In memoria

Dal Meridiano Mondadori di Sylvia Plath:

Nelle prime ore di lunedì 11 febbraio [1963, ndr] Sylvia posa accanto ai lettini dei bambini del pane e del latte, spalanca la finestra della loro camera e sigilla le fessure della porta con nastro adesivo e asciugamani; poi scende in cucina, sigilla anche qui tutte le fessure, si sdraia con la testa nel forno, la guancia appoggiata a un tovagliolo ripiegato, e apre il gas.
Viene trovata alla mattina dall’infermiera e dall’operaio che hanno dovuto forzare il portone perché il vicino è intontito dalle esalazioni. Appuntato sulla carrozzina del figlio ha lasciato un biglietto: «Per favore, chiamate il dottor Horder». È il suo unico messaggio.

Aggiungo io. Sylvia aveva 31 anni. Aveva già tentato il suicidio due volte. Molte cose lasciano pensare che non volesse morire davvero, che fosse solo un estremo grido di aiuto. Ma invece è morta. E non è morta solo una grande poetessa, non è morta solo una maniaco-depressiva. È morta una donna, prima di tutto.

Di seguito la sua ultima poesia, scritta sei giorni prima della morte.

Edge

The woman is perfected.
Her dead

Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity

Flows in the scrolls of her toga,
Her bare

Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.

Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little

Pitcher of milk, now empty.
She has folded

Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden

Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.

The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.

She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.

Mi sento magnanima e vi fornisco anche la traduzione di Anna Ravano.

Limite

La donna è perfetta.
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di esser triste.

È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

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