Auto da fé

Su questo libro, che ho riletto di recente, si potrebbe scrivere un saggio di 300 pagine.
Si tratta dell’unico romanzo di Canetti, che avrebbe dovuto essere il primo di una serie di otto libri soltanto abbozzati che sarebbero andati a comporre quella che l’autore definiva una “comédie humaine dei folli”.
Il protagonista di Auto da fé è Peter Kien, l'”uomo dei libri”, ovvero un uomo che vive dei libri, per i libri, con i libri, attraverso i libri, per il quale nient’altro al mondo esiste o comunque è degno di considerazione. I personaggi secondari non sono affatto tali: ognuno di essi rappresenta una peculiare monomania umana, della quale è completamente intriso. Ogni personaggio, per quanto minore, è magistralmente caratterizzato.
Lo stile riflette la frammentarietà dell’umanità e il rifugiarsi di ognuno nel proprio mondo ristretto. Non esiste narratore univoco, ogni personaggio (di nuovo, anche quelli decisamente minori) si racconta o specula per conto proprio, con il proprio personalissimo punto di vista e il proprio personalissimo linguaggio (la maschera acustica di cui già accennai), venendo così a creare tanti piccoli universi che non possono comunicare fra loro. Scrive Canetti: «Un giorno mi venne in mente che il mondo non si può più raffigurare come nei romanzi di un tempo, per così dire dal punto di vista di un unico scrittore, il mondo era andato in pezzi, e solo se si aveva il coraggio di mostrarlo nella sua frammentazione era ancora possibile dare di esso un’immagine veritiera. Ma non per questo bisognava accingersi a un libro caotico nel quale nulla fosse più comprensibile; al contrario, bisognava escogitare con grandissimo rigore dei personaggi estremi, come quelli di cui in effetti il mondo era fatto, e questi individui bisognava raffigurarli in tutti i loro eccessi, l’uno accanto all’altro e ognuno separato dall’altro.»
Personaggi estremi, appunto, ossessivi, irreali nella loro totale dedizione alla propria monomania, ma proprio per questo tanto più agghiaccianti. Il procedimento in fondo non è troppo diverso da quello della satira: ogni caratteristica è portata all’estremo per rappresentarne l’assurdità mostruosa. Non c’è affatto comicità, come pure mi è capitato di leggere in qualche recensione amatoriale; tutt’al più possiamo parlare di grottesco e di deformità (fisica e) spirituale.
Come ebbe a scrivere Magris, «la ragione, che si esaspera per difendersi dall’irrazionale, si nega e si storce in follia». È questa la tragedia di Peter Kien: giunto a quarant’anni è totalmente incapace di uscire dalla sua “testa senza mondo” e, trovatosi catapultato nel mondo esterno, impazzisce nel tentativo di sfuggire da quell’irrazionale che non conosce e non sa perciò come affrontare. L’intero romanzo è impregnato di delirio, che si fa sempre più soffocante, come un ritmico rullo di tamburi che parte in sordina e man mano si avvicina fino a sovrastare tutto con il suo rumore assordante.
Non me ne vorrete se parlo del finale, dal momento che è perfettamente intuibile dal titolo (titolo italiano, fra l’altro, non corrispondente a quello originale tedesco ma fortemente voluto dall’autore stesso). La conclusione è annullamento senza redenzione, Vernichtung senza spiragli di luce. L’auto da fé conclusivo è intuibile in molti punti del romanzo, a cominciare appunto dal titolo; l’ultimo capitolo fuga ogni dubbio in un crescendo di follia assolutamente eccezionale… leggere per credere.
Da leggere questa bella recensione che ho trovato in rete, con annesso brano di un articolo di Claudio Magris.

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Un pensiero su “Auto da fé

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