La brevità della vita

Io non posso parlare di questo libro. Per la sempiterna massima "non si parla di ciò che non si conosce". Il testo lo conosco, certo: ne studiai dei brani in quella che a me pare preistoria, ma che il mio libretto universitario dice trattarsi di poco più di due anni fa, per un esame di letterature comparate con corso monografico sul Tempo, e l’ho ripreso in mano qualche giorno addietro per leggerlo in versione integrale at last. Ma si tratta, com’è ovvio, di un’opera che richiede ben altro che la mera conoscenza del testo, e io questo "ben altro" non ce l’ho. (Lo so che non sembra, ma il mio diploma recita "perito aziendale corrispondente in lingue estere" e la mia poca cultura letteraria è fatta quasi interamente con le mie sante manine, e non comprende i classici greci e latini).
Perciò mi limito a riportare un passo fra quelli che ho trovato più degni di riflessione (la traduzione è quella di Alfonso Traina per la BUR).

"Si prenda uno dalla folla dei vegliardi: «Vediamo che sei giunto al termine della vita umana, hai addosso cent’anni o più: su, fa’ il rendiconto del tuo passato. Calcola quanto da cotesto tempo han sottratto i creditori, quanto le donne, quanto i patroni, quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei servi, quanto le corse zelanti per tutta la città; aggiungi le malattie, che ci fabbrichiamo noi stessi, aggiungi il tempo inutilizzato: vedrai che hai meno anni di quanti ne conti. Rievoca nella memoria quando sei stato saldo nei tuoi propositi, quanto pochi giorni hanno avuto l’esito che volevi, quando hai avuto la disponibilità di te stesso, quando il tuo volto non ha battuto ciglio, quando non ha tremato il tuo cuore, che cosa hai realizzato in un periodo così lungo, quanti hanno saccheggiato la tua vita senza che ti accorgessi di quel che perdevi, quanto ne ha sottratto un vano dolore, una stolta gioia, un’avida passione, un’allegra compagnia, quanto poco ti è rimasto del tuo: comprenderai che la tua morte è prematura».
Quale la causa? Vivete come destinati a vivere sempre, mai vi viene in mente la vostra precarietà, non fate caso di quanto tempo è trascorso: continuate a perderne come da una provvista colma e copiosa, mentre forse proprio quel giorno che si regala a una persona o a un’attività qualunque è l’ultimo. Avete paura di tutto come mortali, voglia di tutto come immortali."

Personalmente: l’anagrafe mi dice che ho 24 anni, l’esperienza di dolore me ne assegna 50, sulla base di questo testo se me ne dò 2 sono anche troppi. Forse l’ultima ipotesi è quella esatta.
Non che io condivida appieno: la sapienza è senz’altro necessaria (anche se probabilmente a 100 anni continuerò a sentirmi tanto sapiente come un bimbo di 2), ma fossero anche i miei ultimi giorni io continuerò a dedicarli (anche) «a una persona […] qualunque» (sempre con la mente rivolta alla famigerata chiusa de Le città invisibili che riassume meravigliosamente il mio pensiero sull’argomento Vita).
Forse le considerazioni personali me le potevo risparmiare, ma il libretto mi ha tenuto compagnia in un recente e ansiogeno viaggio in treno oltre che in queste serate solitarie.

À lire.

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