Il mondo nuovo

Quando si parla di letteratura distopica si pensa immediatamente a 1984 di Orwell. Eppure Il mondo nuovo risale a sedici anni prima (1932) e non è meno potentemente disturbante.
Rifuggo volontariamente dall’apparente sinonimo ‘antiutopia’. La distopia, particolarmente quella del Mondo nuovo, non è il contrario dell’utopia. Ne è il prolungamento. L’utopia è un sogno ad occhi aperti. La distopia è quel sogno fatto realtà.
Ne esistono esempi nella storia. Il comunismo di Stalin e di Mao è il prolungamento di quello di Marx. Con una differenza: il comunismo di Marx è intrinsecamente bello; quello di Stalin, di Mao e di altri è una dittatura mostruosa.
Come si suol dire, bisogna stare attenti a quello che si desidera, perché si potrebbe anche ottenerlo.
È molto illuminante il titolo originale inglese, Brave new world, che ricalca le parole di Miranda nella Tempesta shakespeariana: «O brave new world, that has such people in’t!» Non semplicemente il mondo nuovo, ma il nuovo mondo mirabile, che ha tali (meravigliose) persone in sé.
Mi viene in mente una famosa scena di Brazil, il film di Terry Gilliam: l’immagine di una donna che, aspirando alla bellezza, si fa lisciare le rughe e tirare il volto fino a divenire un mostro. (E, ve lo dico en passant, con un po’ di fortuna potrei riuscire a proporvi, chissà quando, un bel post sul cinema distopico – ovviamente non scritto da me…)
Il mondo nuovo è il mondo della felicità, dove non esistono vecchiaia, malattia, guerre, scontri; certo, una felicità ottenuta dopo la Guerra dei Nove Anni e lo sgancio di innumerevoli bombe all’antrace, ma dopotutto, chi conosce più queste cose? La storia è bandita, ciò che è vecchio è pericoloso, perfino pornografico; non c’è più arte, non più scienza, non più religione, nulla, perché «non si possono fare delle tragedie senza instabilità sociale». E questo mondo è stabile, peggio, immutabile. I bambini vengono prodotti in vitro e condizionati fin dalla nascita attraverso l’ipnopedia, ovvero la ripetizione durante il sonno dei principi guida della società; addirittura ogni embrione viene trattato in maniera tale da produrre persone con determinate caratteristiche, nessuna delle quali può aspirare a qualcosa di più perché non ne avverte affatto la necessità.
Produrre è il termine esatto, perché è un mondo che si ispira alla produzione in serie ideata da Henry Ford. Ford, il Dio di questa società. (Tra l’altro, se leggete attentamente, nessuno dei nomi propri usati nel romanzo è casuale…)
A tratti l’organismo si ribella, ma all’inquietudine si ovvia agevolmente con il soma, la meravigliosa droga che permette di "andare in vacanza", una sorta di LSD senza effetti collaterali.
Eugenetica, clonazione, ipnopedia: ne aveva di incubi profetici Huxley. In effetti, lascia a bocca aperta l’erudizione dell’autore, che spazia dalla letteratura (quanto Shakespeare…) alla biologia, dalla musica alla psicologia. E non sono molti i sapienti ad ampio spettro nell’epoca moderna.
Perdonatemi, non posso resistere, vi devo riportare un brano bellissimo e più esemplificativo di mille commenti. Si tratta di uno stralcio della conversazione fra il Governatore Residente per l’Europa Occidentale Mustafà Mond e il "Selvaggio" John, vissuto al di fuori della civiltà ed entrato in contatto con essa in età adulta.
«Ma io amo gli inconvenienti.»
«Noi no» disse il Governatore. «Noi preferiamo fare le cose con ogni comodità.»
«Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la poesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.»
«Insomma» disse Mustafà Mond «voi reclamate il diritto di essere infelice.»
«Ebbene, sì» disse il Selvaggio in tono di sfida «io reclamo il diritto d’essere infelice.»
«Senza parlare del diritto di diventar vecchio e brutto e impotente; il diritto d’avere la sifilide e il cancro; il diritto d’avere poco da mangiare; il diritto d’essere pidocchioso; il diritto di vivere nell’apprensione costante di ciò che potrà accadere domani; il diritto di prendere il tifo; il diritto di essere torturato da indicibili dolori d’ogni specie.»
Ci fu un lungo silenzio.
«Io li reclamo tutti» disse il Selvaggio finalmente.
Mustafà Mond alzò le spalle. «Voi siete il benvenuto» rispose.
Perché (mi) piace la letteratura distopica? Perché mostra quello che potrebbe essere se non facciamo attenzione. Perché inseguire degli ideali è bello e nobile, volerli realizzare costi quel che costi è folle. Perché la felicità imposta è dittatura e non può essere vera felicità. Perché il passo dalla felicità di Stato alla lobotomia è breve, troppo breve. Perché «le lacrime sono necessarie». Perché reclamo il diritto di essere infelice.
Per gli stessi motivi questo libro va letto.

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Un pensiero su “Il mondo nuovo

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