Della letteratura di viaggio

Nelle mie diurne tribolazioni sui libri che dovrebbero portarmi un po’ più vicino alla sudatissima laurea, mi imbatto in un interessante frammento di lettera spedita da un anonimo "amico dell’editore" (anvedi! senza pudore) al Teutsche Merkur chissà quando*, ma ovviamente nel lasso di tempo compreso tra il 1773 e il 1810, periodo di pubblicazione della rivista. Non so quanti di voi miei pochi lettori conoscano il tedesco, ma non me la sento di tradurlo perciò ve lo riporto in originale, con breve sunto ad uso dei non cruccosprechenden, i quali sono invitati a saltare direttamente al paragrafo successivo.

Venedigs gesunkene Herrlichkeit duftete uns schon, ehe wir den Fuß ans Land setzten, entgegen, und mit zugehaltenen Nasen eilten wir über den Fischmarkt. […] und der erste Tag gieng größtentheils mit Untersuchung der Frage hin: ob wir denn wirklich in Venedig seyen? Manche Gegenstände überzeugten uns freylich davon; aber wir fanden doch fast alles weit unter unserer Erwartung. Wir hatten die durch tausend Reisebeschreiber gepriesenen Herrlichkeit Venedigs nach einem etwas zu großen Maßstabe unserer Einbildungskraft vorgemalt, und jetzt fanden wir das Gegentheil. Venedig ist (die Eigenthümlichkeiten, die es zu Venedig machen und vor allen andern Städten der Welt auszeichnen, abgerechnet) die stickendste, schmutzigste, häßlichste Stadt die ich gesehen habe.

In buona sostanza il nostro anonimo dice: Venezia puzza e fa schifo, è la città più odiosa che io abbia mai visto, eppure maledizione ne avevo letto così bene! Per inciso: fa schifo a parte quelle meravigliose caratteristiche (e di seguito cita i palazzi del Palladio e del Sansovino) che la rendono Venezia.

Ogni volta che rileggo questo passo mi torna in mente un episodio personale. Cinque anni fa visitai Parigi (va bè, in gita scolastica) e fui tentata anch’io di chiedermi "ma sono davvero a Parigi?". Avevo impresse in mente le descrizioni victorhugoiane di Notre-Dame de Paris, e trovarmi davanti a una "cosa" come la Défense (che pensa te nell’Ottocento non c’era) fu quasi sconvolgente.

Ora, sicuramente il discorso è diverso perché nel mio caso c’era anche la questione del lungo lasso di tempo trascorso e degli inevitabili cambiamenti architettonici, ma un nesso comune c’è: la profonda delusione provata davanti alla realtà perché la letteratura era più bella. Qualcosa di allucinante, ne converrete. Perché in fondo l’arte (la letteratura ma anche la pittura, che peraltro influenzò moltissimo la letteratura di viaggio del tardo Settecento tedesco), a meno di essere iperrealista, tende a idealizzare… e poi non ha odore, tanto per restare in tema di quanto più ha colpito l’anonimo amico di Wieland.

Insomma, nel Settecento i nobili e i borghesi leggevano troppo, così quando si trovavano a viaggiare rimanevano spesso e volentieri delusi… Quindi: se volete viaggiare, evitate come la peste la letteratura di viaggio, oppure siate consapevoli dei rischi che correte.

*Errata corrige: sono proprio cecata, la lettera è stata pubblicata nel 1794. Portate pazienza.

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