Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino

copertina libroPare incredibile, ma sto lentissimamente smaltendo la pila di libri sul comodino (pila a cui, ovviamente, di tanto in tanto se ne aggiungono altri, che vengono però più rapidamente e felicemente letti). Ebbene, il libro di cui vedete la copertina qui a fianco faceva parte della pila ormai da quasi due anni, almeno credo.

Presi questo libro su consiglio/direttiva del mio ex-prof, che all’epoca mi stilò la famigerata “lista di libri che un aspirante traduttore deve leggere”. Magari un giorno ve la copio, così per curiosità.
Peraltro, trovo che alcuni di quei libri, fra cui questo Landolfi, possano essere molto utili anche per un aspirante scrittore tout court, non necessariamente in ambito traduttologico. O traduttorio, insomma, che dir si voglia.

Non conoscevo per nulla Landolfi, ma mi incuriosiva perché veniva spesso avvicinato a Poe, autore che ho molto amato durante l’adolescenza, e che dovrei assolutamente riscoprire.
In questo volume troviamo, come dice il titolo, alcuni dei suoi racconti migliori scelti da Calvino – benché, ho letto da qualche parte, secondo alcuni questa antologia risentirebbe troppo dei gusti personali del curatore, e non esprimerebbe appieno il meglio dell’opera landolfiana. Io non ho gli strumenti per giudicare.

Dico subito che non è tanto semplice parlare di un libro letto a spizzichi e bocconi, comunque faccio ricorso a qualche breve appunto che mi sono presa in corso di lettura.

Prima di tutto: a me Landolfi non è piaciuto. Ma occorre precisare. I suoi racconti non mi hanno coinvolto, non mi hanno parlato, non mi hanno entusiasmato. Non è il mio stile, e neanche assomiglia troppo a Poe, mi pare. Tuttavia: Landolfi scrive divinamente. Anzi, mi spingo addirittura a dire che pochi autori nostrani hanno uno stile felice come il suo. Perciò, portate pazienza ma io questi racconti li ho trovati per lo più noiosi, solo che, non fosse per questo, leggere una tale scrittura è un vero piacere. Specie, e lo ripeto, per chi di scrittura si diletta – c’è molto da imparare.

Sotto questo aspetto tutti i racconti sono interessanti, ma forse vale la pena di ricordare La passeggiata, apparso nel 1966 in Racconti impossibili. Si tratta di un racconto (come spiegherà l’autore stesso in una immaginaria conferenza) volutamente pieno di parole desuete e, pertanto, di difficile comprensione. Tanto che non mancheranno i critici che liquideranno il testo come un semplice divertissement infarcito di vocaboli dialettali, e altri che addirittura accuseranno Landolfi di avere usato parole inventate di sana pianta. Non è così: si tratta invece di un centinaio di parole perfettamente italiane, ma arcaiche o pertinenti a linguaggio specialistico – il narratore descrive la flora e la fauna incontrata durante una passeggiata. L’intento dell’autore era – dichiaratamente – esemplificare la situazione di incomunicabilità che si può venire a creare pur tra persone parlanti la stessa lingua. Per inciso, questo breve racconto mi ha riportato alla mente un altro brevissimo testo che lessi tempo fa in rete, un racconto di Antonio Pizzuto riportato dal meritevole Letturalenta.

Altrettanto degni di attenzione sono altri testi pertinenti all’ultima sezione della raccolta, intitolata Le parole e lo scrivere. Ad esempio, nel Dialogo dei massimi sistemi ci troviamo a fare la conoscenza di un poeta che decide di scrivere in una lingua a lui poco nota perché, secondo il suo parere, solo in questo modo riuscirà a comporre una vera opera d’arte. Ignorando, infatti, alcuni vocaboli specifici, sarà costretto a ricorrere a perifrasi che gli permetteranno di conservare l’aspetto immaginifico del testo. A questo scopo, il nostro imparerà il persiano, salvo poi scoprire che… non di persiano si trattava, ma di una lingua a lui solo conosciuta.
Anche il protagonista de La Dea cieca o veggente è un poeta, ma un poeta anomalo: egli infatti compone i propri versi scegliendo a caso le parole da usare estraendole da un’urna. Contro ogni legge della probabilità, però, si troverà a comporre – senza accorgersene, almeno inizialmente – L’infinito di Leopardi.

Di minore interesse, almeno per quanto mi riguarda, ho trovato i testi autobiografici dove Landolfi si profonde per lo più a parlarci della sua ossessione per il gioco d’azzardo – l’autore era infatti assiduo frequentatore di casinò. I quali testi, tuttavia, esprimono molto bene la febbre che coglie questi malati del gioco.

Intrigante è invece Un concetto astruso, in cui un insegnante di una lontana galassia cerca di spiegare ai suoi alunni un concetto per essi del tutto incomprensibile quale quello di morte e, per conseguenza, i concetti di vita, spazio e tempo.

Ci sono poi i più (credo) prettamente landolfiani racconti fantastici, ossessivi e dell’orrido, invero molto ottocenteschi e angoscianti, a tratti anche un po’ raccapriccianti. Fra questi, belli Lettere dalla provincia, che narra di un villaggio dove d’inverno la gente va in letargo; La moglie di Gogol’, nel quale detta moglie è nientemeno che una bambola gonfiabile; Due veglie, che inizia sui toni elegiaci di un uomo retoricamente poetico che veglia la sua amata in quelli che crede essere i di lei ultimi momenti ma, miracolo!,la donna si sveglia e vive. E le sue prime parole sono per il bel vaso di cristallo che rischia di cadere. E, anni dopo, un’altra veglia che è il rovesciamento parodico della prima.

Qui il sito ufficiale di Tommaso Landolfi.

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4 pensieri su “Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino

  1. gabrilu

    Ho letto questa raccolta parecchi anni fa, e mi ricordo che mi era piaciuta parecchio. Adesso non la ricordo nei particolari, ma mi spinse a proseguire con Landolfi ed a leggere anche “Le due zittelle”, un racconto lungo che mi piacque molto. Antologie: ce ne sono di due tipi. Quelle che hanno come obiettivo di fornire un quadro il più completo possibile di un autore e quelle che invece hann come obiettivo di far conoscere le preferenze personali del curatore. Sono valide entrambe, a mio parere, purchè l’obiettivo sia dichiarato ed il lettore sia messo in condizione di sapere cosa si accinge a leggere.

    Mi piacerebbe molto se postassi la lista dei libri “che un aspirante traduttore deve asssolutamente leggere”. Non che io abbia velleità di questo tipo, mi incuriosisce la lista in se 🙂

  2. Sonnenbarke

    Sulle antologie sono d’accordissimo con te. In questo caso, o mi è sfuggito o l’obiettivo non è dichiarato, però forse è implicito nel fatto che il nome del – famosissimo – curatore sia stampato in copertina…

    La lista arriva presto 🙂

  3. unpoapolide

    davvero non ti è piaciuto? insomma, come dice gabrilu, non hai gli stessi gusti di calvino. e come dice tu stessa all’inizio del pezzo. tra l’altro, Le più belle pagine. vabbè. a me non è piaciuto troppo il titolo, di questa raccolta (anche se, prima, raccogliere “le più belle pagine” andava più di quanto non vada ora. nel senso che, ora, le raccolte antologiche si individuano con termini diversi da “le più belle pagine”, mi pare). comunque, Landolfi merita. Tra l’altro, come traduttore dal russo, sembra sia notevole. Ma sia. Letto e piaciuto, invece, a me, un suo libro di cui non ricordo il titolo, raccolta di racconti vincitrice del premio STrega negli anni ’70…perdona la mia nefasta memoria….ciao!!! (ma la tua foto recente?)
    and

  4. Sonnenbarke

    Andrea, io con Calvino ho un rapporto di amore-odio, fra l’altro.
    Effettivamente “Le più belle pagine” non è un titolo felicissimo: le più belle secondo chi? Sì, secondo Calvino, va bene, però…

    (Foto? Che foto? ;P)

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