Appunti sparsi

Giusto qualche pensiero che mi frulla in testa, dal momento che apparentemente questo blog è troppo intellettuale (eh??).
Pensieri da una sera di agosto che sembra autunno. Che si esce con due maglioncini, che il cielo è grigio anche di giorno ed è bello starsene in casa ad ascoltare i Sigur Rós. Bello guardare il temporale dalla finestra, belli i tuoni, bello il fresco che concilia lo studio.
E aspetto già l’autunno, anche se è prestissimo, aspetto le sere a leggere sotto le coperte. Sere novembrine, quanti mesi ancora?
E sento già l’obiezione, «mio eterno autunno mia stagione mentale». Siete troppo pigri, estivamente pigri per indovinare, è Apollinaire, una poesia molto triste a dire il vero, benché io non sia affatto triste è questo verso che mi viene in mente.
Ho in mente quel tratto di Adriatico visto due volte in treno, quasi al tramonto, fra Pescara e il paesello dove il treno mi lascia. Indubbiamente la parte sbagliata dell’Appennino, qui dove il sole non si tuffa nel mare ma fra le colline, eppure a sera – quasi tramonto – il mare è turchese, così turchese da sembrare appena uscito da un quadro impressionista. È un quadro impressionista, e mi maledico per non aver portato la mia inutile macchina fotografica, né trovo rappresentazione che vi si avvicini, giusto per farvelo vedere, quel turchese più turchese che abbia mai visto.
Pensieri sparsi, di occhi di un cane rossi e tristi, di pioggia fine e freddo pungente poco estivo.
Pensieri sparsi che frullano in testa leggendo questo post della mia amica Naza, o forse mi avrebbero sfiorato comunque, chissà. Che forse poco c’entrano, in effetti, e forse quel che c’entra non lo dico, è ancora da decidere.
Pensieri contorti come al solito, ma poco importa. In fondo il flusso di coscienza mi piace.
Ho una mano piacevolmente più pesante dell’altra, la guardo, non so rispondere agli interrogatori perché mi mancano le parole. Credo che bastino gli occhi.
E penso ancora, penso e penso, a mille cose e non più mille.
Voi lo sapete come nasce questo spazio web? Giungo alla conclusione che sia una storia d’amore: fra me e me, senz’altro. E poi fra me e quello per cui mi harmonyzzo, ma anche mi armonizzo. È una confessione? È quello che ognuno ci vuole leggere.
Su queste note di questa musica nuova me ne vado a leggere questo bellissimo Trouillot. «La mia mano mi scrive, mi costruisce sulla scia dell’inchiostro. Nasco in un quaderno che io stessa ho comprato». Il corsivo è mio, a evidenziare qualcosa che qualcuno ricorderà.
La vera domanda è perché si scrive, commentavo a Naza. «Per fissare il mio pensiero e tradurmi in azione», e poi perché «in mancanza di una parola certa, scrivo per mettere insieme tutte le mie voci». Così Teresa in mille pezzi, così io, in mille pezzi che ne fanno uno, puzzle pazientemente ricomposto. (Non psicofarmaci, solo fiori tra i capelli).

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