La commedia della vanità

Per farmi perdonare le mie latitanze, vi voglio far conoscere un testo che mi frulla in testa da sempre.
La commedia della vanità (Komödie der Eitelkeit) di Elias Canetti.
Scritta fra il 1933 e il 1934 (ma pubblicata solo nel 1950 e rappresentata per la prima volta nel 1965), si tratta di una delle tre misconosciute opere teatrali canettiane, malauguratamente offuscate dall’imponente Massa e potere e dal Nobel Auto da fé, benché sempre considerate dall’autore come sua massima espressione letteraria.
Premessa: l’edizione italiana (Einaudi Teatro), ristampata per la seconda e ultima volta nel 1981, è fuori commercio, ma con un po’ di fortuna potete trovarla in biblioteca. La Adelphi promette dalle pagine del numero 484 che a un certo punto del futuro pubblicherà (ed era ora) la raccolta di teatro di Canetti. Nel frattempo i germanofoni fra voi possono, alla prossima gita in terra crucca o facendo una speranzosa visitina alla Feltrinelli International e simili, procurarsi la bella edizione gialla Reclam, o ancora la raccolta dei Dramen della Fischer… sempre che abbiate coraggio, perché è scritta in viennese.
Uno degli aspetti più interessanti dello stile canettiano è proprio la caratterizzazione dei personaggi tramite il linguaggio, la cosiddetta ‘maschera acustica’. Canetti non abbellisce: se i suoi personaggi parlano in dialetto, lui scriverà in dialetto, se parlano in maniera sgrammaticata, lui scriverà in maniera sgrammaticata, e allo stesso modo, se parlano in maniera pomposamente aulica, lui scriverà in maniera aulica. Ne consegue il classico calderone di stili linguistici che fa o amare o odiare questo autore, ma che in ogni caso lo rende raro e geniale. Gli ottimi traduttori italiani (Luciano e Bianca Zagari per l’opera strettamente letteraria, autobiografia esclusa) si mettono d’impegno a cercare di rendere questa caratteristica, ma senza successo: è il limite della traduzione.
L’opera prende palesemente spunto dal rogo dei libri operato dai nazisti a Berlino il 10 maggio 1933. Anche qui abbiamo un rogo: il rogo dei ritratti, delle foto, la distruzione degli specchi. Il governo totalitario di questo Paese non così tanto immaginario stabilisce per legge che la vanità debba essere bandita, e che pertanto ogni strumento atto a tenerla in vita vada distrutto; per i trasgressori la pena sarà la morte. Come sempre accade, la massa, abilmente istruita da predicatori vari, accoglie con entusiasmo l’imposizione, tanto da fare del rogo addirittura una festa (una festa, comunque, narcisistica, ci ricorda Luciano Zagari). A distanza di anni, i risultati saranno ovviamente diversi da quelli che ci si aspettava, ma io ho trovato l’idea talmente spettacolare che non ve la svelo neanche sotto tortura.
Vi basti pensare che, come è più volte sottolineato nel testo, l’uomo senza la sua immagine è un nulla, perché l’immagine è anche e soprattutto il mezzo attraverso il quale l’uomo arriva a conoscere se stesso. Un tema di grande attualità anche a distanza di settant’anni, in un’epoca di inflazione di immagini… Ebbene, togliamole tutte, eliminiamo ogni possibilità di guardare noi stessi e gli altri: non la vanità elimineremo, ma l’identità.
In verità si tratta di un’opera molto più complessa di quanto non sembri di primo acchito, con un sostrato filosofico che pare impossibile riesca a stare in poco più di cento pagine, per giunta scritte per lo più in dialetto e nelle quali i protagonisti fanno parte di una sghemba comédie humaine che sguscia fra le mani come un’anguilla. Auto da fé è senz’altro un testo più bello, eppure questo è più complicato e pregno di significati in ogni singola frase. Significati che, al di là del poco che ho detto, lascio all’interpretazione del singolo lettore, anche perché io stessa, dopo due anni che lo leggo e lo rileggo, continuo a stupirmi ogni volta di fronte a idee nuove che spuntano da tutte le parti.
Trovo interessante un passo della prefazione di Claudio Magris all’edizione italiana: «Il grande tema che ricorre in tutta l’opera di Canetti è l’abnorme difesa dell’io contro tutto ciò che minaccia la sua precaria e fittizia consistenza. Canetti è il poeta della difesa, dell’assurda e negativa difesa opposta dal declinante io borghese alla tumultuosa ricchezza della vita – una difesa che equivale a un’autodistruzione, come la muraglia cinese di Karl Kraus la quale, secondo la splendida immagine di Canetti, finisce per soffocare fra le sue pietre l’impero ch’essa vuole difendere dai barbari e che viene assorbito dalla muraglia, sepolto dalla muraglia, ridotto unicamente a muraglia. In tal senso l’opera di Canetti è una parabola, visionaria e lucidissima, del delirio autodistruttivo cui si è votata, nel nostro secolo, la ratio occidentale, sotto l’incalzare della sua crisi. L’esasperata difesa coincide con la morte, così come i cunicoli scavati dalla creatura kafkiana per sfuggire all’ignoto animale che la insegue sottoterra finiscono per andare incontro alle gallerie approntate dal mortale nemico.»
A livello intertestuale a me piace trovare analogie fra La commedia della vanità e il ben più famoso, ma di vent’anni successivo, Fahrenheit 451 di Bradbury. Siamo sempre dalle parti di censura e distopia.
Leggere, leggere, che fate ancora davanti allo schermo?

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4 pensieri su “La commedia della vanità

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