I canti di Maldoror

È stato difficile, quattro anni fa, trovare questo libro di Isidore Ducasse, meglio conosciuto con lo pseudonimo di comte de Lautréamont. Eppure l’ho cercato, perché me l’aveva consigliato una persona in cui all’epoca riponevo, sotto questo punto di vista, la massima fiducia (umpft! – scusate, mi è scappato…). E ho trovato questa bella edizione Bur in due volumi in cofanetto con testo francese a fronte. In questi casi dico: almeno ho esercitato il mio francese un tantino arrugginito.
Eh sì, perché c’è un’ottima ragione perché il libro non si trova facilmente: è terribile.
La curatrice e traduttrice Idolina Landolfi mi vuole far credere che Lautréamont sia una sorta di genio incompreso da ognuno, che nella sua opera altro non faccia che ridicolizzare con ironia sferzante l’opera dei suoi contemporanei romantici. Posso essere d’accordo, in parte: a una lettura attenta è abbastanza ovvio l’intento di ridicolizzazione degli stereotipi romantici, specie se, come in questo caso, alla fine dell’opera sono riportate le Poesie, che poi poesie non sono, ma ne parleremo più oltre.
A questo proposito, alcuni passaggi possono risultare interessanti, come le descrizioni di minuziosità in netta contrapposizione (esplicita) alle grandezze romantiche che pretendono di esplorare i misteri dell’universo, della morte, dell’umano. Ora, per onestà bisognerà dire che a me i romantici piacciono, specie il molto (da Ducasse) disprezzato Hugo. Ciò non toglie che alcuni limiti della scrittura romantica ottocentesca siano evidenti, come l’insistenza, a volte davvero eccessiva, sulle tematiche ad esempio della morte o del sogno. Ma, onestamente, questo non me li fa amare di meno, specie appunto se si tratta di grandi autori – oggettivamente grandi – come un Victor Hugo. Bene, messa in chiaro la mia posizione, posso dire che mi può anche piacere la messa a nudo di alcune pecche evidenti… Ma questo, mi spiace, non giustifica frasi lunghe un’intera pagina, come neanche un tedesco potrebbe concepire (e in quel caso, almeno, diremmo che è la sintassi e la struttura oserei dire filosofica inerente alla lingua stessa che richiede periodi ampi), né digressioni di pagine e pagine che, pur con tutta la buona volontà, fanno perdere almeno dieci volte il filo del discorso. – Un attimo. Discorso? Ma siamo sicuri che ci fosse un discorso?
Quanto alle idee, a prima vista Lautréamont appare un noioso, borioso romantico-satanista. E in fin dei conti, non vi si discosta troppo. Romantico, perché usa gli stilemi tipici del Romanticismo al fine di screditarli. Satanista, per l’isolamento totale del suo Maldoror, la sua misantropia estrema, il suo odio per gli uomini e il disprezzo per Dio, le sue metamorfosi degne di cinquecenteschi riti sabbatici.
L’unica parte di un certo interesse, a parer mio, è l’ottava strofa del secondo canto, dove Lautréamont ci presenta un Dio antropofago che richiama alla mente un Saturno divoratore dei suoi figli di goyana memoria.
Per il resto, c’è di che sbizzarrirsi: un Dio lussurioso e sadicamente omicida (Apollo che spella Marsia?…), un Maldoror omicida e stupratore, nefandezze su nefandezze, per poi arrivare alle Poesie  dove Ducasse ci dice che no, era tutto sbagliato, lui non vuole cantare il male ma il bene, perché è questo che bisogna fare, e allora si ripromette di correggere sei brani fra i più cruenti del suo libercolo – cosa che una precocissima morte non gli permetterà. Pazienza, così ce li teniamo, Isidore.
Insomma: i Canti vogliono essere di gran lunga troppo sadici secondo me, e a quel punto, se proprio devo, preferisco allora leggermi direttamente de Sade, grazie. Poi, fra sventramenti, spellamenti, stupri… bah, non ne capisco l’utilità, mi dispiace.
Passando alle già citate Poesie: si tratta di due brani, che poesie non sono, che l’edizione Bur ci mette gentilmente in appendice. Questi due brani dovevano servire da introduzione a una futura opera in cui l’autore avrebbe appunto cantato il bene e non il male, un’opera mai neppure iniziata a causa di una morte tanto precoce quanto oscura. Nel primo brano Ducasse si prodiga a rinnegare tutto ciò che ha precedentemente scritto, con un’ipocrisia suprema, peraltro. Nel secondo brano assistiamo a un’"interessante" ribaltamento di massime di scrittori e filosofi, con particolare accanimento contro Pascal e Vauvenargues. Interessante fra virgolette, perché si va avanti per pagine e pagine a ribaltare nel vero senso della parola ciò che altri hanno scritto: sembra più un esercizio di quelli che si fanno a scuola di lingue per imparare a usare la negazione e i contrari con l’aiuto di un buon dizionario.
Insomma, i consigli vanno presi con le molle. Per quanto mi riguarda provvederò immediatamente a riporre il bel cofanetto nel dimenticatoio, come merita.
Al solito, pareri discordanti sono i benvenuti, mi piacerebbe un po’ di sano confronto… sempre che qualcun altro abbia letto questa "cosa".

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