Un’oscurità trasparente

Titolo originale Darkness Visible, di William Styron.

Dal I canto del Paradise Lost:

At once as far as angels ken he views
The dismal situation waste and wild
A dungeon horrible, on all sides round
As one great furnace flamed, yet from those flames
No light, but rather darkness visible
Served only to discover sights of woe,
Regions of sorrow, doleful shades, where peace
And rest can never dwell, hope never comes
That comes to all; but torture without end
Still urges, and a fiery deluge, fed
With ever-burning sulphur unconsumed.

Ovvero, nella traduzione di Roberto Sanesi per Mondadori:

Per quanto è dato agli angeli distendere lo sguardo,
egli subito osserva quell’aspro e pauroso e desolato luogo,
quella prigione orribile e attorno fiammeggiante
come una grande fornace, e tuttavia da quelle
fiamme nessuna luce, ma un buio trasparente, una tenebra
nella quale si scorgono visioni di sventura,
regioni di dolore e ombre d’angoscia, e il riposo e la pace
non vi si troveranno, né mai quella speranza che ogni cosa
solitamente penetra; e solo una tortura senza fine
urge perenne, e un diluvio di fiamme nutrito
di zolfo sempre ardente, mai consunto.

Quella miltoniana è, ovviamente, la descrizione dell’inferno. Questo di Styron è invece un resoconto della sua depressione.
Breve, appena 94 pagine, si lascia leggere in poco tempo.
Non un romanzo: un semplice resoconto, l’autobiografia di una discesa agli inferi e ritorno. Senza orpelli letterari: una descrizione. Con riferimenti, sì, a personaggi noti come Romain Gary o Albert Camus, nonché ad opere letterarie come Madame Bovary o la Commedia dantesca, ma senza intento poetico. Credo volesse essere un testo divulgativo.
Pubblicato in larga parte nel 1989 su Vanity Fair, il periodo di riferimento è il 1985.

Chi guarda dall’esterno, dice Styron, non ha modo di arrivare a capire. E lui descrive tutto molto bene, un non – osservatore esterno si trova ad annuire ad ogni parola.
Consiglierei questo libro a chi volesse capirne qualcosa, perché mi pare uno dei più comprensibili fra quelli che ho letto. Anche se, certo, per questo deve rinunciare alla poesia (che per esempio si trova invece ne La campana di vetro di Sylvia Plath).

«Una disperazione al di là di ogni disperazione», la chiama Styron.
E arriva a meditare il suicidio, scrive una lettera di addio e si mette distratto e indifferente a guardare un film.
«A un certo punto […] si librò all’improvviso nell’aria un brano della Rapsodia per contralto di Brahms.
Questo suono, che, come ogni forma di musica, anzi, di piacere, mi aveva lasciato indifferente per mesi e mesi, trafisse il mio cuore come un pugnale e all’istante una marea impetuosa di ricordi mi sommerse, tutte le gioie che quella casa aveva conosciuto: i bambini che avevano scorrazzato per le stanze, l’allegria, l’amore e il lavoro, il sonno della buona coscienza, le voci e i turbamenti, la perenne tribù di cani, gatti e uccelli, "risa e sospiri e malizia, / e riccioli e morbide vesti". Mi resi conto che tutto questo era più di quanto potessi mai abbandonare  e che anche la mia decisione era più di quanto potessi infliggere a quei ricordi e alle persone a me vicine che vi erano legate. E con la stessa potenza mi resi conto che non potevo commettere questo sacrilegio su me stesso. Facendo appello all’ultimo barlume di lucidità che ancora mi restava, mi accorsi dell’enormità terrificante dello stato in cui ero precipitato.»
[La Sonnenbarke nella sua mostruosa ignoranza non ha idea di che colore musicale assuma la Rapsodia per contralto di Brahms. Nel caso qualcuno volesse informazioni, farebbe bene a consultare il musicologo quando si ripiglia dal caldo.]

Segue elogio della clinica psichiatrica, con il quale si può concordare o meno (meno, nel mio caso), ma che l’autore riporta con molta obiettività come sua semplice esperienza personale senza voler nulla togliere all’efficacia di soluzioni meno drastiche. Fugace ma sentito l’elogio alla moglie (alla quale peraltro il libro è dedicato), che è sempre stata vicino a Styron con amore, dedizione e comprensione.

«Non mi sentivo più un guscio vuoto ma un corpo, e alcuni dei succhi vitali di questo corpo avevano cominciato a scorrere di nuovo. Avevo avuto il mio primo sogno dopo mesi, confuso ma tuttora vivo nella mia mente: c’era un flauto da qualche parte, e un’oca selvatica, e una ragazza che danzava.»

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Un pensiero su “Un’oscurità trasparente

  1. dark_november

    Lo vedi, che sono rincoglionita? Ero convinta di averti scritto un ffz, invece era una mail (stesso problema, io, se mi scrivono mail chissà quando le leggo)

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