Un apolide metafisico

copertina Un apolide metafisicoNon avevo mai letto nulla di Cioran, benché mi fosse stato caldamente consigliato tempo fa. Poi lui mi ha prestato questo Un  apolide metafisico, e mi sono innamorata.

L’ho lasciato un po’ di tempo a vagare fra lo zaino e il comodino, perché Christa Wolf mi impegnava troppo, richiedendo tutta la mia attenzione. Poi l’ho preso in mano, una mattina di inizio anno, e quando me ne sono staccata mi sono accorta che avevo letto 80 pagine. Dopo l’ho riletto con calma, in treno, e forse il 2 gennaio facevo uno strano effetto con Cioran in una mano e un quaderno di appunti nell’altra, mentre tutti smaltivano i postumi del capodanno e si rattristavano per la fine delle vacanze.

Non l’avevo mai letto a causa della sua fama di “autore deprimente”. Invece, pare che molti lettori gli abbiano scritto per ringraziarlo di averli aiutati, con i suoi libri, a superare momenti difficili. Da queste “conversazioni” (perché di questo si tratta, è una raccolta di interviste) emerge il ritratto di un uomo certamente disilluso, certamente scettico, ma non deprimente. Non cinico. «Il cinico» dice Cioran, «è spinto da una sete di negazione quasi viziosa, da una volontà di smascherare. C’è in lui qualcosa di diabolico, un gioco perverso dello spirito, estraneo alla ponderazione che è propria dello scettico o di quell’ansioso minore che è il disilluso».

I temi affrontati in 359 pagine di interviste sono tanti, anche se si nota una predilezione per certi argomenti che porta a una tendenza a ripetersi, che però non ha nulla di fastidioso.
Sorvolo sull’amore viscerale per la musica, che non è il mio campo – però, se volete, ho ritrovato questa silloge a cura del musicologo. Sorvolo anche sull’interesse per la mistica, perché bisognerebbe addentrarsi in territori troppo complessi per me.

Quello che mi ha colpito maggiormente è innanzi tutto la percezione cioraniana (si può dire?) della noia. Non è un argomento facile neppure questo, ma certamente è la prima volta che leggo una descrizione tanto perfetta di uno stato tanto particolare. La noia di cui parla Cioran non è quella che proviamo tutti quando aspettiamo due ore in fila a un qualsiasi sportello, né quella di un pomeriggio passato da soli in casa. Questa è una noia che dura mesi, e da cui sembra impossibile sollevarsi. L’autore ne parla come di uno staccarsi dal tempo, che sembra scollarsi da noi e porsi su una dimensione diversa, da noi non raggiungibile. Perciò sembra che il tempo smetta di scorrere, ed è una delle esperienze più stranianti che si possano immaginare.
«Non è la noia che si può combattere con le distrazioni, la conversazione o i piaceri, è una noia che si potrebbe definire fondamentale; e che consiste in questo: più o meno bruscamente, a casa propria o in casa d’altri, o davanti a un belissimo paesaggio, tutto si svuota di contenuto o di senso. Il vuoto è in noi e fuori di noi. L’intero universo è annullato. E niente più ci interessa, niente merita la nostra attenzione. La noia è una vertigine, ma una vertigine tranquilla, monotona; è la rivelazione della futilità universale, è la certezza, spinta fino allo stupore o fino alla chiaroveggenza suprema, che non si può, non si deve fare niente né in questo mondo né in quell’altro, non esiste al mondo niente che possa servirci o soddisfarci.»
«Nella noia il tempo non può scorrere. Ogni istante si dilata, e non si compie, per così dire, il passaggio da un istante all’altro. Ne consegue che si vive in una profonda non adesione alle cose. […] Nella noia il tempo si stacca dall’esistenza e ci diventa estraneo
(I corsivi sono nell’originale).
Questa coscienza del vuoto e della futilità universali, però, hanno la conseguenza positiva di annientare o quasi la paura della morte, poiché «se tutto è privo di realtà, perché non  dovrebbe esserlo la morte?»

Altrettanto interessante, come emerge da questi passi ma anche dal resto del libro, è l’estrema lucidità che ha sempre accompagnato l’autore e che, lui dice giustamente, è stata la sua tragedia. Perché è proprio l’estrema lucidità, l’ipercoscienza, che porta ad estremizzare la riflessione e a sentire con peculiare, dolorosa intensità ciò che ci circonda – come, appunto, il passare del tempo; che, ammetterete, non è esperienza di tutti i giorni per la maggior parte della gente.

In ogni caso, è questa estrema lucidità che ha portato Cioran a scrivere, poiché, infatti, egli scrive per ovviare ai suoi stati di malessere. Per cui il primo libro, Al culmine della disperazione, è interamente composto nelle lunghe notti d’insonna che hanno tormentato l’autore poco più che ventenne, e allo stesso modo gli altri libri saranno scritti solo per dare voce a una sofferenza interiore. E per lo stesso motivo saranno pubblicati, perché a detta dell’autore con la pubblicazione ci si libera di tutto ciò che si è scritto – e perciò, nel suo caso, della sofferenza – e, svuotandosi, si può in certo modo superarlo.
Da qui anche la predilezione dell’autore per lo stile frammentario, aforistico, l’unico che rifletta ogni singolo aspetto dell’esperienza: e allora sì, si rischia di essere incoerenti (accusa che è spesso stata mossa a Cioran) ma è la vita stessa ad esserlo – per la precisione l’autore usa il termine «irresponsabile».

A volte gli intervistatori contestano a Cioran la sua giovanile adesione al fascismo: la giustificazione dello scrittore è che il suo era semplicemente un desiderio di opposizione al potere incarnato dal re, poiché in Romania, all’epoca della sua giovinezza, non c’era vera democrazia. Argomento di estrema attualità, quello delle colpe giovanili degli intellettuali d’oggi; inevitabile per chi è vissuto in un secolo denso di dittature e totalitarismi come il Novecento. È un tema scottante, su cui ho scelto di non pronunciarmi finora, ma credo, timidamente, che l’opera letteraria (o musicale, insomma artistica in genere) debba essere considerata a parte rispetto alla biografia dell’artista. Di tutti gli artisti. Farei ovviamente una distinzione: ad esempio Leni Riefenstahl usava l’arte, il cinema nel suo caso, a scopo dichiaratamente celebrativo del regime nazista, e in quel caso è ovviamente impossibile separare opera e biografia.
Sul tema “grande artista – persona meschina” (che tuttavia non mi pare tanto applicabile a Cioran, almeno credo) segnalo questo post di Gabriella Alù su Richard Strauss intervistato da Klaus Mann. Da leggere anche i commenti, con attenzione, perché non sono per niente inferiori al post stesso, anzi sviluppano molto bene l’argomento di discussione.

In conclusione, un suggerimento d’autore a chi, come me, si avvicina per la prima volta all’opera di Cioran. Secondo l’autore, il suo primo libro, Al culmine della disperazione, contiene già tutto ciò che ha detto in seguito. Il libro a cui è più affezionato è però L’inconveniente di essere nati: «Confermo ogni parola di questo libro, che si può aprire a qualsiasi pagina, e non è necessario leggere per intero. Sono affezionato anche ai Sillogismi dell’amarezza, per la semplice ragione che tutti ne hanno detto male. […] Ma tengo in modo particolare alle ultime sette pagine della Caduta nel tempo, che rappresentano quanto di più serio io abbia scritto. Mi sono costate molto, e in genere non sono state capite. Si è parlato poco di questo libro, benché, a mio avviso, sia il più personale e quello in cui ho espresso quanto mi stava più a cuore».

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13 pensieri su “Un apolide metafisico

  1. bobregular

    telepatia: anche io, in termini molto diversi (e più squallidi) ho appena sfiorato il rapporto arte-vissuto sotto una connotazione: oramai il vissuto (leggi schieramento) passa sempre sopra alla considerazione artistica.
    Grazie anche per avere segnalato il post chez nonsoloproust – un blog che devo studiare attentamente poiché mi sembra denso di suggestioni!!

  2. gabrilu

    Cara Marina (o Sonnenbarke, se preferisci), grazie per avere citato il mio blog ma soprattutto grazie per avermi dato modo di scoprire il tuo.

  3. PattyBruce

    Grazie per aver parlato di questo libro, e più in generale di questo autore. In quello che dice Cioran, io non riconosco me stessa, ma mio marito. Gli regalerò “Un apolide metafisico”. Credo che si sentirà compreso.

  4. diegodandrea

    Hai perfettamente ragione, quello della noia congenita e latente è un argomento molto interessante; è uno stato d’animo che comprendo bene, anche se ne ho una pecezione differente da quella dell’Autore che mi sembra lo aliti di atmosfere quasi nichilistiche e irreversibili. Per me la noia congenita è un più banale innalzamento della soglia di stupefazione, come se fosse sempre più difficile “sentire” in modo emozionale… ma ne conosco le cause (le mie intendo) e non sono affatto irreversibili: eccessiva passionalità rispetto al contesto esterno; una natura nomade e bisognosa di cambiamento costretta alla stasi o a soddisfarsi occasionalmente, cosa, quest’ultima, che cozza anche con l’eccessiva passionalità di cui sopra. … spero di non aver banalizzato troppo 😉 , ad ogni modo ho trovato la tua recensione veramente interessante e ben fatta!
    Ciao D

  5. Sonnenbarke

    @Bob: lesson number 257: quello che scrivi tu non è mai più squallido di quello che scrivo io.
    Sono sicura che il blog di nonsoloproust ti piacerà moltissimo.
    Bacio 🙂

    @Gabrilu: ma grazie a te! E comunque, sappi che galeotto fu letturalenta 🙂

    @Patty: spero che tuo marito trovi conforto in questo libro, fammi sapere!

    @Diego: secondo me non hai banalizzato per niente, anzi, trovo molto interessante il tuo commento. La noia non è argomento di cui si possa parlare spesso, primo perché io ho sempre trovato difficile associare le parole alle sensazioni (e Cioran lo fa splendidamente), secondo perché è qualcosa che risulta incomprensibile ai più. Credo che ognuno abbia un’interpretazione personale della questione, perché appunto le cause possono essere diverse da persona a persona… L’eccessiva passionalità mi pare qualcosa di bello e raro, ed è un peccato che non corrisponda al contesto esterno e porti alla noia. Io condivido invece, per quanto mi riguarda, l’interpretazione cioraniana dello scollamento: è qualcosa di quasi fisico in questo caso, quasi percepibile con i sensi…

  6. utente anonimo

    Ciao Marina, Cioran è una mia grande passione, e mi fa piacere che tu la condivida. Se non l’hai già fatto, ti consiglio di leggere i “Quaderni” di Cioran (editi da Adelphi). Vedra, non ti deluderà.

    ciao
    sergio

  7. oyrad

    Un autore davvero “deprimente”, ma anche lucido, di una lucidità “senza scampo”, è Albert Caraco. Di suo ho letto “Breviario del Caos”, sempre pubblicato nella Piccola Biblioteca Adelphi. C’è anche l’ atroce “Post Mortem”, anche se per ora non sono ancora riuscito a leggerlo. Il tuo blog è molto interessante e bello, ci tornerò ancora: lo prometto 😉

  8. Giuseppe Savarino

    Ottimo articolo (e blog!) che coglie pienamente l’esprit cioraniano.
    Un apolide metafisico e i Cahiers contengono il Cioran più autentico perché là si svela la grandezza di questo autore, spesso celata nelle sue opere.
    Come lui stesso disse, “Al culmine della disperazione” conteneva già tutto; il resto è solo differente stile e poco altro.
    Albert Caraco ha molti punti in comune con Cioran ma lo trovo più cupo, più disperato.
    Non a caso, a differenza del Nostro, si suicidò.

  9. Marina Autore articolo

    Ciao Giuseppe!
    Grazie per la visita e per i complimenti.
    Negli anni che sono passati da questo post ho letto altre cose di Cioran, forse hai ragione quando dici che Al culmine della disperazione contiene già tutto, ma io ho preferito di gran lunga L’inconveniente di essere nati, ci sono più affezionata così come lo era anche Cioran stesso.
    Nel frattempo ho anche letto Breviario del caso di Caraco, che ha sicuramente molti punti in comune con Cioran, ma anche io l’ho trovato un po’ “troppo disperato”, oserei dire. Ci dovrebbe anche essere una recensione qui sul blog, da qualche parte.

  10. Pingback: Libri dalla Romania | Sonnenbarke

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