L’orologio di cenere

L'orologio di cenere

Da ragazzina divoravo gialli, poi per sopraggiunta overdose ho smesso e non ne ho più letti neanche per sbaglio. Questo L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli, edito da I Sognatori, è il primo che leggo in una decina d’anni. Ho deciso di fare uno strappo alla regola perché la casa editrice ha un progetto che secondo me merita di essere supportato, e poi perché le recensioni che avevo avuto modo di leggere erano tutte positive.

Il protagonista è River Crane, un investigatore privato dedito all’alcool e tormentato da un oscuro e tragico passato che ci viene parzialmente rivelato in alcune sequenze tra l’onirico e l’allucinatorio. River Crane viene contattato da una donna che gli chiede di scagionare suo fratello, imputato in un processo per omicidio. Della trama non si può dire di più, pena il rischio di svelare la soluzione del caso.

L’atmosfera dell’intero romanzo è fumosa, densa delle note e della voce roca di Tom Waits che, sebbene citato una sola volta, sembra accompagnare l’intera vicenda. Non è l’unico riferimento musicale presente nel libro – se il nome di un personaggio secondario (ma fondamentale per lo soluzione del caso), Frances Bean Vedder, vi dice qualcosa, vuol dire che anche voi eravate adolescenti negli anni Novanta.

Le parti strettamente "gialle" (o noir, come il romanzo è presentato – io, per quanto mi riguarda, non ho ancora capito bene la differenza) si alternano a quelle oniriche che, a mio parere, sono le più riuscite e avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento, se non altro perché secondo me è evidente che è il genere di "linguaggio" nel quale l’autore si esprime meglio.
Lo stile è cinematografico, sembra di vedere un film più che leggere un libro: secco, sobrio, senza fronzoli. Personalmente preferisco un minimo di "librarietà"/discorsività in più, ma senza dubbio l’effetto brusco di questo tipo di scrittura è voluto. E sortisce l’effetto, importante in un giallo, di tenere il lettore incollato alle pagine.

Il finale mi è sembrato un po’ improbabile, ed è soprattutto per questo che credo che al romanzo avrebbe giovato essere un tantino più lungo per meglio permettere al lettore sprovveduto come me di capire i passaggi che hanno portato a scoprire il vero colpevole. Tuttavia, avendo letto tempo fa qualche altra recensione, mi rendo conto di essere non in minoranza, ma addirittura una voce isolata, perché gli altri lettori hanno uniformemente elogiato la brevità del libro.

I dialoghi a tratti sembrano un po’ artificiosi, perché troppo letterari, ma credo che siano quanto di più difficile esista da scrivere, proprio perché non è facile staccarsi dal ruolo di scrittore e immedesimarsi nel linguaggio vero e colloquiale dei personaggi.

Il brano più felice (che poi è anche quello che, letto in una recensione degli stessi Sognatori, mi ha spinto a comprare il libro) è quello che dà il titolo al romanzo e che ispira la bella copertina di Francesca Santamaria che, con Aldo, è l’altra metà dei Sognatori.

Per contatti: acquisti@casadeisognatori.com.

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