A red nigger who loves the sea

Ci sono stata.

Per onestà bisogna dire che non ho letto Walcott. Non ancora. La letteratura postcoloniale non mi attrae, ma prima o poi leggerò qualcosa, per la mia “fissazione” secondo la quale bisogna conoscere almeno qualche opera dei premi Nobel. Non perché debbano necessariamente essere migliori di altri meno pomposamente omaggiati autori, ma perché la “curiosità intellettuale” (mi) impone di cercare di capire a cosa sia dovuto tanto prestigioso riconoscimento.

I docenti sono sovreccitati, ma probabilmente lo sarei anch’io se avessi Günter Grass a due passi da me.
Prima di entrare l’organizzatore racconta aneddoti a me e a un’altra ragazza, le uniche due ——- (inserire sostantivo a scelta) arrivate in anticipo. Il tizio è in fibrillazione ma a me l’atteggiamento “io Nobel io primadonna” indispone anziché far sbavare di piacere. E mi viene da chiedermi, chissà se un Fo o una Jelinek avrebbero schizzinoseggiato altrettanto. Forse sì, mah, chissà.

Si comincia col definire Walcott “il Dante dei nostri giorni”: per l’appunto dicevo che non l’ho letto e non posso giudicare, ma mi pare un’affermazione di una certa portata.
Per concludere con struttura a climax con la speranza che l’opera del Sublime ci faccia vedere la luce, e non ho capito male io, era inteso proprio in senso divino-rivelatorio.
Con qualche iperbole in meno forse avrei apprezzato un po’ di più, ma capisco.

Interessante il discorso sulla lingua colonizzatrice (il Sommo proviene dall’isola caraibica di St. Lucia) che “impone” la creolizzazione della lingua colonizzata: è la vecchia storia di Calibano, “you taught me language, and my profit on’t is, I know how to curse”, ed è una rassicurante soddisfazione che questo mi venga in mente un’ora prima che lo dicano loro. Buono lo stato dei neuroni, nonostante tutto.

Il Divino legge una breve poesia a conclusione del tutto, ma purtroppo il mio orecchio non abituato all’accento caraibico mi fa apprezzare poco. D’altronde il componimento è fin troppo breve per giudicare alcunché.
Solo mi chiedo perché i lecturers si sentano sempre obbligati ad assumere quel tono solenne-tragico. È ovvio, io dovrei star zitta, non mi ci provo neanche a declamare versi. Però la mia monomania crucca mi fa venire in mente certe letture private e certi discorsi a cui si accennava brevissimamente giorni fa. No, dico, chissà come sarebbe stato ascoltare una lettura di Kraus o Canetti.

Insomma, come al solito non ho detto niente di interessante, forse perché non c’era niente di interessante da dire…

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2 pensieri su “A red nigger who loves the sea

  1. bobregular

    io sarei andato là alle 12,45 in punto, previa lettura approfondita del Corriere dello Sport-Stadio.
    Ovvero: troppo apparato critico preparatorio fa male… 😉

  2. Sonnenbarke

    No, ma non era apparato critico… Si è trattato perlopiù di interventi che c’entravano poco e niente…
    Comunque TU avresti potuto previamente leggerti il Corriere dello Sport senza essere interrotto dal galletto saltellante….

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