Una riflessione

Questa volta si tratta di una riflessione personale. Si adatta bene a questo mio periodo, tuttavia ritengo che possa risultare interessante anche per altri, per questo ho deciso di proporvela.
Qualche sera fa leggevo il mio amato Canetti, La provincia dell’uomo, come sempre ultimamente. E mi sono trovata a rileggere un’annotazione almeno venti volte.
«È senz’altro possibile che, rifiutandosi di uccidere, uno si neghi, alla fine, ogni decisione libera. Ma, anche dovesse pietrificarsi: non ucciderà.»
Conoscendo l’opera e la biografia di Canetti, l’interpretazione risulta alquanto semplice. Non credo sia mai esistito autore che abbia odiato la morte con più forza di lui, di conseguenza penso di poter tranquillamente affermare che per Canetti l’omicidio sia la barbarie per eccellenza, nonostante alcuni episodi a dir poco "turbolenti" della sua infanzia, o forse proprio a causa di questi.
Ora, è senz’altro filologicamente poco corretto separare un’affermazione dal suo contesto ma, in veste di semplice lettrice, mi arrogo il diritto di farlo.
Penso che l’interpretazione canettiana sia abbastanza chiara, la mia invece tende quasi a ribaltare il suo pensiero. Scorretto quanto volete, permettetemi di farlo, che grazie al cielo non sono ancora un critico letterario. A mio parere il cuore pulsante della questione sta proprio nella pietrificazione: io mi rifiuto, come è giusto e nobile fare, di uccidere, ma questo mi impedisce di vivere, perché ogni mia sia pur insignificante azione potrebbe, seppur involontariamente, condurre al delitto. Al fine di non togliere la vita ad altri, è a me stessa che la tolgo.
Questa mattina Saramago è venuto a sostegno di questo mio rimuginamento, quando in Cecità mi dice: «Se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne tutte le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero. I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.»
A volte ho l’impressione che certi autori mi parlino personalmente. Accade quando un pensiero fisso ci ronza in testa e in nessun modo possiamo liberarcene, sia pure per un secondo. Allora tutto sembra rivolto a noi, allora la filologia va a farsi benedire e l’essere umano trova un senso ben preciso in alcune parole che originariamente potevano essere intese in maniera affatto differente. Forse era proprio quello che volevamo sentirci dire, che non basta ce l’abbiano detto amici e persone che stimiamo, sentirselo dire da un paio di premi Nobel cambia un attimino la prospettiva delle cose.
È da un po’ che ci rimugino. Da un bel po’, per dire il vero. Cercavo la mia assoluzione, l’ho trovata. La coscienza morde sempre, ma la sua voce non è più imperiosa, ma petulante.
Non ci si può impedire di vivere per paura di commettere atti terribili.
Questione estremamente personale, perdonatemi.

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