In quelle tenebre

Sono stata spronata a scrivere. Dopo un tormentato ma proficuo dibattito con i diari di Susan Sontag (grazie) a proposito del mio blocco, sono arrivata alla conclusione che non avrei potuto scrivere niente finché non avessi scritto questo.
Credo che dovreste veramente sforzarvi di leggerlo, perché è quanto di più serio e importante abbiate mai trovato in questo blog.
Non so se sono sbloccata, non l’ho ancora capito. Intanto, però, ci ho provato.

*
È assenza di ricordi, salvo quadri appena abbozzati e istantanee sfocate. Nebbia con sprazzi di immagini anch’esse grigie, spasmi.
Paralisi totale: impossibilità di muoversi, di pensare, di essere.
L’unico pensiero è io-non-esisto, se può considerarsi un pensiero. Io non sono, cosa sono, chi sono.
La quotidianità resa impossibile. I fili logori fra cervello e corpo, fra cervello e cervello, fra neurone e neurone, fra sinapsi e sinapsi. Sollevare una mano è una fatica immane, è pesante come il cemento ed è come se non fosse mia. Non è mia, non lo è.
E ci vogliono ore per fare le cose più banali: ore per allacciarsi una scarpa, ore per mettere il piede destro davanti al sinistro. Ore, secoli, millenni per alzarsi da un letto che è ormai estrema propaggine di un corpo-involucro-vuoto non più mio.
Quando si dorme è buio, quando si aprono gli occhi è altrettanto buio. Non è vero che la luce ferisce gli occhi, la luce non c’è. Quando apro gli occhi è buio pesto e il nero fa malissimo, l’involucro duole quasi come se mi appartenesse ancora ma io lo so che non è mio quel corpo.
Quel corpo ha un incubo, invisibile, pesantissimo sul petto – che schiaccia, schiaccia e impedisce il respiro. Ed è tutto buio, buio color pece senza stelle senza nulla che non sia soffocamento.
A letto si passano quindici ore al giorno, e quando ci si alza, con estrema fatica, ci si lava appena perché è troppo difficile, perché il cervello non sa più dare ordini al corpo, non c’è più automatismo, bisogna fare uno sforzo enorme e dire "mano, lava" e seguire la mano nel difficilissimo cammino dalla posizione abbandonata lungo il fianco al rubinetto, ci vogliono ore, e poi ancora ore e concentrazione per aprire il rubinetto, portare la mano sotto il getto d’acqua e poi sul viso.
Non sono gesti quotidiani, è difficile quanto scalare una montagna: non è che sia impossibile, tutt’altro, però è faticosissimo, e allora perché sforzarsi tanto a fare qualcosa di così pesante e non necessario?
Allora ci si trascina verso una sedia, una poltrona, un divano, ma anche solo un pavimento, ci si siede e si guarda. Il vuoto. Il muro, ma con quadri o poster o simili, perché il bianco manda in tilt quel poco di cervello che resta.
Lo sguardo cade su una mano. Quella mano non è mia. Un polso, un braccio. Non sono miei. Non sono miei. Mano, polso, braccio, si sollevano senza che io li senta: una mano, un polso, un braccio non miei davanti ai miei occhi – io non so chi sono. Vedo, ma non sono.
Vedo un bianco che mi tortura e un corpo che non mi appartiene, allora chiudo gli occhi e dormo, se posso, se la tortura non è andata troppo avanti. A volte non posso, se chiudo gli occhi devo fare i conti con mille mostri, mille incubi. Spalanco gli occhi e da quel buio fuoriesce quel braccio che mi sta davanti ma non è mio. A sinistra ce n’è un altro, identico, che si solleva e va a toccare il destro – io non sento niente. Nemmeno un tocco leggero. Non ho braccia. Ho braccia che non sono mie. Gambe che non sono mie, piedi non miei, viso non mio, perché non sento niente.

*

Avrebbe dovuto continuare, ma non ce l’ho fatta, oltretutto devo fare i conti con un’autocensura insindacabile.

Come si chiama tutto questo? Di nomi ne ha uno, nessuno e centomila, ma io preferisco quell’uno, quello vecchio: depressione. Mi pare più sincero dei centomila, più veritiero del nessuno.
(Arrivate qui cercando strane cose con Google. Nel caso, spero ci arriviate cercando "depersonalizzazione".)

Ne ho scritto perché credo nella catarsi; per sbloccarmi, come ho detto all’inizio; perché se ne parla ancora troppo poco.
Perché c’è confusione, molta confusione, se una persona triste può affermare di essere "depressa"; perché ci si specula enormemente, se a una persona triste si prescrivono psicofarmaci; perché non ha dignità di malattia, quale invece è.

Di solito, a conclusione di questo tipo di scritti, si danno consigli su cosa si può fare.
Pensare che io possa suggerire di rivolgersi a psichiatri e psicologi, è più di quanto mi si possa chiedere. Tuttavia, per completezza di informazione, sono la prima a riconoscere che in certi casi fanno bene. Sì, anche le magiche pilloline.
La mia cura farebbe gridare all’impostore schiere di depressi.

Allora, cosa si può fare?
Prima di tutto, parlarne. Perché la si riconosca come malattia. Perché a una persona che soffre non venga detto che è viziata, che è un capriccio. Anche, perché qualcuno, se del caso, ci si possa riconoscere e prendere provvedimenti.
Sfogarsi. Piangersi addosso, mai. Il confine è sottile, e bisogna stare attenti, perché la Bestia si nutre del vittimismo. Sfogarsi, sì, usarla come scudo, mai.
Fare attenzione allo spiraglio. Uno spiraglio c’è sempre, anche quando non sembra. Fa freddissimo là dentro, ma a un certo punto, da qualche parte, si sente un calore lievissimo, un tepore appena accennato e quasi impercettibile. Strisciare verso il tepore.
Aggrapparsi alle cose che prima ci facevano felici. Aprire un blog in cui parlare delle proprie passioni. Scrivere. Dipingere. Fare sport. Ascoltare musica. Finire l’università. Aggrapparsi alle vecchie passioni. Sembrano morte, invece sono solo sopite.
Parlare al telefono con un amico o un’amica. Acconsentire a un’uscita, per quanto sia faticoso. Bere un tè in compagnia. Guardare un tramonto. Accarezzare un gatto, un cane.
Usare un parafulmine. Prendere la mano tesa, se c’è. Lasciarsi abbracciare da chi sa come farlo.
Se non riusciamo a star bene per noi stessi, star bene per un altro, almeno all’inizio. Il gatto muore se io muoio? Allora io vivo.

Sono guarita? Sì.

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4 pensieri su “In quelle tenebre

  1. mynona

    Si, la Sontag ha scritto in una sola frase il senso finale di tutto questo: adesso mi amo e posso scrivere. Amarsi è una delle cose più difficili al mondo, è molto più semplice amare gli altri annullandosi in loro per non occuparsi di sè. La depressione è una bestia terribile, ma si può abbatterla, anche con i farmaci se servono, perchè no? Basta non abusarne e farlo sotto controllo medico. Ho frequentato troppi studi di analisti per non conoscere le strade per affrontarla, ma le parole a volte non servono. Ci deve essere un momento, uno spiraglio che parte da te, come quell’attimo di calore nel freddo buio prima descritto da te, prendere atto di aver toccato il fondo e che da lì in poi è possibile solo salire. Ciao Monica

  2. Pingback: Well I stepped into an avalanche, it covered up my soul | Sonnenbarke

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