Le poesie di Ricardo Reis

È da un mese e mezzo che cerco di scrivere qualcosa su questo libro.
Credo di non saper scrivere di poesia, ma non penso che vi interessino le giustificazioni a questa affermazione. Preferisco, comunque, lasciar parlare la poesia piuttosto che parlarne.
Inoltre, fatico a scrivere di questo libro, perché è fortemente oggetto, per me.
Allora sarò breve.

Tematiche portanti sono il paganesimo, il Fato, la morte. Ma no, non la morte; piuttosto il barcaiolo che sempre viene a riscuotere il suo obolo.
E l’atteggiamento di Reis / Pessoa nei confronti del barcaiolo e del dio tempo è conflittuale: di pacatezza, di equilibrio, di serena accettazione del Fato e quindi, conseguentemente, di rinuncia ad ogni tipo di passione forte, distruttiva. E, per contro, un desiderio invece di vivere fino all’ultima scintilla, bere fino all’ultima goccia, godere fin dell’ultima rosa.
Oltre a questo, il portoghese, scopro, pare – almeno a leggerlo senza conoscerne la pronuncia – lingua assai musicale, e i testi originali sembrano fluidi, sembrano quell’acqua che scorre cheta, quell’acqua di quel fiume solcato dal barcaiolo implacabile. Comunque, naturalmente, non conosco il portoghese, quindi magari dico sciocchezze, però il mio occhio era ed è attratto da quel testo a fronte, allitterativo e anaforico, come non è nella traduzione italiana.

Più di questo non so dire, perché di poesia non so parlare, e perché poi parlerei dell’oggetto. E perché a scriverne troppo temo di annacquare quel profumo che il libro-oggetto emana.

Vi propongo un paio di testi per me programmatici.

* * *

Soltanto avere fiori innanzi agli occhi
Negli ampi viali dei giardini esatti
    Basta a considerare
    Che questa vita è lieve.

Ad ogni costo teniamoci forte
Ché mentre noi giochiamo non ci afferri
    Il polso e ci trascini.
    E viviamo così,

Al minimo protesi di gioia e di dolore,
Bevendo i freschi istanti a sorsi lunghi,
    Come acqua trasparenti
    Nei calici intarsiati,

Di questa vita pallida accogliendo
Solo le rose brevi, i sorrisi vaghi,
    Le rapide carezze
    Dei volubili istanti.

Peserà poco allora sulle braccia
Con cui, esiliati dalle superne luci,
    Del passato eleggeremo
    Il meglio per ricordo

Quando, finiti dalle parche, solenni
Figure andremo, d’un tratto antiche,
    Via via sempre più ombre,
    All’incontro fatale –

L’orrido battello nel livido fiume,
E i nove abbracci della freddezza stigia
    E il ventre insaziabile
    Del regno di Plutone.

* * *

Passa così presto tutto ciò che passa!
Giovane innanzi agli dèi muore quanto
    Muore! È così poco tutto!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circòndati di rose, ama, bevi
    E taci. Il resto è niente.

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