Heleno Oliveira

Si è rivelato proficuo il fugace incontro di qualche sera fa con Franco Biancofiore: ricevo e volentieri pubblico alcune poesie del brasiliano Heleno Oliveira, nato nel 1943 nei pressi di Recife da padre brasiliano di origine europea e madre africana, e prematuramente scomparso nel 1995 a Lisbona, dove si era appena trasferito dopo aver trascorso dieci anni a Firenze. In lui fu profondo lo strappo fra l’anima europea e la “negritudine”, ricucito in parte grazie all’esperienza di una mostra sull’arte nigeriana visitata nel capoluogo toscano nel 1986. Importante anche l’adesione al Movimento dei Focolari nel 1959, che segnò profondamente la sua vita.
La sua opera è stata pubblicata postuma; in italiano abbiamo le sillogi Oropa França e Bahia, delle Edizioni della Meridiana e Se fosse vera la notte della Zone Editrice.
In rete trovate un suo profilo, composto da Giovanni Avogadri, qui, mentre qui potete leggere la prefazione a Se fosse vera la notte. Qui per leggere altre sue poesie (con profilo biografico molto Christian-oriented).
Io vi propongo le tre che più mi hanno colpita.

* * *

Non è tempo di lodare:
da molto tempo non sei chiamata signora.
Si studia sempre più la differenza
e forse non vuoi giullari né vati.

Voglio solo raccontare.

Tu che sei stata sempre terra, abisso, pozzo, peccato
e non solo madre,
tu che sei stata l’unica custode della bellezza
annientata,
calpestata,
pagata,
che incarnasti il femminile
offeso,
basso,
divino,
che radunavi il lontano,
l’infame,
il magico,
il non detto,
solo tu sei stata porta e mi hai lasciato passare.

* * *

Firenze è un mattino di dicembre
dove arrivai urlando dal mio Ade.
C’erano abbracci, baci e rimpianti

e un Cristo negro accoltellato.
Nessuno intorno a me ed io cercavo
tra i palazzi della via vuota
qualche certezza e anche il nome mio
che non avevo e non sapevo più.

Firenze non è giammai ciò che si vede
è una Madonna bianca di silenzi
che si ritrova nel Libro è memoria
di angoli di strade e di giardini
dov’è avvenuta una nuova origine
dove cammino sorpreso
in un’altra Anima più grande e più nascosta
che mi ha guardato in quella mattina.
Firenze porta Dio e porta gli dei,
l’insolito splendente matrimonio,
insolita avanguardia che non passa,
segreto luminoso che non tace.
Per questo il mio nero sangue guasto
doveva ritrovarsi in questa luce,
poteva contemplare faccia a faccia
la trama del disegno annunciato.

Firenze bianco centro di un mondo
dove si può cantare senza il pianto
poiché gli dei e il Verbo ci procurano
la strada felice di un incontro
che si è interrotto e canta come Orfeo
perché gli uomini non sono trinitari
e ancor si scordano l’uno e il molteplice
che si stagliano nelle loro strade.

Firenze è rimembranza ed è presenza
e più si coglie quanto più si perde
in quell’anima amante e narrativa
che si diceva in bocca di Ficino.
Per questo non badai al mio dolore
né al ricordo delle lotte e del Fiorino
cercai il bianco nel verde marmoreo
cercai i santi, pittori e poeti.

Firenze, per questo non la lascio
e mi ristoro
in quel silenzio di ricchezza e abisso
e quando parto per un certo tempo
e torno dopo anni o settimane
mentre la vedo mi muore il lamento
perché mi trovo uno e molteplice
nel suo canto.

* * *

Siccome la notte attraversa Venezia
e sono la memoria del crimine e desidero fughe e oasi
e sono lontano da Te come l’acqua della laguna, crocefissa,
il volto rotto, il vento fa brillare i suoi occhi di pianto;

siccome le Tue parole sembrano opache come certi libri di oggi
e la tua sposa triste, triste come il Belpaese smemorato,
faccio fatica a dire, il dire è nulla di vecchio sapore,
il suono quasi non è suono, sonno e sogno,
e sono solo un depresso appeso ai fili di questo olocausto
che i tre canali mi hanno inflitto,
come il nulla senza sacro, pathos, aletheia,
senza;
siccome la notte non è vera, è soltanto notte buia
e non vedo la resurrezione che attende la poesia di Luzi
e l’urlo – un’eco del Tuo – di Pier Paolo
non mi resta che mangiare il così detto panino,
fuggire al pane che Santa Maria dei Frari serba.

Ah, che fatica dimenticare e semplicemente fare,
fare come adesso che scrivo senza angeli e Zefiro,
fare come faceva Marina dall’alba fino alla morte,
fare come hai fatto Tu – ma Tu eri Dio – “Padre,
non la mia ma la tua sia fatta”…
Fatta da chi? Da me in questa infinita quotidianità
dove non si alza il grido perché il grido suppone grandezza
e sono grande di meschinità?

Dal mio fondo lago, “mangue” putrefatto,
senza il profumo del mare né l’abbraccio dei fiumi di Recife,
il dire è dare solo me,
e tanti uguali a me
che Ti aspettano in una cella nuda.
Tu mi dirai come incerti libri di Santi:
“Sono caduto ancora più in basso”…
Ed io, senza sentimento Ti seguirò.

2 pensieri su “Heleno Oliveira

  1. Ho conosciuto Heleno Oliveira a Firenze nel ’90 o giù di lì. Poi è venuto una volta a Corridonia presso il teatro locale per una serata di testi, canzoni e musica.
    Veniva spesso in Ancona. Aveva molti amici nelle Marche e in Toscana. Heleno sapeva anche ballare e cantare. Ti trasmetteva una gioia profonda e pagata. Era capace di andare – come diceva lui – “oltre la piaga”. O per lo meno la piaga restava per sé e ti donava il vero senso di un’Avventura (con la maiuscola) dal travaglio redenta e risorta.
    Francois

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