Sul settore librario in Italia

Dicevo degli Stati Generali dell’Editoria 2006. C’è veramente tantissimo da dire, vi farò partecipi di quello che mi è sembrato più interessante.

L’Associazione Italiana Editori ha commissionato alle Università di Trento e di Bologna uno studio sul ritorno economico della lettura (il pdf è qui, ma avviso che è estremamente tecnico, visto e considerato che gli autori sono due docenti di Politica economica ed Economia politica).
Ne emerge che la lettura è fonte di crescita sociale sì ma anche economica, da cui lo slogan "più cultura più lettura più Paese". I due professori hanno analizzato lo sviluppo economico dell’Italia nell’arco 1980-2003, in rapporto agli indici di lettura, ed è emerso che le regioni che leggono di più sono, a parità di altri elementi, anche quelle che hanno prodotto di più. Fra contributo delle varie regioni al PIL e distribuzione della lettura c’è un rapporto di coincidenza quasi perfetto.
Ne consegue che lo Stato, in vista del suo sviluppo economico e del benessere dei suoi cittadini, farebbe bene a incentivare la lettura.

I due autori analizzano anche i risultati del test PISA 2000 per la lettura e la comprensione dei testi scritti. Alcuni esempi interessanti: com’è facilmente immaginabile, la presenza di una biblioteca di famiglia influisce positivamente sul risultato del test, perché sicuro indice di una propensione familiare alla cultura e all’acquisizione di conoscenza. Quello che colpisce è che, in caso in questa biblioteca familiare ci sia disponibilità di opere di poesia, i risultati del test paradossalmente diventano peggiori. L’ipotesi suggerita è che la poesia, considerata noiosa o difficile, scoraggi anziché incoraggiare la lettura (da ricordare che il test PISA è condotto su ragazzi dai 10 ai 15 anni).
Altrettanto interessante è l’influenza negativa dei cellulari, che aumenta all’aumentare degli apparecchi a disposizione.

A proposito di lettura, i dati appaiono discordanti: c’è chi dice che i lettori siano il 46% dell’intera popolazione italiana, e chi invece sostiene che siano il 42,3%. Comunque, sono meno della metà della popolazione, e che gli italiani leggono poco credo che fosse risaputo. Bisogna tener presente, comunque, che è considerato "lettore" chi negli ultimi dodici mesi abbia letto almeno un libro ad esclusione dei testi scolastici. Di nuovo, i dati non sono concordi, ma pare che quasi la metà dei lettori siano lettori deboli e occasionali – per fare una media dei vari dati disponibili si può dire che questo tipo di lettori non legge più di 6 libri all’anno. Poi com’è noto le donne leggono più degli uomini e al Nord si legge più che al Centro dove si legge più che al Sud. Le percentuali cambiano negli anni, ma queste tendenze distributive restano.

Punto dolente, il prezzo dei libri. Discusso anche nei commenti al post della Lipperini che avevo già segnalato. Le statistiche dicono che il 60% dei libri in commercio ha un prezzo inferiore ai 15,50 euro. Mi pare che il dato si commenti da solo, ma spenderei comunque qualche parola al riguardo.
È vero, ci sono dei libri che costano tanto. È vero, noi pochi lettori forti spendiamo tanto in libri.
Solo, fa notare lo studio sopracitato, in Italia c’è una diffusione di televisori e cellulari maggiore rispetto agli altri Paesi europei. E, fa notare il vice presidente dell’AIE Folini nel suo intervento, in Italia il fatturato delle suonerie per cellulari, nel 2005, è stato di 8 milioni di euro, pari al doppio di quanto ha realizzato nello stesso anno la mostra d’arte di maggior successo. Non so a voi, ma a me sembra un dato piuttosto grottesco.
Insomma, l’italiano medio non ha nessun problema a spendere soldi in suonerie, cellulari, tecnologia varia, discoteche, e chi più ne ha più ne metta, però si lamenta regolarmente del prezzo troppo elevato di libri, cd, concerti, mostre d’arte, e fatti culturali in genere.
D’altronde all’italiano medio si può rispondere che, se proprio non ce la fa, non è obbligato a comprare libri per leggerli, ma li può anche prendere in prestito (biblioteche, amici), oppure può, se residente in una grande città o zone limitrofe, usufruire dei remainder e mercatini dell’usato o, negli altri casi, effettuare acquisti online tenendo conto del fatto che spesso le librerie online fanno sconti – cosa che fanno anche le stesse case editrici, di solito a primavera inoltrata.

Ma quanto spendono gli italiani in libri? 64,95 euro all’anno pro capite. Nell’Unione Europea (ancora considerata a quindici per questi studi) si trova al terzultimo posto, seguita solo dal Portogallo e dalla Grecia. Per contro, i norvegesi, che sono quelli che spendono di più, investono ben 208,75 euro all’anno nell’acquisto di libri. D’altronde, i lettori norvegesi sono il 91% della popolazione, dato non solo ineguagliato, ma neanche lontanamente avvicinato da nessuno degli altri Paesi europei. Se ci riflettete un attimo, probabilmente vuol dire che tutti i norvegesi leggono, esclusi i minori di 6 anni perché non ancora capaci di farlo.

A proposito di biblioteche, al Sud prevalgono quelle piccole, fino a 2000 volumi, mentre al Nord le più numerose sono quelle che hanno da 10000 a 100000 volumi. Peraltro in molti piccoli centri, specie del Sud, di biblioteche non ce ne sono proprio.
Inoltre, altro tasto dolentissimo, i finanziamenti pubblici alle biblioteche sono diminuiti negli ultimi anni del 26%, tanto che nel 2005, in media, la spesa pro capite affrontata dalle biblioteche per l’acquisto di libri è pari a 2,02 euro. Sì, all’anno. Dato, peraltro, che è andato inesorabilmente diminuendo nel corso degli anni.
Dell’allucinante stato dei finanziamenti alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze ci aveva già parlato Roberto. Forse vale la pena ricordare al lettore disattento che la Biblioteca Nazionale di Firenze è, insieme a quella di Roma, la maggiore d’Italia.

Quello che chiedono gli editori nel loro manifesto conclusivo, e che dovremmo chiedere tutti noi nella misura in cui siamo interessati alla cultura, è: maggiori investimenti nelle biblioteche, la creazione di biblioteche scolastiche, programmi di promozione alla lettura, incentivi fiscali sull’acquisto dei libri (da qualche parte, ma non ricordo dove, si parlava di un’auspicabile riduzione dell’IVA, che in Francia ammonta al 5%), la valorizzazione del ruolo dei libri nei processi educativi, il sostegno all’acquisto di testi scolastici non solo alle elementari e alle medie, il sostegno all’apertura di nuove librerie e all’ammodernamento di quelle esistenti, la destinazione di risorse economiche per la formazione dei librai, una più efficace protezione del diritto d’autore, il sostegno all’internazionalizzazione.

Due parole personali sulle biblioteche scolastiche: pare che la maggior parte delle scuole ne siano sprovviste. Mentre leggevo il materiale in treno ho avuto un flashback. Non ricordo biblioteche scolastiche nella mia scuola media o nel mio istituto superiore, ma mi è tornata vivida in mente quella delle elementari. Mi sono ricordata, come un lampo, l’odore dei libri leggermente polverosi, la bibliotecaria che segnava sul suo grosso registro i libri che avevamo preso in prestito. Dovevamo andare una volta a settimana, credo. Comunque si doveva andare, e un libro bisognava prenderlo. Ma nessuno ci ha mai imposto niente, potevamo stare tutto il tempo che volevamo a guardare e sfogliare, e poi decidevamo per conto nostro.
Poi un giorno alla maestra venne in mente di far portare a ognuno di noi un libro a scuola, e di passarceli in prestito fra di noi.

E questo anche a proposito di promozione della lettura. Deve iniziare dalla scuola, per forza. Ma troppo spesso a scuola i libri vengono letti per imposizione dall’alto. È difficile trovare insegnanti che sappiano veramente trasmettere il piacere di leggere. Trasmettere entusiasmo, questo manca, e se ne parla anche dalla Lipperini, sempre nei commenti. A scuola, prima, ma anche fuori dalla scuola. Un posto come questo, per esempio, ci prova fortemente, anche se dubita di riuscirci.

Per concludere, vorrei parlare di una cosa di cui agli Stati Generali dell’Editoria non si è parlato.
Perché gli italiani non leggono? Si fanno tante ipotesi, ma qualcuno gliel’ha mai chiesto?
Non dubito che ci siano dati più recenti, ma io dispongo soltanto di un’indagine statistica riportata da Giuliano Vigini nel Rapporto sull’editoria italiana edito nel 1999 (per inciso, pubblicato dall’Editrice Bibliografica che, forse più nota agli addetti del settore, è la prima e più importante casa editrice italiana interamente dedicata al libro nei suoi aspetti tecnici, insieme alla forse più famosa, perché anche divulgativa, Sylvestre Bonnard).
In quello studio, agli italiani che si dichiaravano non-lettori era stato chiesto perché non leggevano. Soltanto il 4,1% rispondeva "perché i libri costano troppo". Ben il 45%, invece, dichiarava di non farlo perché non interessato. Ecco perché bisogna fare promozione alla lettura, come dicevo sopra a partire dalle scuole ma anche fuori (peraltro, è da notare come tutti gli anni, a seguito della famosa Fiera del libro di Torino, vengano decantati i tantissimi visitatori che tuttavia pochissimo acquistano).
Altre motivazioni della non-lettura erano la mancanza di tempo libero, che peraltro c’è sempre o quasi quando si tratta di andare in discoteca o a bere o a fare la gita fuori porta o a fare shopping nei centri commerciali, la stanchezza (e invece qui capisco, eccome se capisco) e, quello a cui mai si pensa, il 15,8% dichiarava di non leggere perché non ci vedeva bene, percentuale che, com’è ovvio, saliva vertiginosamente con l’aumentare dell’età. A questo proposito Scaffale aperto dà notizia di una bella e originale e soprattutto utile collana delle Edizioni Angolo Manzoni pensata proprio per rendere i libri fruibili anche da anziani e ipovedenti, grazie a particolari accorgimenti tipografici come la grandezza del carattere (non per niente la collana si chiama Corpo 16), le spaziature, l’interlinea, il colore e la qualità della carta e così via.
Le altre motivazioni alla non-lettura riguardano percentuali trascurabilissime.

Ecco, spero di non avervi annoiato.

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5 pensieri su “Sul settore librario in Italia

  1. unpoapolide

    il libro, non si compra a rate. il libro, prima di leggerlo, non sai com’è. non sai quello che ti darà. ci vuole un po’ di coraggio, a comprarne uno. non è che costino troppo, altrimenti non si spiegherebbe perché Dan Brown o Faletti o Ruiz Zafon vendono tanto in edizioni cartonate. Facci caso, di solito è dopo un anno che arrivano le ed. tascabili. Ma per l’uscita del film del Codice da Vinci, nelle librerie è ricomparsa l’edizione cartonata, quando la tascabile è stata fatta sparire. Per non parlare della versione illustrata (più di 20 euro!!). Semplicemente, leggere non attira. Come scrivi, le persone non sono interessate. ummm…ma che ho scritto? vabbuò. ciao marina, andrea

  2. Sonnenbarke

    Hai ragione, Andrea, ci vuole un po’ di coraggio a comprare un libro, perché lo si compra a scatola chiusa. È un rischio.
    Allo stesso modo, è un rischio comprare un cd, andare al cinema a vedere un film, andare a vedere una mostra d’arte. Ma anche uscire per la prima volta con un/a ragazzo/a, iscriversi a un corso, svoltare a destra piuttosto che a sinistra.
    Non sto polemizzando, sono d’accordo con te. Dico solo che ci vuole coraggio per fare qualsiasi cosa, e allora che facciamo?
    Che d’altronde ci vuole coraggio anche a restar fermi, eh. Non sai cosa può succedere.

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