia, accompagnati da nessuna spiegazione) ma rimasi affascinata da quel gioco.
    Solo alcuni anni dopo scoprii chi era Queneau, e che quel “gioco” era, in realtà, un capolavoro letterario.

  3. PattyBruce

    Non scrivo e non traduco,ma la cosa mi interessa molto, quindi lo comprerò.Inoltre dove c’è anche solo lo zampino di Eco, io mi fiondo! ^___^

  4. Sonnenbarke

    Diego: credo di aver capito quello che intendi, ma il senso di quello che dicevo io era diverso, credo… Questi esercizi, per quel poco che ne capisco io, sono strutturati come le variazioni sul tema di ambito classico (sinfonico?). Cioè hanno proprio una struttura musicale.
    Per ulteriori delucidazioni e segnalazioni di castronerie chiamo in aiuto Bobregular, eventualmente.

  5. diegodandrea

    Non so Marina… credo (ma forse sbaglio) che tu, probabilmente, volessi riferirti a certe “variazioni” come quelle cui spesso ci si riferisce quando si parla del rapporto tra Johann Sebastian Bach e la matematica (se ho detto una castroneria, invoco anch’io l’aiuto di Bobregular 🙂 … e in questo senso il mio intervento di prima voleva essere (solo) una piccola provocazione… come nella musica (che però pratico solo da amatore), anche nelle faccende scritte ho sempre rivendicato una certa libertà (o necessità di liberersi) da certi “esercizi”… benché gli stessi, almeno ad un approccio iniziale, siano ben fondamentali!
    Non so se sono riuscito a spiegarmi 🙂
    Spero di si!
    Un saluto e complimenti, i tuoi post sono sempre molto stimolanti!
    D

  6. Sonnenbarke

    Caspita, qua la discussione si fa interessante.
    In linea di massima sono d’accordo con te sulla necessità di essere liberi quando si scrive, o meglio quando si crea in generale. Però trovo che gli esercizi di stile siano da un lato utili in senso pratico, in quanto permettono un approccio più meditato alla materia artistica e, secondo me, sviluppano anche le capacità creative. D’altro canto certi esercizi, come appunto questi di Queneau (sulla materia musicale non mi addentro, ché non me ne intendo per niente), sono delle vere e proprie opere d’arte, per nulla minori rispetto a quelle create in maniera meno vincolata.

  7. diegodandrea

    Si, sul fatto che certe cose debbano formare un NECESSARIO bagaglio (come, poi, avviene anche nella musica, visto che se ne è parlato) è fuor di dubbio… e anche il (notevole) valore dell’Opera di cui parliamo è fuori discussione… ma, secondo me, magari sbaglio, ciò detto si deve (dovrebbe) avere ugualmente il coraggio di mollare gli ormeggi!
    Il discorso, comunque, è veramente ampio, e passa sicuramente anche per una mia personale insofferenza, in questo periodo, per un citazionismo eccessivo e dilagante che oramai mi sembra di vedere ovunque (in me compreso, purtroppo) e che secondo me necessita di qualche picocla barricata!
    Marina, ti voglio ringraziare ancora, è veramente piacevole venire qui da te e poter parlare tranquillamente di certe cose senza stupide rincorse a chi sia il detentore del verbo assoluto, ma con la semplice voglia di confrontarsi su argomenti interessanti… sei un’ottima (e competente) padrona di casa! 😉
    Con sincera stima
    D

  8. Sonnenbarke

    Citazionismo in che senso? Spiegami meglio, non credo di aver capito ma mi interessa.

    Non sono d’accordo sul “coraggio di mollare gli ormeggi”. Meglio, non sono d’accordo sul “coraggio”. Dipende da cosa si vuole scrivere, da cosa si vuole creare, produrre, comporre.
    Secondo me, a volte ci vuole coraggio proprio per tenersi attaccati agli ormeggi, per usare la tua metafora. Voglio dire, tu non trovi coraggioso scrivere un libro interamente dedicato a degli esercizi? Io sì. Pensa quanto sarebbe più semplice scrivere un romanzo normale. Con una storia, una trama lineare. E’ quello che si fa a scuola, se ci pensi. E’ un tema, solo un po’ più lungo.
    [Ovviamente parlo in maniera provocatoria, ché un romanzo – o un racconto – che sia veramente arte, certo non ha niente a che vedere con un temino scolastico].

    Le variazioni sul tema, dipende da come le scrivi. Possono essere una provocazione, un semplice esercizio, un’opera d’arte.

    “Prendi un personaggio e fallo crescere dentro di te” (cito, vediamo se qualcuno si riconosce).
    Io dico: prendi un personaggio e fallo dissociare dentro di te. Frammentalo dentro di te.
    Non è semplice, ed è molto meno un esercizio di quanto non sembri.

  9. diegodandrea

    Da quello che scrivi è evidente che sono stato freinteso… va beh, non importa…
    Comunque volevo solo dire, ed è il mio modestissimo parere, che gli esercizi di stile siano importantissimi (non mi sembrava di averli sminuiti in alcun modo, a dire il vero), ma rappresentano (sempre a mio avviso) una fase, soprattutto se di “stili” se ne vuole creare di nuovi (cosa, sempre secondo me, necessaria ad evitare il ristagno)… insomma, per me, la creatività, l’opera d’arte, passano anche per la creazione di senso (evidentemente) nuovo e (anche, ma ovviamente non solo) attraverso la “rottura” degli stili… altrimenti non si starebbe lì a chiamarli “esercizi”, credo!
    Comunque, ripeto, non importa, questa è ovviamente la mia semplice opinione di profano, senza alcun tipo di presunzione…
    Buone cose
    D

  10. Sonnenbarke

    Diego, è possibilissimo che io non ti abbia capito, infatti ti ho anche chiesto se potevi spiegarmi meglio.
    Ognuno è libero di espimere la propria opinione, a me piace confrontarmi. Del resto anch’io sono profana.
    Insomma, spero che tu non ti sia offeso, si vede che sono un po’ “de coccio” 😉

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