La nausea

Acquistai questo libro tempo fa con La Repubblica. Non avevo ancora letto nulla di Sartre e mi sembrava (giustamente) una mancanza da colmare. Come spesso faccio, l’ho lasciato nella mia biblioteca, in attesa che arrivasse il momento di prenderlo in mano. E ho fatto bene: in un altro momento non sarei riuscita ad apprezzarlo.
È la prima volta che un libro mi lascia senza parole. Potrei parlare ore e ore dei miei libri preferiti, potrei parlare anche (seppur non ore) dei libri che non ho amato. La nausea, invece, mi lascia senza parole.
Ho aperto il libro e, fiduciosa, ho iniziato a leggere. Ho letto, e tutto restava indefinito, come avvolto in una nebbia. Poi è arrivata la pagina 125. In cinque pagine Antoine Roquentin mi illustra la sua piena, potentissima presa di coscienza dell’esistenza di sé e di tutto ciò che lo circonda. E mi annienta. Il suo fiume di parole e sensazioni rompe gli argini, esce dal libro come oggetto fisico e come opera letteraria e in un’alluvione mi porta via con sé. Ho dovuto sospendere la lettura per qualche giorno. Non ce la facevo, affogavo, non riuscivo a respirare. Perché? Perché era meraviglioso. E questa parola non è abbastanza.
«Soprattutto non muoversi, non muoversi… Ah!
Questo movimento delle spalle, non ho potuto trattenerlo…
La Cosa, che aspettava, s’è svegliata, mi s’è sciolta addosso, cola dentro di me, ne son pieno… Non è niente: la Cosa sono io. L’esistenza liberata, svincolata, rifluisce in me. Esisto.
Esisto. È dolce, dolcissimo, lentissimo. E leggero: si direbbe che stia sospeso in aria da solo. Si muove. Mi sfiora dappertutto, si scioglie, svanisce. Dolcissimo, dolcissimo. Ho la bocca piena d’acqua spumosa. L’inghiotto, mi scivola in gola, mi carezza, ed ecco che mi rinasce in bocca: nella bocca mi rimane di continuo una piccola pozza d’acqua biancastra, discreta, che mi sfiora la lingua. E questa pozza sono ancora io. E la lingua. E la gola, sono io.»
E ancora, ancora. E io, a questo punto, in questo preciso momento della mia vita, sento queste parole con una forza incredibile. Le stesse tue parole, Roquentin, e sensazioni assai simili, io stessa le sento, e se tu descrivi, Jean-Paul, così chiaramente, io mi riempio di parole e sensazioni non mie eppure mie.
Ma, e questo è importante, non mi distruggi con il tuo sentire l’esistenza. Perché a me tutto questo arreca qualcosa di estremamente positivo.
«Io mi sopravvivo» dice Anny. Io no. Io non mi sopravvivo. Io avverto la mia esistenza come Anny e Roquentin l’avvertono, ma questo non mi annienta, anzi mi spinge a vivere, perché a questa lingua, a questa gola, a questa mano, a questa carne, io un senso glielo voglio dare.
La tua conclusione, Roquentin, è dopotutto quella che mi spinge a scrivere qua dentro, quella che poco più di un mese fa il caro Bob mi suggeriva al telefono, quella che in fondo mi dà la forza di tirarmi su da quel letto, quella che non so mettere in pratica soavemente, non ancora, ma quella che un giorno, io spero, sarà mia… in quale forma, in quale modo e circostanza, non importa. Hai ragione Roquentin, è l’Arte, lei e solo lei che può dare un senso all’esistenza, a questo mucchio di ossa grigie e cenere che noi saremo, che noi siamo ma da cui volgiamo lo sguardo.
«Una storia, per esempio, come non possono capitarne, un’avventura. Dovrebbe essere bella e dura come l’acciaio, e che facesse vergognare le persone della propria esistenza.»

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